L’altalena di Trump e il nuovo Medio Oriente degli alleati autonomi


Questo è un buon momento per l’Iran per fare un accordo”. L’ultima dichiarazione di Donald Trump, affidata a Fox, è l’ennesima apertura immediatamente seguita da una minaccia. Un copione che si ripete. Il presidente ha teso la mano e, un istante dopo, ha promesso di “distruggere Pickaxe Mountain”, di cancellare ponti in due ore e centrali in ventiquattro. Una diplomazia oscillante che ieri, nel giorno del doppio incontro alla Casa Bianca con Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu, è apparsa nella sua forma più evidente.

Trump ha sostenuto che la Repubblica islamica iraniana “non avrà mai un’arma nucleare” e che “gli Stati Uniti controllano lo Stretto di Hormuz”. Ma mentre il presidente alterna rassicurazioni e ultimatum, l’America mostra una frattura profonda. Solo un cittadino su tre appoggia la guerra contro Teheran, secondo l’ultimo sondaggio Reuters-Ipsos. Si tratta del livello più basso dall’inizio del conflitto, lo scorso 28 febbraio. E il 69% degli statunitensi, inclusi quattro repubblicani su dieci, ritiene che il tycoon non abbia chiarito gli obiettivi dell’intervento militare. Una sfiducia che riflette un Paese stanco di conflitti senza strategia, preoccupato per i costi e per l’assenza di una prospettiva politica.

I costi del conflitto voluto da Trump

I numeri della guerra confermano questa inquietudine. In sei mesi di ostilità, i raid hanno ucciso circa 1.700 civili iraniani e devastato infrastrutture già provate dalla crisi economica. Diciotto militari statunitensi sono morti, mentre il Pentagono stima in 37,5 miliardi di dollari il costo diretto delle operazioni. Eppure, secondo Axios, alcuni funzionari ritengono che la pressione economica, tra carenza di benzina, rischio di corse agli sportelli e difficoltà nel pagare i combattenti, stia danneggiando l’Iran più dei bombardamenti. “Temono più il dipartimento del Tesoro che quello della Guerra”, ha detto uno di loro. Ma la stessa intelligence ha riconosciuto che la leva economica richiede tempo.

Lo scontro tra Houthi e Arabia Saudita

Il conflitto, inoltre, non si limita all’asse Washington-Teheran. L’Arabia Saudita, alleata chiave degli Stati Uniti, ha subito un duro colpo. La raffineria di Jazan, con una capacità di 400mila barili al giorno, è stata costretta a chiudere dopo l’attacco degli Houthi. Il complesso di gassificazione e l’area dei serbatoi sono stati danneggiati, e Aramco prevede di riavviare l’impianto solo a metà agosto. È un segnale ulteriore della vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali e della capacità degli attori non statali di colpire obiettivi strategici, alimentando un clima di instabilità che nessuna minaccia presidenziale sembra in grado di contenere.

La proposta dell’Oman sullo Stretto di Hormuz

In questo scenario, la proposta dell’Oman per un meccanismo regionale di gestione dello Stretto di Hormuz segna un passaggio cruciale. Il modello ricalca quello dello Stretto di Malacca, con contributi volontari per sicurezza, navigazione e protezione ambientale. Formalmente, l’Iran non avrebbe un controllo esclusivo, ma, sul piano politico, la proposta riconosce la centralità di Teheran e certifica che i Paesi del Golfo non seguono più la linea oltranzista dell’amministrazione trumpiana. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman hanno ribadito la necessità di soluzioni diplomatiche e “condizioni favorevoli” al dialogo. La regione, dopo anni di tensioni, preferisce la stabilità all’escalation.

I colloqui Libano-Israele a Roma

Se Netanyahu spinge per un coinvolgimento americano più profondo nella guerra con gli iraniani, sull’altro fronte aperto si muove in direzione opposta. Dal 4 al 6 agosto, Roma ospiterà i colloqui tra Israele e Libano, guidati dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di ampliare il ritiro delle Idf e rafforzare il controllo dell’esercito libanese nelle aree pilota. Gli Usa parlano di “notevole slancio”, di “disarmo verificabile delle organizzazioni terroristiche” e di un percorso verso un “accordo globale di pace e sicurezza”. È un processo tecnico, ma politicamente significativo. Due nemici storici scelgono la via del negoziato, anche se i nodi non mancano. Hezbollah ha mantenuto posizioni e armi.

Gli equilibri mutati

La giornata di Washington, con Zelensky e Netanyahu ricevuti alla Casa Bianca, avrebbe dovuto mostrare la centralità americana. Ha invece messo in luce la contraddizione di una leadership che oscilla tra aperture e ultimatum, mentre il Medio Oriente procede senza attendere le decisioni degli Stati Uniti. La mossa rischia di lasciare gli ex garanti della sicurezza isolati proprio nel momento in cui gli alleati sembrano aver scelto la strada delle trattative.




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 Ernesto Ferrante

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