La Rete per l’Agricoltura Naturale (RAN) ha lanciato nei giorni scorsi un progetto per collegare gli agricoltori che selezionano, conservano e scambiano sementi libere da brevetti e manipolazioni genetiche. L’iniziativa arriva in risposta al regolamento europeo sulle nuove tecniche genomiche, approvato in via definitiva dal Parlamento europeo lo scorso giugno, che equipara gran parte dei nuovi organismi geneticamente modificati alle varietà convenzionali. Il primo appuntamento pratico si terrà dal 7 al 9 agosto nelle Marche, presso la Natural Farm Shizen di Pergola, in provincia di Pesaro e Urbino.
Il progetto, chiamato dalla RAN “Casa diffusa dei semi”, è descritto dall’associazione come «un ampio gruppo di contadini e coltivatori che custodiscono, riproducono, scambiano e condividono semi naturali, liberi da brevetti e da manipolazioni genetiche». L’idea è riunirli in una “Rete di Custodi della Biodiversità Coltivata” e l’annuncio, diffuso sui canali social dell’associazione, ha raccolto in poche ore migliaia di reazioni e di condivisioni, spingendo l’associazione a passare subito dalle parole ai fatti. Nel weekend di agosto, Antonio Lo Fiego, direttore tecnico di Arcoiris Sementi Bio, guiderà “Semi di Futuro”, un laboratorio in economia del dono e a rifiuti zero, dedicato alla selezione, alla raccolta e alla conservazione dei semi di ortaggi. Parteciperanno anche Kutluhan Özdemir ed Ezio Maisto, che nel 2021 hanno fondato la RAN, e che apriranno le porte della fattoria naturale raccontando il ruolo delle sementi nell’agricoltura del “non fare” teorizzata dal botanico giapponese Masanobu Fukuoka. Per gli organizzatori, il progetto «non può nascere da un magazzino pieno di sementi, ma da persone che imparano a custodirle, riprodurle e tramandarle».
Il regolamento europeo contestato modifica in profondità il sistema di controllo sulle piante geneticamente modificate. A differenza dei vecchi OGM, fondati sulla transgenesi — l’inserimento nel genoma di un organismo di un gene proveniente da una specie diversa — le nuove tecniche comprendono la cisgenesi, che trasferisce geni tra organismi della stessa specie, e il genome editing, che modifica o silenzia il DNA già presente. Le varietà di categoria 1, che coprono circa il 94% dei nuovi OGM allo studio, saranno equiparate a quelle convenzionali ed esentate da etichettatura al consumo, tracciabilità lungo la filiera e valutazione del rischio; resterà solo l’obbligo, per chi sviluppa la tecnologia, di depositare i dati sui brevetti in un database pubblico, controllato da un gruppo di esperti. Gli Stati membri, inoltre, non potranno vietare la coltivazione di queste piante sul proprio territorio. Il testo è stato approvato dal Consiglio dell’Ue in aprile con il voto favorevole di 18 Paesi, Italia compresa; Croazia, Ungheria, Austria, Romania, Slovenia e Slovacchia hanno votato contro, mentre Belgio, Bulgaria e Germania si sono astenute. Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo il mese scorso, dopo il respingimento di tutti gli emendamenti presentati.
I sostenitori della riforma, a partire dalla relatrice Jessica Polfjärd, la presentano come una risposta all’adattamento climatico e alla riduzione della dipendenza da pesticidi; Copa e Cogeca, le principali organizzazioni agricole europee, hanno accolto il voto con favore. Di segno opposto la posizione di Corporate Europe e Via Campesina, secondo cui l’accordo «si basa su vane promesse sulla presunta sostenibilità delle colture NGT, che non è supportata da alcuna prova scientifica né dalla loro disponibilità sul mercato», con l’obiettivo reale di «imporre il modello brevettuale in Europa» sulle sementi, comprese quelle tradizionali e contadine.
Critiche simili arrivano da Navdanya International, l’organizzazione indiana fondata da Vandana Shiva. Nel rapporto “Semi di resistenza”, diffuso alla fine del 2025, l’associazione denuncia alterazioni genetiche non previste, instabilità cromosomiche, contaminazioni transgeniche e nuove forme di controllo corporativo, rese possibili dalla rimozione di valutazioni del rischio, etichettatura e tracciabilità.
Il tema tocca un nodo più ampio: secondo il professor Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia, la sovranità alimentare di molti Paesi è messa sotto pressione dal land-grabbing, con cui fondi e multinazionali acquisiscono terre agricole destinate all’export sottraendole alle comunità locali, e la crescente concentrazione del mercato di sementi e agrofarmaci nelle mani di pochi colossi dell’industria chimica. Il professore parla di una vera e propria “enclosure”, una “recinzione” che ingabbia i beni comuni, realizzata attraverso l’estensione della proprietà intellettuale al vivente. Il tema è cruciale, soprattutto oggi, visto che mentre la produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente a nutrire l’intera popolazione globale, 700milioni di persone che vivono in aree rurali si vedono negato il diritto al cibo. Al centro non c’è soltanto l’economia, ma una trasformazione giuridica profonda: la privatizzazione delle risorse da cui otteniamo il cibo che ci serve.
A questa pressione rispondono, con approcci diversi, sia le grandi reti internazionali sia quelle italiane: la Rete Semi Rurali, nata nel 2007 e oggi composta da circa 40 organizzazioni, con una banca dei semi comunitaria a Firenze, e ora la RAN, che pratica un’agricoltura senza aratura, fertilizzanti chimici, diserbanti né potature, affidando ai processi naturali del suolo il lavoro che altrove svolge l’intervento umano.
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Mario Catania
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