«Vivere con la schizofrenia è come vivere con un’altra persona dentro: tu hai già un problema con te stesso, figurarsi quando si è in due». La voce è quella di Giuseppe Mastromatteo, fotografo e Presidente & Chief Creative Officer per l’agenzia di comunicazione Ogilvy Italia. Ci sono voluti quarant’anni perché capisse cosa fosse successo realmente alla sorella maggiore Gabriella e quanto la diagnosi di schizofrenia paranoide avesse modificato gli equilibri della sua famiglia. Tant’è che il momento che l’ha segnato maggiormente è stata la consegna da parte della mamma dei faldoni psichiatrici contenenti 25 anni di trascrizioni mediche. «Fino a quel momento, in famiglia si parlava pochissimo di ciò che era successo. Sapevo soltanto che mia sorella era stata male da bambina. Crescendo, però, ho sentito il bisogno di capire davvero», racconta. Da qui, l’esigenza di riappropriarsi della sua storia, di riappacificarsi e lasciar andare, attraverso la scrittura del libro Euforia. Fotografia come terapia.
L’infanzia negata
Della sua infanzia Giuseppe ricorda solo qualche frammento: «Mio padre che spesso si rifiutava di stare a tavola, Gabriella che trascorreva gran parte del tempo chiusa nella sua camera». Nato nel 1970 a Busto Arsizio, Mastromatteo viene trasferito in collegio all’età di sei anni, proprio su consiglio dello psichiatra che aveva in cura la sorella: «Se in una famiglia c’è un caso così delicato, spesso il figlio più piccolo viene allontanato per proteggerlo. All’epoca non si sapeva bene cosa fosse questa malattia e come potesse evolvere».
Quando tornava a casa per il weekend, si isolava nella sua cameretta, uno spazio sicuro dove il rumore dei problemi veniva sovrastato dalla musica nelle cuffie o dalle canzoni suonate al pianoforte: «I miei genitori mi aspettavano con entusiasmo, ma dopo poche ore mi rendevo conto che i problemi erano ancora tutti lì. Alla fine volevo quasi tornare in collegio», ammette. Anche se all’inizio il trasferimento è stato doloroso, Giuseppe aveva quasi finito per per costruirsi un’altra famiglia: «Lì c’erano tanti ragazzi come me, ognuno con la propria storia, tutti lontani da casa per motivi diversi». Un’esperienza che inevitabilmente l’ha costretto a crescere prima dei suoi coetanei.
La salute mentale negli anni ’70
Negli anni Settanta, prima ancora della riforma Basaglia (storica normativa italiana che ha disposto la chiusura dei manicomi), alla difficoltà di convivere in famiglia con una malattia come la schizofrenia si aggiungeva anche il peso dello stigma: «Non esisteva la sensibilità che c’è oggi nei confronti della salute mentale. Anche tra i parenti si diceva semplicemente: “È matta”. E quella parola pesava moltissimo». La vergogna ha limitato per un lungo periodo la vita della famiglia e ostacolato, in parte, la gestione della malattia: «Quando mia sorella è stata riconosciuta invalida civile al cento per cento, a mia madre spettava la pensione di invalidità. Lei impiegò 10 anni per andarla a ritirare, perché il capo dell’ufficio postale era il nostro vicino di casa».
Anche per questo, racconta Giuseppe, in famiglia era difficile trovare uno spazio per condividere quello che stava succedendo: «Mamma e papà erano due artigiani, completamente assorbiti dal lavoro». Il silenzio è diventato una delle ragioni alla base della nascita del progetto di oggi: «Mia madre ha letto il libro quattro o cinque volte e ogni volta si commuove, perché inevitabilmente rileggendo la storia rilegge anche se stessa».
Per la donna, quel racconto è diventato un modo per uscire dall’ombra: «Il libro è nato per raccontare quello che aveva vissuto, per divulgarlo e, in qualche modo, liberarsene. Credo che oggi cammini finalmente a testa alta, perché sente che quella storia è diventata qualcosa di bello».
L’arte come terapia
L’accettazione, racconta il fotografo, passa attraverso l’arte, perché quest’ultima «nasce quasi sempre da una crepa, da una ferita». È stata proprio la fotografia a permettergli di tornare, quarant’anni dopo, a quel tempo negato e a dare un nuovo significato a una storia rimasta a lungo sospesa: «L’arte non riscrive i fatti, ma permette di rimetterli al loro posto. Ti dà la possibilità di esplorare mondi che altrimenti non potresti raggiungere, perché ha a che fare con l’immaginazione, con la fantasia e con la rielaborazione della realtà».
Si tratta di un linguaggio che Mastromatteo ha utilizzato quasi sempre per raccontare ciò che vedeva fuori e che, solo più tardi, è diventato uno strumento per guardarsi dentro: «Per molti anni ho fatto una fotografia rivolta all’esterno, raccontando il mondo. Il tema dell’identità è sempre stato presente, ma mai in modo così intimo». Nel progetto questa ricerca interiore prende forma anche attraverso le maschere realizzate con i volti della sua famiglia: «Sono i volti di noi tre: mia madre, mia sorella e me. Mio padre non c’è più e non ha mai avuto la possibilità di raccontare questa storia». Ricostruire quelle immagini di quel tempo negato è stato un modo per tornare a incontrare le persone che erano e recuperare una quotidianità perduta: «Per me è stato come costruire un piccolo teatro, nel quale ho potuto ricomporre il tempo che non abbiamo vissuto insieme. È una forma di riscrittura della memoria». Perché, per Mastromatteo, l’arte non cancella il dolore, ma permette di trasformarlo: «Ogni famiglia attraversa una propria sofferenza. Magari non è una storia grave come la nostra, ma tutte le famiglie convivono con fragilità e malattie. Questo libro è un modo per dire che non bisogna vergognarsene».
L’equilibrio di oggi
Oggi quella ferita familiare ha lasciato spazio a un equilibrio diverso. Giuseppe è amministratore di sostegno di Gabriella da quasi vent’anni e il legame con lei è profondamente mutato: «Oggi abbiamo un ottimo rapporto». Una serenità raggiunta anche grazie alle cure farmacologiche: «La clozapina è stata l’unica terapia che abbia realmente funzionato. Negli anni Settanta, invece, non esistevano farmaci efficaci e si ricorreva perfino all’elettroshock. Non è qualcosa che appartiene ai film: era la realtà».
Gabriella oggi ha sessantotto anni e conduce una vita tranquilla: «Se la incontrassi per strada probabilmente non penseresti mai che sia malata. Frequenta laboratori, legge, trascorre molti mesi al mare insieme a mia madre e tra loro c’è un rapporto molto equilibrato». Anche il legame con la madre, dopo anni di silenzi e sofferenze, ha trovato una nuova dimensione. Quel racconto che per decenni era rimasto chiuso nei faldoni psichiatrici oggi è diventato un libro, una mostra, un modo per guardare al passato senza più vergogna. La storia di Gabriella non è più soltanto quella di una malattia, ma quella di una famiglia che ha imparato, attraverso l’arte, a fare pace con la propria memoria e con il dolore.
Ultimo aggiornamento: domenica 26 luglio 2026, 05:00
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