Partendo dall’epilogo del Circolo Aniene e dell’amichettismo di Malagò, la storia di Mancini, il genio di Jesi, dall’Europeo 2020 alla fuga in Arabia e ritorno
Malagò ha scelto Mancini. La Lega Serie A non era d’accordo, la Procura federale ha aperto un fascicolo sul presidente della Figc, i presidenti di club avevano già i soldi pronti per pagare Conte. Eppure Roberto Mancini è di nuovo il commissario tecnico della nazionale italiana, con Claudio Ranieri come direttore tecnico. Open stamattina lo chiama, senza troppi giri di parole, il ct della nazionale dell’Aniene.
Il Circolo Aniene è una storica società polisportiva di Roma fondata nel 1892, culla di campioni olimpici e mondiali, e soprattutto il luogo in cui le relazioni che contano nel calcio romano si coltivano da generazioni. Malagò ne è stato a lungo presidente. Ranieri ha fondato il Roma Club Aniene. Mancini è un amico di lunga data. La Gazzetta dello Sport ha usato una parola precisa per descrivere la logica di queste nomine: romanità. Non geografia, ma rete. Circoli, cene, tornei di padel e calcetto in cui si consumano trattative che poi diventano decisioni federali.
Il presidente della Lega di A Simonelli lo ha detto chiaro durante il consiglio federale: no a Mancini, per un problema di merito e di metodo. I club erano pronti a contribuire all’ingaggio di Conte. Malagò ha ignorato tutto e Mancini ha firmato. Nel mezzo, Maldini e Leonardo si sono dimessi, il caso Pirlo ha prodotto una slavina istituzionale che ancora non si è fermata del tutto. E la Procura federale ha aperto un fascicolo su Malagò per una presunta irregolarità della documentazione presentata per la candidatura alle elezioni federali. Un mese di caos per tornare al punto di partenza, che è Roberto Mancini.
Il ragazzo di Jesi e la Samp di Vialli
Per capire perché Mancini piaccia ancora, nonostante tutto, bisogna tornare indietro di quarant’anni e fermarsi a Genova. Alla Sampdoria di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, dove Mancini e Gianluca Vialli formavano una delle coppie d’attacco più belle che il calcio italiano abbia mai prodotto.
Mancini era diverso da tutti. Non era veloce nel senso atletico del termine, non era potente, non imponeva la propria fisicità. Imponeva la propria intelligenza. Si muoveva sempre in anticipo rispetto alla palla, occupava spazi che gli altri non vedevano ancora, aveva una visione periferica che gli permetteva di leggere il gioco come se lo guardasse dall’alto. Il tocco di prima, preciso e mai banale. Il passaggio filtrato nell’unico corridoio disponibile. Il dribbling breve, mai eccessivo, sempre funzionale. Era un calciatore che faceva sembrare facile quello che era difficile, il segno dei grandi.
Con Vialli costruì una simbiosi che il calcio di club degli anni Novanta non ha replicato quasi da nessuna parte. Vialli era il centravanti che occupava gli spazi e finalizzava, Mancini era il trequartista che inventava. Si capivano senza guardarsi. La Sampdoria di Boskov vinse lo Scudetto nel 1991, raggiunse la finale di Coppa dei Campioni nel 1992, e i due erano il cuore pulsante di quella squadra. Il Ferraris, nei giorni di gara, aveva un rumore che quelli che c’erano non hanno dimenticato.
Con Vialli il rapporto andava oltre il calcio, e si vedeva in campo. Gianluca era tutto quello che Roberto non era fisicamente: potente, esplosivo, capace di saltare più in alto di tutti e di reggere le spallate dei difensori senza battere ciglio. Mancini invece scivolava via, si girava stretto, trovava l’angolo impossibile. Insieme erano completi in un modo che raramente si vede nel calcio, perché le loro qualità non si sovrapponevano, si moltiplicavano. Vialli cercava la profondità, Mancini trovava il tempo giusto per servirla. Vialli teneva palla spalle alla porta, Mancini arrivava in corsa al momento preciso. La Samp di Boskov era bella anche per altri motivi, ma senza quella coppia non avrebbe vinto lo Scudetto del 1991 né avrebbe raggiunto la finale di Coppa dei Campioni a Wembley l’anno dopo, persa di misura contro il Barcellona di Cruyff.
Poi le strade si erano divise, come spesso succede nel calcio. Vialli alla Juventus, poi al Chelsea come giocatore e allenatore. Mancini alla Lazio, alla Fiorentina, il lento tramonto di un giocatore che aveva fatto dell’intelligenza la propria forza e che non poteva compensarla con il fisico quando il fisico cominciava a cedere.
Si erano ritrovati l’11 luglio 2021, a Wembley, dopo la finale degli Europei vinta contro l’Inghilterra. Le immagini di quell’abbraccio hanno fatto il giro del mondo. Si erano abbracciati a lungo, in mezzo al campo, con il fragore dello stadio intorno e l’aria di due persone che sanno esattamente cosa stanno celebrando, che non è solo una coppa. Vialli muore un anno e mezzo dopo, il 6 gennaio 2023. Mancini aveva detto che vincere quell’Europeo insieme era stato il momento più bello della sua vita. Guardando quella foto, è difficile non credergli.
L’allenatore: il Manchester City e l’Europeo
Come tecnico, Mancini ha avuto una carriera fatta di picchi altissimi e cadute brusche. Al Manchester City ha vinto la Premier League nel 2012, il primo titolo dei Citizens dopo quarantaquattro anni, costruendo una squadra capace di giocare un calcio offensivo e spettacolare. Poi l’esonero, nel 2013, con la squadra ottava in classifica. All’Inter ha vinto tre Scudetti consecutivi, una Coppa Italia, una Supercoppa, ma è ricordato anche per le liti con i giocatori, i rapporti difficili con la dirigenza, una gestione degli spogliatoi che non è mai stata il suo punto di forza.
Il capolavoro è l’Europeo 2020. Prende una nazionale reduce da una mancata qualificazione al Mondiale 2018, la ricostruisce da zero con un’idea precisa di gioco, la porta a vincere il torneo battendo l’Inghilterra a Wembley in finale dopo i rigori. Vialli è il capo delegazione, è il cuore di un’Italia che non vuole arrendersi. Quella dell’11 luglio è stata la vittoria di un progetto, non di un lampo. La squadra giocava bene, difendeva alta, pressava con intensità, e aveva recuperato un’identità che si era persa negli anni precedenti. Mancini aveva trasformato una nazionale in un gruppo, e quel gruppo aveva vinto qualcosa che nessuno si aspettava.
La fuga in Arabia e il ritorno imbarazzante
Poi è arrivato l’agosto 2023. E anche la pagina più brutta della sua carriera. Mancini ha lasciato la nazionale in modo improvviso, comunicando le dimissioni via WhatsApp al presidente federale Gravina, pochi giorni dopo aver incontrato i dirigenti della Federazione e aver parlato di programmi e obiettivi futuri. Ha firmato con l’Arabia Saudita per uno stipendio di quaranta milioni di euro l’anno. Non ha vinto niente, ha lasciato l’incarico dopo un anno e mezzo con la nazionale saudita eliminata ai gironi dei Mondiali 2026, ed è tornato in Italia con la reputazione incrinata e un conto in banca più che integro.
Il figlio Andrea, direttore sportivo del Cesena, ha provato a contestualizzare la scelta del padre con una frase che suona sincera: «Ha il desiderio di cancellare la delusione per queste tre mancate qualificazioni. E vuole ripulire l’immagine del suo addio all’Italia».
Perché piace e perché no
Mancini piace perché ha già dimostrato di saper costruire qualcosa dal niente. L’Europeo non è stato un caso: è stato il risultato di un lavoro paziente su una generazione di giocatori che senza di lui non avrebbe trovato una forma collettiva. Sa riconoscere il talento, sa gestire i giocatori tecnici, sa imporre un’idea di gioco riconoscibile.
Non piace perché se n’è andato quando non doveva, perché il modo in cui se n’è andato ha tradito un patto con la federazione e con i tifosi, e perché il suo ritorno puzza di sistema chiuso, di amichettismo romano, di una Figc che sceglie il commissario tecnico in base alle frequentazioni del presidente piuttosto che a un processo trasparente. La Lega di Serie A non aveva voce in capitolo. I club che avrebbero pagato Conte non sono stati ascoltati. Mancini è arrivato perché Malagò lo voleva, e Malagò lo voleva perché lo conosce da anni.
Il figlio Andrea ha ragione su una cosa: alla fine sarà il campo a parlare. È l’unico giudice che conta. Ma il campo parla tra due anni, quando si qualificherà o non si qualificherà al Mondiale 2028. Nel mezzo, l’Italia calcistica dovrà convivere con l’idea che il suo commissario tecnico è stato scelto in un circolo sportivo di Roma Nord, mentre la Spagna giocava la finale mondiale a New York con un diciottenne che sembra già il migliore del mondo.
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Claudio Dell’Arti
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