«Vattene Satana!». Queste le ultime parole di padre Jacques Hamel, sgozzato da due terroristi islamici a Saint-Etienne-du-Rouvray durante la celebrazione della Messa mattutina. È il 26 luglio 2016. E mentre l’Isis il giorno stesso rivendica l’attentato la Francia si ritrova nuovamente sotto shock. La redazione del settimanale Charlie Hebdo era stata decimata l’anno precedente; poi erano seguiti i 130 morti per la strage del Bataclan; infine il 14 luglio, appena 12 giorni prima dell’attentato contro il sacerdote ottantaduenne, a Nizza ottantasei persone venivano falciate da un camion guidato da un affiliato allo Stato islamico. Questa volta la vittima è una, ma dal punto di vista simbolico non ha eguali. Un sacerdote sgozzato al grido di “Allah akbar” – in una Francia che ha puntato tutto su una laicità che avrebbe dovuto permettere a tutti di convivere pacificamente – più che un orrendo episodio di cronaca si avvicina a una disfatta istituzionale. «Attaccare una chiesa, uccidere un prete, significa profanare la Repubblica», così all’epoca il presidente François Hollande recatosi sul posto.
L’umanità che resiste sotto le macerie
A questo punto, nella grande e violenta narrazione di quei giorni, ha fatto irruzione la petit histoire di due donne dalle famiglie distrutte: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques, e Nassera Kermiche, madre del giovane Adel, uno dei due terroristi a sua volta ucciso dalla polizia. Contro ogni logica umana la donna cristiana e quella musulmana si sono cercate, confidate, fino a diventare prima amiche e poi “sorelle”. La clamorosa amicizia è stata immortalata dal giornalista e scrittore francese Samuel Lieven nel libro Sorelle di dolore (Edizioni Ares e Lev), la cui sintesi ultima è colta dal cardinale Pierbattista Pizzaballa nella sua toccante prefazione all’opera:
«Il cuore di questo libro non è il martirio di padre Jacques Hamel né la radicalizzazione di Adel, pur restando eventi centrali e dolorosamente reali. Il cuore del libro è ciò che accade dopo. È l’umanità che resiste sotto le macerie».
Domande vertiginose
Rosaline, parrucchiera vissuta tra separazioni familiari e povertà materiale, è la vera ideatrice del sodalizio, è lei la “miccia”. Per il semplice fatto che, dopo l’uccisione dell’amato fratello, è a lei che accade qualcosa di strano: viene abitata da una domanda vertiginosa: «Se fossi la madre del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei?».
«Questa domanda», spiega Rosaline nel libro, «si è fatta lentamente strada nella notte densa della disperazione. Io non c’entro nulla. È emersa mio malgrado. È risalita in superficie pian piano, dal giorno dopo l’attentato fino a quando me la sono posta ad alta voce, quasi esigessi una risposta immediata».
Mentre la sorella del sacerdote si struggeva intorno a questi pensieri, anche in Nassera si era mosso qualcosa, tanto che da tempo cercava un avvicinamento con la famiglia della vittima.
«Dovevo chiedere perdono alle vittime e alla famiglia di padre Hamel. Perdono per mio figlio, perché voglio credere che, se fosse sopravvissuto, lui stesso avrebbe chiesto perdono».
Lei, madre di 5 figli (di cui l’ultimo, Sofien, autistico), arrivata in Francia dall’Algeria e diventata insegnante dopo una laurea strappata alle ore notturne, desiderava raccontare l’inferno vissuto dopo l’attentato e la sua lotta contro la radicalizzazione improvvisa di un figlio avvenuta tra social e carceri. Un figlio che aveva cresciuto esattamente come gli altri, tre dei quali erano anche diventati professionisti: una chirurga, un’insegnante e un informatico.
«Ad Adel, all’epoca dell’attentato diciannovenne», scrive Lieven, «Nassera aveva dato lo stesso amore, la stessa tenerezza […]. Non è bastato, ritrovandosi ad essere agli occhi del mondo la madre di un terrorista».
Il primo incontro
Due volontà che si incontrano, dunque. Fino al primo emozionante incontro di persona, il lunedì di Pasqua del 2017, che le pagine del libro raccontano come un cortometraggio. Rosaline si dirige a casa di Nassera con indosso la giacca del fratello Jacques, come a volerlo portare con lei; si ferma a pregare davanti al cancello per farsi forza; una volta entrata l’abbraccio è «interminabile». Quando, tra le lacrime, Nassera le chiede perdono, Roseline – da «custode del suo dolore» quale per l’autore era già diventata – le risponde con queste parole:
«Non sono venuta per sentirmi chiedere perdono ma perché insieme proviamo ad affrontare il nostro dolore di sorella e di madre».
In quel momento le due donne, una musulmana l’altra cristiana, smettono di essere la “sorella della vittima” e la “madre del carnefice” per diventare nel tempo – l’espressione è ancora di Roseline – «sorelle di dolore». Il prossimo 21 agosto, a Rimini, saranno protagoniste dell’incontro di apertura del Meeting.
La preferenza è una cosa seria.
Aggiungi Tempi alle tue “fonti preferite” di Google:
La via della pace
Dopo il primo incontro Rosaline non si ferma e nel 2018, per la festa di Ognissanti, propone a Nassera di condividere un momento di raccoglimento sulla tomba di Adel. Sul luogo della sepoltura, tenuto anonimo su richiesta delle autorità per evitare atti di fanatismo, Roseline estrae dalla borsa un messaggio e lo legge ad alta voce.
«Adel, l’anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te.
È una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza.
Il perdono è la via della pace.
Prego il Dio di Abramo, padre di tutti i credenti, che tu possa trovare pace, che ti accolga con il suo Spirito di bontà e di misericordia.
Uno spirito malefico ti ha rubato l’anima. Con il perdono che ti offro, imploro padre Hamel e il Dio di Amore perché riconoscano in te l’anima di un figlio sensibile e amorevole. Grazie a Dio e pace agli uomini di buona volontà.Roseline, sorella di padre Hamel».
La potenza del perdono
Dopo queste parole persino Sofien, di solito chiuso ermeticamente nel suo mondo ma quel giorno portato da sua madre su quella tomba, non ha trattenuto le lacrime e ha iniziato a conversare con quel fratello maggiore che da bambino gli aveva insegnato a correre e ad andare in bici. «A poco a poco l’ho imitato», racconta Nassera, «ed è grazie a Sofien se oggi riesco anch’io a rivolgermi ad Adel con tanta spontaneità. Ogni due o tre mesi vengo a dargli notizie della famiglia».
Per Samuel Lieven tutti i piccoli-grandi segni che caratterizzano la vicenda sono conseguenze del «potente “effetto domino” innescato dal perdono». Intanto anche Nassena Kermiche, esattamente come Roseline Hamel, aveva voluto indagare meglio gli aneliti del proprio cuore, fino a recarsi, nel 2020, a visitare la tomba di padre Hamel, già meta di pellegrinaggio per molti francesi.
«Ho chiesto a padre Hamel di perdonare mio figlio», racconta la donna algerina, «in fondo al cuore so che lo ha perdonato. Il mio incontro con Roseline ne è il segno. Sono morti e si sono ritrovati lo stesso giorno. Ora entrambi vegliano su di noi».
«Vattene, Satana»
Alla storia manca ancora ancora un elemento non secondario, capace di legare tutto. In Francia, ricorda l’autore dell’opera, molto si è scritto sul perdono concesso da padre Hamel ad Adel e all’altro attentatore. Libri, editoriali, dibattiti. Anche e soprattutto teologici. Perché davanti al coltello che lo aveva già ferito una prima volta, con un duplice grido destinato a fare il giro del mondo – «Vattene Satana! Vattene Satana!» – «il sacerdote non si è rivolto al suo aggressore, quanto allo spirito maligno che ne aveva preso il controllo». A spiegare meglio di tutti è ancora Roseline, «attraverso la quale risplende Jacques, e attraverso di lui Cristo», scrive ancora Samuel Lieven. «Pronunciando quella frase subito prima di morire», afferma la donna, «mio fratello ha liberato l’anima dei suoi assassini».
Come “ratificò” anche papa Francesco davanti a lei e ai pellegrini di Rouen ricevuti a Roma pochi mesi dopo l’attentato, le parole del martire sgozzato – che da subito il Pontefice additò come “beato” – furono un autentico atto di esorcismo. L’ultima azione di un sacerdote «figlio del Vaticano II», «tormentato dal tema del dialogo», a cui in deroga alla regola che vuole che si aspettino cinque anni dalla morte, il Vaticano ha concesso che fosse aperta subito la causa di beatificazione.
Se la “clamorosa” amicizia tra Rosaline e Nassena si svolge tutta nel nome di Jacques Hamel, ormai «fratello universale», la lettura di Sorelle di dolore costringe il lettore a una domanda che mette spalle al muro: fino a dove può arrivare la nostra umanità?

Samuel Lieven, Roseline Hamel, Nassera Kermiche, Sorelle di dolore, Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana 2026, 200 pagine, 18 euro.
Disclaimer: grazie al programma di affiliazione Amazon, Tempi ottiene una piccola percentuale dei ricavi da acquisti idonei effettuati su amazon.it attraverso i link pubblicati in questa pagina, senza alcun sovrapprezzo per i lettori.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Valerio Pece
Source link



