La stagione estiva, anche nel 2026, si sta confermando particolarmente drammatica sul fronte degli incidenti stradali, molti dei quali hanno coinvolto giovani e giovanissimi, con conseguenze spesso mortali. Un fenomeno che impone una riflessione non solo sulle infrastrutture, ma anche sui comportamenti, sulla percezione del rischio e sulla cultura della prevenzione. Per approfondire questi aspetti abbiamo intervistato il dottor Rocco Chizzoniti, psicologo e psicoterapeuta, Referente della Comunicazione Istituzionale dell’Ordine degli Psicologi della Calabria.
Negli ultimi mesi la Calabria è stata nuovamente segnata da gravi incidenti stradali, spesso con giovani vittime. Dal punto di vista psicologico, cosa ci raccontano queste tragedie sul rapporto che i giovani hanno oggi con il rischio e con il senso del limite?
“Purtroppo è un fenomeno diffuso un po’ ovunque proprio perché si inserisce in un quadro psicologico ed evolutivo ben preciso. Restando tuttavia alle nostre latitudini, secondo gli ultimi report Istat sulla Calabria, sebbene si registri una leggera flessione generale della mortalità, i feriti e il coinvolgimento nei sinistri stradali mostrano picchi preoccupanti non a caso tra i giovanissimi: ciò accade perché la parte del cervello responsabile del controllo degli impulsi, della valutazione del rischio a lungo termine e del senso del limite, non ha completato ancora il suo sviluppo, lasciando i centri della gratificazione e della ricompensa a dirigere l’azione a rischio.
Non c’è quindi sempre una corretta o completa percezione del pericolo e delle sue conseguenze, anzi in alcuni casi possono apparire come sfide da cogliere per essere accettati dal proprio gruppo di pari. I vari Social hanno enormemente amplificato questo fenomeno attraverso la rituale condivisione pubblica di certi comportamenti irresponsabili che però vengono visti dai diretti interessati come motivo di vanto e affermazione, mancando appunto spesso di una puntuale e protettiva revisione critica. L’ulteriore aspetto paradossale è che producono urbi et orbi persino le prove delle proprie violazioni, come se si percepissero al di sopra della legge perché tutto concesso, provando così una totale mancanza di consapevolezza di azioni e limiti. Un allarmante problema da contrastare su più livelli educativi”.
Quando si parla di incidenti stradali il dibattito si concentra spesso sulle condizioni delle strade, come nel caso della SS106. Dal punto di vista psicologico e comportamentale, come si intrecciano il fattore umano e quello infrastrutturale nella genesi di una tragedia?
“È un fatto che una buona infrastruttura possa limitare i rischi di incidenti. Ricordo molti anni fa un dibattito politico dove parlando appunto di questo tema si disse che per diminuire statisticamente gli incedenti, fra le varie azioni da svolgere, c’era anche il semplice ampliamento della carreggiata, laddove vetusta o troppo stretta. Ci sono quindi molti esempi di cambiamenti infrastrutturali fatti ad hoc per ridurre gli incidenti che consistono appunto nell’agevolare lo scorrimento del traffico nella massima sicurezza. Vicino a dove abito, dopo molti anni, si è intervenuti rialzando una carreggiata in curva affinché non “incontrasse” più in modo diretto il senso di marcia opposto, causa primaria di moltissimi incidenti, la chiamavano “curva della morte”. Questo intervento è stato pressoché risolutivo. Come le ultime tecnologie per proteggere i pedoni sulle zone di attraversamento grazie a tecniche 3D (dipingendo sull’asfalto strisce apparentemente tridimensionali) per dissuadere le alte velocità nei contesti urbani. La nostra percezione del pericolo gioca infatti un ruolo fondamentale ad ogni età, aver sviluppato col tempo una certa dose di razionalità non ci mette necessariamente al riparo da possibili incidenti: la Psicologia del Traffico dimostra che l’incidente è quasi sempre il prodotto di un’interazione disfunzionale tra uomo, veicolo e ambiente.
La più grossa percentuale di incidenti stradali è causato da comportamenti scorretti, che non tengono conto dei nostri fisiologici tempi di reazione, ossia distrazione (come non citare l’uso dello smartphone), il mancato rispetto della precedenza o ancora la velocità elevata. Comportamenti che si sommano allo stato eventualmente deficitario delle strade o alla mancanza dimestichezza di veicoli di una certa potenza, aumentando il rischio di incidenti. I limiti di velocità esistono proprio per consentirci, fra le altre cose, di poter ancora gestire nel modo più sicuro possibile gli imprevisti durante il viaggio, come un ostacolo improvviso che rischia di farci sbandare”.
Un incidente mortale non coinvolge solo chi perde la vita, ma lascia conseguenze profonde anche nei familiari, negli amici e nella comunità. Quali sono le ferite psicologiche che eventi di questo tipo possono generare?
“Sono molti gli esempi di cronaca in tal senso che hanno notevolmente scosso la nostra comunità, devastando il tessuto psicologico di famiglie e conoscenti. Un evento traumatico e improvviso può generare disturbi post-traumatici da stress, disturbi dissociativi e una problematica elaborazione del lutto. L’European Federation of Road Traffic Victims, che collabora con l’OMS, indica che circa il 90% delle famiglie colpite da una perdita stradale sperimenta un declino drastico della qualità della vita. Quando ci sentiamo colpiti e violati nella nostra quotidianità possiamo portarci ferite aperte estremamente dure da guarire, cambiando le nostre abitudini”.
La prevenzione passa solo dagli interventi sulle strade o è necessario lavorare anche sulla cultura della sicurezza, sull’educazione emotiva e sulla consapevolezza dei rischi?
“La percezione di guidare su una strada sicura e manutenuta può fare la differenza ma non in via esclusiva. Spetta a noi una guida responsabile e capace. L’asfalto drenante riduce notevolmente il rischio di aquaplaning ma non lo azzera fisicamente se comunque si infrangono i limiti di velocità o si utilizza un veicolo con gomme lisce. Gli interventi strutturali possono quindi anche ridurre la gravità di un impatto, si pensi all’uso di quei particolari blocchi di cemento spesso ai lati della carreggiata (che servono a dissipare la forza cinetica in poco tempo in caso di urto), ma non eliminano alla radice il comportamento a rischio. La prevenzione si fa con una corretta educazione stradale, insegnando a riconoscere gli stati emotivi che influenzano la guida (ansia, stress, eccitazione ecc.), a rispettare i segnali stradali e i limiti imposti, evitando azioni fortemente a rischio della propria e altrui incolumità, anche attraverso corsi di guida sicura e presa di coscienza delle nostre abilità e lacune al volante in caso di situazioni limite e critiche. Negli Stati Uniti addirittura prevedono come opera di sensibilizzazione in questi casi la trasmissione di filmati di incidenti e relative conseguenze, un po’ come mettere le famose foto “disturbanti” sui pacchetti di sigarette, strategie che servono per far acquisire la dovuta consapevolezza e responsabilità, soprattutto quando basta veramente poco per mettere tutto seriamente a rischio”.
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Clara Varano
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