C’è un paradosso, o forse un destino ricorrente, nei tentativi di sbloccare la democrazia italiana attraverso l’irruzione di figure estranee ai riti tradizionali dei partiti.
La scena, ormai celebre, si consuma tra i tavoli di un locale della costa toscana, dove reduci ed ex parlamentari discutevano animatamente sulle sorti politiche di Roberto Vannacci. C’è chi liquida il fenomeno riducendolo a una meteora estiva e chi, evocando lo spettro e l’esempio ingombrante di Charles De Gaulle, lascia la platea impietrita. Il richiamo corre inevitabilmente a quel celebre discorso di Bayeux, all’idea di un capo dello Stato concepito come supremo arbitro al di sopra delle assemblee per sanare la crisi cronica di una repubblica dei partiti incapace di riformarsi.
La Francia di allora e l’Italia di oggi si specchiano in una palude istituzionale identica, fatta di burocrazie resistenti e di un sistema bloccato che vanifica qualsiasi tentativo radicale di cambiamento.
La strategia di Vannacci e i suoi rischi
Eppure, se l’obiettivo di ampio respiro sarebbe quello di vestire i panni del razionalizzatore e di replicare la parabola gollista non come fotocopia ma come medicina d’urto, il percorso presenta ostacoli strutturali evidenti. Vannacci ha dimostrato un fiuto impressionante nel crescere, nel cavalcare il dissenso e nell’evitare i passi falsi, forte di un retroterra d’apparato che non teme la mischia. Ma la sua strategia attuale cammina su un crinale pericoloso.
I comizi aperti con parole d’ordine come “camerati” o i richiami ai propri arditi possono anche funzionare nella fase iniziale di aggregazione del consenso, ma rischiano di trasformarsi rapidamente in un vicolo cieco. Questo tipo di lessico e di impostazione finisce inevitabilmente per scoraggiare gran parte di quell’elettorato moderato o deluso che pure convergerebbe volentieri su un canale di protesta e di cambiamento.
Il malcontento che attraversa il Paese è generalizzato e trasversale, e non può essere compresso o rinchiuso nell’ambiente dell’estrema destra. Del resto, la storia politica italiana insegna che lo spazio di quell’area è da sempre strutturalmente limitato. Tutti i leader più lucidi della destra radicale, da Giorgio Almirante nei suoi anni d’oro fino agli sforzi di Pino Rauti, hanno costantemente cercato di superare quell’ostacolo storico, consci del fatto che non si vince la partita decisiva restando confinati nel proprio recinto identitario.
Il favore politico regalato a Giorgia Meloni
La mossa del generale, tuttavia, produce effetti di portata ben più ampia, offrendo a Giorgia Meloni un favore politico di dimensioni gigantesche. Per forza di cose, la galassia sovranista e conservatrice dovrà trovare una sintesi e coalizzarsi, pena la dispersione di voti che regalerebbe la vittoria alle opposizioni. Ma soprattutto, la presenza di un soggetto politico stabile e dai numeri ragguardevoli a destra di Fratelli d’Italia finisce per sterilizzare qualsiasi residua accusa di estremismo nei confronti della presidenza del Consiglio. Ancorando saldamente un’area radicale autonoma e chiaramente identificabile, Vannacci garantisce a Meloni due vantaggi non indifferenti. Il primo è che, se coalizzato, tiene coperto un bacino di consenso; l’altro è l’effettivo viatico a Meloni per accreditarsi definitivamente come il fulcro di un’area conservatrice matura, moderata e liberale, non più confinata in nessun angolo residuale.
Vannacci oltre la destra radicale
Nonostante questo insperato assist strategico alla premier, per trasformarsi in un vero fattore sistemico e non in una semplice moda del momento, il generale dovrà dimostrare un passo radicalmente diverso. Diversamente dallo slancio post-ideologico che a suo tempo seppe imprimere Umberto Bossi alla costruzione originaria della Lega, o dalla spinta di rottura di Beppe Grillo che posizionava il Movimento 5 Stelle al di là degli schieramenti tradizionali, la prospettiva di un nuovo De Gaulle italiano richiede l’ambizione di guardare oltre la frontiera di una destra eccessivamente radicale.
Senza questa capacità di espandere lo sguardo a qualcosa di veramente nuovo, la scommessa iniziale rischia di esaurirsi nella bolla dorata ma angusta di un perimetro troppo ristretto per fare la storia.
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Alessandro Scipioni
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