Chena Hot Springs: il resort che vive di innovazione sostenibile


Bernie Karl e la scommessa dell’innovazione sostenibile in Alaska

Bernie Karl è il self-made man che, contro tutto e tutti, ha trasformato una stazione termale in un laboratorio di innovazione sostenibile nel cuore dellAlaska. Ha le mani callose di chi ha scavato, costruito e sperimentato per tutta la vita. Quando sorride, gli si formano rughe profonde intorno agli occhi azzurri, che tradiscono una vitalità fuori dal comune. Lui, visionario dal cuore grande, accoglie chiunque dicendo che non ha mai avuto una brutta giornata: «Never had a bad day».

Con il Chena Hot Springs Resort ha dimostrato che anche una risorsa geotermica considerata debole per la produzione di elettricità poteva diventare un vantaggio competitivo, unendo tecnologia, ricerca e visione imprenditoriale. 

Lei definisce il suo approccio imprenditoriale come imagineering. Di cosa si tratta?

È solo un nome altisonante per dire che non devi mai smettere di provare. Io sono partito dalla fattoria di mio padre in Illinois, dove a 12 anni guidavo già il trattore. A 20 anni ho mollato tutto per lAlaska, con 50 dollari in tasca e la convinzione che se volevi qualcosa dovevi inventartela. Ho fatto il minatore, il commerciante, il riciclatoreLa vera lezione lho imparata quando ho capito che la Terra ci dà tutto, basta ascoltarla. A Chena, nel 2006, abbiamo perforato il terreno e trovato acqua a 74°C. Abbiamo costruito una centrale geotermica che oggi produce energia per 200 case, riscalda le serre, alimenta le vasche termali e persino un impianto di liofilizzazione per frutta e verdura. Tutto senza un dollaro di sussidio. Ecco limagineering: vedere ciò che gli altri non vedono e farlo accadere. 

Lei sostiene che «il fallimento non esiste. Solo feedback». Quante volte ha sbagliato nella sua carriera? 

Tutte le volte che potevo. Nel 1980 ho provato a estrarre oro in Alaska. Ho speso tutto il mio capitale, ho perso la casa, e alla fine ho trovato solo rocce. Ma da quell’esperienza ho imparato due cose: l’oro non era lì, ma il calore sì; e che la perseveranza è più importante del successo. Poi ho aperto una fabbrica di mattoni riciclati, ma i miei fornitori di carta straccia mi hanno fregato. Ho perso altri soldi, ma ho capito che le persone tradiscono, le idee, invece, no. Oggi, a Chena, abbiamo un sistema di riciclo delle acque termali che estrae litio e altri minerali. Quello che era un problema è diventato una risorsa. 

Parlando di sostenibilità, lei ha trasformato il resort in un modello di economia circolare. Come convince gli scettici che un’impresa può essere redditizia e green allo stesso tempo? 

Io non parlo di sostenibilità per moda. È matematica. Se spendi 100 dollari in energia fossile, quella se ne va. Se investi 100 dollari in un sistema geotermico, dopo 10 anni hai energia gratis per sempre. E non parlo solo di soldi: parlo di indipendenza. A Chena, abbiamo eliminato la bolletta dell’elettricità. Usiamo l’acqua calda per scaldare le serre, dove coltiviamo pomodori e lattuga anche a -40°C. Vendiamo i prodotti ai ristoranti locali e agli ospiti. Così il cerchio si chiude.

E poi c’è il turismo: le persone vengono qui per vedere come funziona, noi non proponiamo solo una vacanza, ma una visione. Le serre del resort rappresentano uno degli aspetti più significativi del progetto. In un territorio dove coltivare prodotti freschi in ogni stagione è estremamente difficile, il calore della Terra ha permesso di creare un ambiente controllato per produrre ortaggi freschi tutto l’anno. Un esempio concreto di come una soluzione energetica genera effetti positivi in settori apparentemente lontani.

Lo stesso approccio l’ho avuto con l’Aurora Ice Museum, una delle attrazioni di Chena. L’idea di mantenere un museo di ghiaccio aperto tutto l’anno in Alaska sembrava una sfida quasi paradossale. Nella prima versione del progetto ho incontrato delle  difficoltà tecniche, poi abbiamo riprogettato e migliorato il sistema, trasformando un problema in un’ulteriore occasione di innovazione sostenibile.

La sostenibilità è anche sociale: abbiamo 139 dipendenti di 14 nazionalità e tutte le religioni. Con Connie, la mia prima moglie scomparsa prematuramente, abbiamo compiuto un ulteriore passo significativo trasferendo la proprietà del resort attraverso un Employee Stock Ownership Plan (ESOP), per permettere ai dipendenti di diventare partecipi del futuro dell’azienda. Una scelta che riflette l’idea di impresa fondata non soltanto sugli asset tecnologici, ma anche sulle persone che contribuiscono ogni giorno al suo funzionamento. 

Lei ha iniziato senza lauree e senza finanziamenti pubblici. Oggi molti giovani imprenditori si sentono bloccati dalla mancanza di capitali o di competenze. Qual è il suo consiglio? 

Il problema non è il denaro. Il problema è la paura. Io non ho mai avuto un prestito in vita mia. Ho sempre usato ciò che avevo: le mani, la testa e la terra sotto i piedi. Ai giovani dico: iniziate in piccolo. Non serve una centrale elettrica per cominciare. Prendete un problema locale – come i rifiuti di una scuola – e inventate la soluzione. Magari costruite una serra con bottiglie di plastica riciclate. Poi scalate. Io ho iniziato con un forno solare nel mio cortile. Oggi, quel forno scalda una serra che dà lavoro a 15 persone. E poi: non aspettate il permesso. Se avessi chiesto il permesso di perforare il terreno a Chena, mi avrebbero riso dietro. Fate, poi chiedete scusa. È così che funziona.

Lei è stato definito uno scrapper, un tipo che si arrangia con poco. Ma oggi linnovazione richiede tecnologia avanzata. Come concilia questi due mondi? 

Guarda questo smartphone. Costa 1.000 dollari, ma mi tiene in contatto con il mondo. La tecnologia non è un lusso, è uno strumento. Io uso pannelli solari cinesi da 50 dollari, turbine eoliche fatte in casa, e software open-source per monitorare i nostri impianti. A Chena abbiamo un sistema diintelligenza artificiale low-cost che controlla la temperatura delle serre. Costa meno di unauto usata, ma ci fa risparmiare il 30% di energia. Non serve essere Bill Gates per innovare. Serve solo osservare, sperimentare e adattarsi. 

Lei critica il sistema dei sussidi alle energie rinnovabili, dicendo che creano dipendenza…

Perché la dipendenza è il contrario dell’innovazione. Se ti abituano a ricevere soldi per installare pannelli solari, poi non impari a costruirli. Io ho costruito la mia centrale geotermica con attrezzature usate, rottami di Caterpillar e ingegno. Se domani il governo toglie i sussidi, io continuo a lavorare. Gli altri? Chiudono bottega. L’energia deve essere democratica. Non può essere un privilegio di chi ha i soldi o i contatti. A Chena chiunque può venire a imparare. Abbiamo formato ingegneri dal Kenya, dal Nepal, dal Guatemala. L’innovazione si diffonde solo se è accessibile. 

Lei afferma che la Terra non ci appartiene, ma siamo noi ad appartenere alla Terra». Come si traduce questo nella sua attività quotidiana? 

Significa che non puoi prendere senza dare. A Chena, non usiamo prodotti chimici nelle nostre serre. Usiamo il compost dei rifiuti organici del resort. Non sprechiamo una goccia dacqua: lacqua che usiamo per le terme torna nel terreno, riscaldando altre vasche. E poi c’è il rispetto per le persone. Io pago i miei dipendenti più della media locale. Perché se vuoi che qualcuno si impegni, devi trattarlo come un partner, non come un numero. 

Alla sua età (74 anni),  che cosa la spinge ancora a svegliarsi ogni mattina e lavorare 12 ore al giorno? 

Ogni giorno è una nuova avventura. Ieri ho trovato una perdita nella tubatura geotermica, oggi l’ho riparata. Domani? Non lo so. Forse proverò a coltivare mirtilli blu su scala industriale. O forse inventerò un sistema per riscaldare le case con il calore dei data center. Così ci hanno insegnato nostro padre, di origine tedesca, e nostra madre, irlandese. Io sono il sesto di 13 figli; la mamma è stata la seconda di 13; e la nonna la prima di 17. Dovevamo leggere l’enciclopedia già a 9 anni per prepararci a sapere fare tutto. Siamo dei gran lavoratori.

Ma, soprattutto, voglio morire sapendo di aver lasciato questo posto un po’ meglio di come l’ho trovato, pensiero che condivido con la mia seconda moglie Moon. Ogni volta che vedo un bambino che nuota nelle nostre acque termali, so che sta imparando qualcosa che i libri non insegnano: che la Terra ci sostiene, e noi dobbiamo sostenere lei. 

Un’ultima domanda: qual è il suo sogno per il futuro? 

Che ogni villaggio, ogni città, ogni casa abbia accesso a energia pulita, cibo locale e acqua calda. Che nessuno debba più scegliere tra pagare la bolletta e mangiare. Che l’innovazione non sia un lusso, ma una scelta quotidiana. E che i giovani capiscano che non serve aspettare il futuro. Il futuro si costruisce oggi, con le mani, la testa e il cuore.


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