Sessantasette morti in mare. Cinquantamila persone in trentasei ore. Una città di 83.000 abitanti inondata da una folla equivalente alla metà della sua popolazione. La politica europea chiama tutto questo emergenza. Non lo è. È la conseguenza prevedibile di decenni di scelte sbagliate, rimaste tali perché nessuno aveva voglia di pagare il costo politico di cambiarle.
Cos’è Ceuta, davvero
Ceuta si trova sulla costa nordafricana, a poche miglia dallo Stretto di Gibilterra. Geograficamente appartiene all’Africa. Politicamente è Spagna, e quindi Unione Europea. Questa contraddizione geografica esiste da secoli. La Spagna è presente a Ceuta dal 1668. Una recinzione di otto chilometri la separa dal Marocco: due barriere parallele con filo spinato in cima, sei metri d’altezza, sensori, videosorveglianza, luci che abbagliano. Costruita negli anni Novanta, potenziata con fondi europei, aggiornata costantemente. Non ha mai fermato nessuno che volesse davvero passare.
È l’unico confine terrestre tra l’Unione Europea e l’Africa. Questo la rende, strutturalmente, uno dei punti di pressione più alti del pianeta. Non da questa settimana. Da sempre.
La sentenza, i trafficanti e il fattore scatenante
Il detonatore immediato della crisi attuale è una sentenza della Corte Suprema spagnola dell’8 luglio 2026. Il provvedimento ha dichiarato illegittimi i respingimenti immediati per i migranti giunti via mare, imponendo procedure individuali di identificazione. Il governo spagnolo e il Marocco sostengono che le reti di trafficanti abbiano usato quella sentenza come strumento di propaganda, convincendo migliaia di persone che il passaggio fosse diventato più sicuro. Concorrono povertà, mancanza di prospettive, l’effetto dei social network e quella sentenza.
È una spiegazione parzialmente vera e completamente insufficiente. I trafficanti non creano i flussi. Li cavalcano. Se cinquantamila persone si gettano in mare in trentasei ore, è perché cinquantamila persone avevano già deciso che quello fosse il da farsi. Oppure, peggio ancora, che qualcuno (più di qualcuno, forse) ha un interesse immediato a che succedesse tale emergenza. La sentenza ha forzato i tempi.
Chi arriva e da dove viene
Una parte consistente dei migranti coinvolti sarebbe composta da cittadini marocchini, affiancati da algerini e da una minoranza proveniente dall’Africa subsahariana. Per chi fugge da conflitti armati nell’Africa subsahariana dove Mali, Sudan e Guinea rappresentano le principali nazionalità dei richiedenti asilo secondo l’UNHCR, la rotta verso Ceuta è considerata meno rischiosa rispetto alle traversate su imbarcazioni di fortuna.
Meno rischiosa. Questa settimana, con sessantasette cadaveri recuperati in mare, è difficile sostenere questa idea. Ma negli ultimi dieci anni (dal 2016 al 2026), la rotta migratoria atlantica verso le Isole Canarie, alternativa principale, ha registrato oltre 15.000 vittime tra morti e dispersi, con una riaccensione drammatica e costante dei flussi e dei naufragi a partire dal 2020. Ceuta, per chi parte, resta il male minore tra mali che non dovrebbero esistere.
Il Marocco come guardiano armato
Il nodo strutturale cui nessun pare guardare è che la tenuta del confine di Ceuta dipende dal Marocco. Sempre dipesa. La relazione tra Spagna e Marocco è asimmetrica. La capacità di intercettazione a monte risiede a Rabat. Quando quella capacità si intensifica, la pressione cala. Quando si allenta, esplode.
Nel 2021 il Marocco allentò i controlli in risposta a una crisi diplomatica con Madrid sulla questione del Sahara Occidentale. In pochi giorni entrarono diecimila persone. Non era un’ondata spontanea. Era una risposta politica. I modelli storici dimostrano che le fluttuazioni nella gestione delle frontiere marocchine si sono ripetutamente tradotte in rapidi cambiamenti nei volumi di arrivo, consolidando la pressione migratoria come strumento latente all’interno della più ampia agenda bilaterale che comprende il Sahara Occidentale, l’accesso alla pesca e le preferenze commerciali.
L’Europa paga il Marocco per fermare i migranti. Il Marocco usa i migranti per negoziare con l’Europa. È un sistema cinico, documentato, e perfettamente funzionante per entrambe le parti. Le uniche che non ne traggono beneficio sono le persone che nuotano, e che in quel tratto di mare possono perdere la vita.
Lo scontro Roma-Madrid e la solidarietà scomparsa
L’Italia ha risposto alla crisi sospendendo i controlli Schengen alla frontiera con la Spagna. Piantedosi ha definito la misura cautelativa e non grave. Sánchez ha scritto a Bruxelles: “La solidarietà e l’empatia sono opzionali. Il rispetto dei trattati europei e dei dati, no”. Ha poi elencato i dati Frontex: attraverso l’Italia, tra il 2021 e il 2026, sono entrate 478.600 persone irregolari, il doppio di quelle entrate dalla Spagna nello stesso periodo. Ha ricordato che Ceuta non fa parte dello spazio Schengen.
La replica italiana non è arrivata nel merito. Roma ha confermato i controlli alla frontiera.
È uno scontro che rivela qualcosa di più profondo del litigio tra due governi. Rivela che il principio di solidarietà europea sulle migrazioni non esiste come prassi. Esiste come retorica da tirare fuori quando si è il paese sotto pressione e da dimenticare quando si è il paese che guarda. L’Italia lo sa bene, essendo stata a lungo nella prima categoria. Lo sa anche la Spagna, che ora si trova a difendersi dagli stessi argomenti che Roma usava per chiedere solidarietà.
La recinzione che non ferma nessuno e i miliardi spesi per costruirla
Nei primi mesi del 2026 gli arrivi a Ceuta sono aumentati del 164 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La recinzione di otto chilometri c’è. I sensori ci sono. I fondi europei per potenziare il confine ci sono stati. I risultati sono quelli che si vedono questa settimana.
Il modello europeo di gestione delle frontiere esterne si basa sull’idea che costruire muri e pagare paesi terzi per fermare i flussi produca sicurezza. Produce rimpatri, produce tensioni diplomatiche, produce morti in mare. Non produce una riduzione strutturale della pressione, perché quella pressione ha cause che stanno molto più a monte di qualsiasi recinzione.
La combinazione tra crisi sociali nei paesi di origine, reti di traffico, fragilità strutturali delle enclave e sentenze giudiziarie rende probabile il ripetersi di nuove ondate. Ceuta non è soltanto il teatro di una crisi migratoria. È il punto in cui si materializza ogni contraddizione di una politica che preferisce gestire le conseguenze piuttosto che affrontare le cause.
Le cause, i numeri e i nomi che non ci diciamo
Le cause si chiamano cambiamento climatico che desertifica le terre agricole del Sahel. Si chiamano conflitti armati alimentati da armi europee, accordi commerciali che proteggono i mercati europei e danneggiano le economie africane. Si chiamano politiche di sviluppo che trasferiscono fondi ma non cambiano le strutture di potere locale.
Nessuna di queste cose viene discussa quando l’Europa litiga su Ceuta. Si discute di respingimenti, di Schengen, di sentenze della Corte Suprema. La rotta verso Ceuta viene considerata da chi la sceglie un’alternativa meno rischiosa rispetto alle traversate marittime su imbarcazioni di fortuna. Meno rischiosa. Sessantasette morti questa settimana.
I numeri di questa settimana hanno nomi che non conosceremo mai. Qualcuno era partito dal Mali, dal Sudan, dalla Guinea. Altri dal Marocco, dall’Algeria. Qualcuno aveva un telefono in tasca con la foto dei figli. Qualcuno era un figlio. I sessantasette cadaveri recuperati in mare erano persone che avevano fatto un calcolo preciso: il rischio di morire attraversando era inferiore al rischio di restare.
Questo è il dato che la politica non riesce a guardare. Non il numero dei morti, che viene citato e dimenticato nel giro di un ciclo di notizie. Il calcolo che lo precede. La decisione razionale, lucida, di mettere un neonato in braccio e buttarsi in mare perché l’alternativa era peggio.
Finché quella decisione continuerà ad avere senso, Ceuta, come le imbarcazioni di fortuna dal nord Africa, continueranno a riempirsi. Le recinzioni, i rimpatri, le sospensioni Schengen e i comunicati diplomatici non cambiano i termini di quel calcolo. Lo cambiano solo le condizioni che lo rendono necessario. E quelle condizioni stanno dall’altra parte del mare, in luoghi che l’Europa conosce bene, che finanzia selettivamente e che preferisce non visitare quando decide le proprie politiche di frontiera.
L’Europa può ignorarlo ancora a lungo. Lo fa da trent’anni. Ma i morti nel mare di Ceuta non aspettano che qualcuno finisca di discutere di Schengen.
Correlati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Valeria Bocci
Source link



