ILLEGALITÀ
Il foglio di via ricevuto da Jwanino, volto noto sui social, torna al centro delle discussioni pubbliche. A far discutere è il tono volutamente provocatorio mostrato online dopo il provvedimento, una vera e propria sfida alle istituzioni.
A far esplodere la polemica è stata soprattutto la reazione del giovane su TikTok: video e contenuti in cui il provvedimento ricevuto viene trasformato in un motivo di scherno, alimentando l’idea di una sfida aperta alle istituzioni. Un atteggiamento che ha acceso la rabbia di molti cittadini onesti, convinti che troppo spesso chi infrange le regole finisca per trasformare le conseguenze in uno spettacolo da condividere online.
A pesare è anche la sensazione (più un dato di fatto, sinistramente voluto), diffusa tra una parte dell’opinione pubblica, che chi arriva nel Paese e non rispetta le regole venga comunque tollerato e accolto senza un adeguato richiamo alla responsabilità, mentre le persone che vivono onestamente vivono nella paura del fenomeno maranza e chiedono più sicurezza, rispetto delle norme e risposte concrete dalle istituzioni.
Il problema dei provvedimenti che restano sulla carta
Il punto centrale della discussione riguarda proprio l’efficacia del foglio di via, uno strumento previsto dalla legge per allontanare soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica da determinati territori La critica è chiara: troppe carte, troppe procedure e troppo pochi risultati visibili. Una distanza che finisce per alimentare la sensazione di impunità e la sfiducia di chi ogni giorno chiede semplicemente che le regole vengano fatte rispettare.
Episodi come questo alimentano una sensazione sempre più diffusa: che certi provvedimenti rischino di restare soltanto atti sulla carta, incapaci di produrre un effetto reale. Documenti, divieti e annunci si moltiplicano, ma quando chi li riceve può trasformare tutto in una provocazione pubblica sui social, cresce la percezione di uno Stato che scrive molto e interviene poco.
La critica va oltre il singolo caso: molti cittadini avvertono l’immagine di uno Stato troppo tollerante, troppo concentrato sull’accoglienza e troppo poco determinato nel far rispettare regole e responsabilità. Il risultato, secondo questa visione, è un clima in cui chi vive onestamente rischia di sentirsi dimenticato, mentre chi sfida le istituzioni sembra trovare spazio e protezione.
Una frattura che alimenta rabbia e sfiducia: la sensazione di una parte della popolazione è quella di essere costretta a subire degrado e illegalità, mentre chi rispetta le regole aspetta ancora risposte concrete.
Basta con la favola della pecora smarrita
C’è una contraddizione che ormai salta agli occhi di chiunque, e che una fetta sempre più ampia di cittadini non è più disposta a digerire in silenzio: chi arriva in Italia, rispetta le regole, si rimbocca le maniche e lavora per costruirsi un futuro, non è mai stato il problema. Anzi. Il problema comincia esattamente dove finisce la legalità: quando qualcuno decide di infischiarsene delle regole, sfida lo Stato a viso aperto e poi, appena arrivano le conseguenze, si traveste da vittima.
Ed è qui che scatta il cortocircuito che manda su tutte le furie l’opinione pubblica: da anni la sinistra ci racconta ogni infrazione, ogni reato, ogni atto di sfida alle istituzioni come la disavventura di una “povera pecora smarrita” — smarrita, si badi bene, mai colpevole. Uno smarrimento che non ha mai un responsabile, solo circostanze attenuanti pronte all’uso. Ma le pecore si perdono nei boschi, non nei tribunali. E chi delinque, deride lo Stato e calpesta le regole non è un agnellino sperduto da coccolare a prescindere: è un adulto chiamato a rispondere delle proprie azioni, punto.
La rabbia che monta nel Paese nasce proprio da questo squilibrio insopportabile
Da un lato un esercito sinistro di giustificazionisti sempre pronti a trovare un alibi per chi sbaglia, dall’altro milioni di persone oneste — italiani e stranieri regolari — che ogni giorno rispettano le leggi, pagano le tasse e mandano avanti il Paese, e che chiedono una cosa sola, semplicissima: che lo Stato faccia rispettare le regole per tutti, senza sconti e senza favole.
Perché il gregge di pecore smarrite, a forza di essere assolto in anticipo, rischia di trasformarsi in qualcos’altro. E a quel punto, altro che smarrimento.
La rabbia dei cittadini: “Lo Stato deve dimostrare di avere autorità”
Il caso Jwanino non è solo un episodio isolato: è la fotografia perfetta di una domanda che ormai brucia da anni e che nessuno vuole affrontare davvero. Quanto valgono, oggi, gli strumenti dello Stato quando chi li riceve semplicemente decide di ignorarli?
Sul suo profilo TikTok, il giovane continua a macinare contenuti, spesso con il volto coperto, con pose e atteggiamenti che a molti appaiono come una sfida bella e buona alle istituzioni. Non un profilo basso, non un passo indietro: al contrario, il provvedimento sembra essere diventato materiale, contenuto, engagement.
Uno Stato che richiama, e un algoritmo che premia. Il paradosso è servito su un piatto d’argento: chi viene fermato dalla legge trova nei social il palcoscenico perfetto per trasformare quel richiamo in visibilità, follower, popolarità.
Ed è qui che scatta l’allarme più serio: si sta consolidando l’idea di una “coperta di protezione” invisibile ma solidissima, capace di avvolgere sempre e comunque chi sfida le regole — mentre la parte sana del Paese, quella che rispetta le leggi in silenzio, continua a pagare il conto salato della frustrazione e dell’impotenza.
Perché il vero problema non è il singolo video, il singolo TikTok, il singolo like.
Il vero problema è il messaggio che passa, forte e chiaro, a milioni di persone: puoi essere richiamato dallo Stato e continuare a vivere come se nulla fosse, anzi, capitalizzando l’accaduto.
E quando l’autorità dello Stato smette di fare paura e comincia a fare contenuto, il rischio non è più solo di immagine: è il rischio che l’autorità stessa venga percepita come uno scherzo, un ostacolo aggirabile con un filtro e una didascalia.
Mentre la maggioranza silenziosa continua a chiedere una cosa sola — regole uguali per tutti, applicate per davvero — resta sospesa nell’aria la domanda scomoda: quanto può ancora reggere la distanza tra ciò che lo Stato scrive sulla carta e ciò che accade realmente nella vita di tutti i giorni?
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Redazione ilModeratore
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