Il governo chiede “piena luce”, ma sulla strage di Bologna si sa molto: tutte le verità giudiziarie


Ormai è diventato un appuntamento fisso: ogni 2 agosto la presidente del Consiglio e gran parte dei suoi alleati dedicano i propri interventi istituzionali sulla strage di Bologna evitando accuratamente di attribuirne la responsabilità alla destra eversiva neofascista. Quest’anno non sono mancate neppure le stoccate alla magistratura: Meloni ha ribadito la necessità di «fare piena luce sulle stragi», nonostante una lunga serie di sentenze abbia accertato che l’attentato fu compiuto da esponenti dell’eversione neofascista. A vincere la medaglia d’oro del revisionismo è il presidente del Senato Ignazio La Russa che, dopo aver racchiuso tra virgolette la «“matrice fascista”» delle stragi, ha chiesto ancora una volta una «ricerca della completa verità» su una vicenda che più vera non potrebbe essere: il 2 agosto 1980, 85 persone furono uccise in un attentato terroristico neofascista compiuto da soggetti legati all’eversione di destra e degli apparati istituzionali, sotto la direzione dei vertici della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

I comunicati del governo

Omettere equivale a mentire? Nel dibattito sulla definizione di menzogna, c’è chi ritiene che il non detto, quando è consapevole, sia persino peggiore della bugia. Talvolta, infatti, l’omissione intenzionale non si limita a nascondere una verità, ma arriva ad affermarne il contrario o a plasmarla secondo gli interessi dell’una o dell’altra parte. Non è dato sapere cosa il governo Meloni pensi della dimensione del non detto; quello che è certo è che, talvolta, non dice: «Quarantasei anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Ha colpito al cuore la Nazione intera, con un attentato che ha disintegrato la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre duecento», recita il comunicato di Palazzo Chigi. Come ormai ogni anno da quando è al governo, Meloni richiama la necessità di «fare piena luce sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel Dopoguerra», forse dimenticando che, quanto alla matrice della strage di Bologna, non c’è alcuna ombra da diradare.

Salvini si è unito al coro di Meloni, con quella che ci si augura essere una leggerezza linguistica degna di venire segnalata: «Oggi Bologna e l’Italia ricordano e onorano una strage maledetta che ha rubato la vita a donne, uomini e bambini innocenti. Con l’auspicio che nessuno oggi disonori la memoria delle vittime insultando, aggredendo, devastando o seminando violenza», scrive in un comunicato che – almeno nel primo periodo – sembra più celebrare gli attentatori che le vittime: bene «ricordare» la strage, un po’ meno «onorarla». Le dichiarazioni più controverse, tuttavia, arrivano dal presidente del Senato: «È doveroso ricordare nuovamente che la verità giudiziaria ha attribuito con sentenza definitiva alla “matrice fascista” la responsabilità di questa orribile strage. È altrettanto doveroso unirsi alla richiesta che viene da più parti di proseguire nella ricerca della completa verità. Lo dobbiamo all’Italia». La Russa, insomma, pare stare non troppo velatamente mettendo in discussione la matrice di una strage accertata giuridicamente da decenni. L’unico leader dei partiti di governo ad attribuire chiaramente la strage al terrorismo neofascista è stato Tajani.

I comunicati del governo degli ultimi anni non sono stati molto diversi. Nel 2025 Meloni parlava genericamente di «terrorismo» e rilanciava l’impegno a fare la propria parte per «arrivare alla piena verità sulle stragi che hanno sconvolto la Nazione nel secondo Dopoguerra»; nel 2024 ricordava che le sentenze attribuiscono le stragi ai movimenti neofascisti, utilizzando quel riferimento per criticare gli attacchi delle opposizioni al governo; nel 2023, invece, la parola «neofascismo» non compariva nel comunicato e, come di consueto, la presidente del Consiglio ribadiva la necessità di «giungere alla verità sulle stragi che hanno segnato l’Italia nel Dopoguerra».

Il percorso giudiziario

Il primo processo per la strage di Bologna iniziò nel 1987 e coinvolse oltre venti imputati, accusati di strage, banda armata, associazione sovversiva e calunnia aggravata. Tra loro figuravano esponenti dei NAR (Fioravanti, Mambro, Cavallini), di Avanguardia Nazionale (Delle Chiaie), della P2 (Gelli) e del SISMI (Musumeci, Belmonte, Pazienza). Dopo una complessa vicenda giudiziaria, la Cassazione confermò l’ergastolo per Fioravanti e Mambro come esecutori materiali dell’attentato. Gelli e Pazienza furono condannati a 10 anni per calunnia aggravata con finalità di terrorismo; Musumeci a 8 anni e 5 mesi e Belmonte a 7 anni e 11 mesi per aver eseguito i depistaggi. Tra il 1997 e il 2007 si svolse un secondo processo, che portò alla condanna a 30 anni dell’ex NAR Luigi Ciavardini, anche lui riconosciuto come esecutore materiale.

Nel 2017 si aprì un terzo processo a carico di Gilberto Cavallini, condannato all’ergastolo in via definitiva nel gennaio del 2025 per aver favorito gli altri attentatori fornendo loro rifugio, documenti falsi e un’auto. I giudici hanno inoltre chiarito che dietro alla strage di Bologna si sono «mossi in modo deviato, calunnioso e in spregio ai valori e alle istituzioni democratiche anche pubblici ufficiali che perseguivano proprie autonome strategie politiche, al di fuori di qualsiasi lecita investitura politico-istituzionale». Dai NAR, la sentenza ha infatti alzato la sua lente di ingrandimento sulla P2 di Licio Gelli e l’universo delle istituzioni deviate. «Può ritenersi che il Gelli – mettono nero su bianco i giudici – tramite i servizi da lui dipendenti e che a lui rispondevano, finanziò e attuò la strage, servendosi come esecutori di esponenti della destra eversiva». Anche i depistaggi, chiariscono i giudici, vennero «posti in essere da appartenenti ai servizi tutti facenti parte della P2 o ad essa comunque collegati, i quali tutti rispondevano direttamente o indirettamente a Gelli».

La Corte ha sancito a chiare lettere che «i mandanti, gli organizzatori, i finanziatori ed alcuni degli esecutori materiali hanno agito con lo scopo di eversione dell’ordinamento democratico e di destabilizzazione delle istituzioni dello Stato». Tale verità è stata partorita per la prima volta nel 2020, quando la Procura generale di Bologna, nell’atto di conclusione delle indagini del processo appena terminato, aveva messo nero su bianco anche i nomi dei mandanti, finanziatori e organizzatori dell’attentato, oggi defunti. Licio Gelli e il suo braccio destro Umberto Ortolani sono stati indicati come i mandanti-finanziatori, mentre Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari riservati del Ministero degli Interni e lo storico direttore del giornale Il Borghese e senatore del MSI Mario Tedeschi, sono stati ritenuti mandanti-organizzatori.

L’ultimo tassello che portò al consolidamento della verità storica sulla strage di Bologna fu aggiunto un anno fa, nel luglio del 2025, quando la Corte di Cassazione ha condannato definitivamente all’ergastolo Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale, come quinto esecutore materiale. Bellini fu infatti ripreso il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna da un filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer, che ne ha attestato la presenza in loco pochi minuti dopo lo scoppio della bomba. Maurizia Bonini, ex moglie di Bellini, lo ha identificato come l’uomo ripreso dal filmato a camminare nell’area del binario 1 della stazione. Ulteriori testimonianze hanno poi indicato la presenza di Luciano Ugoletti, simpatizzante di estrema destra, «nelle immediate vicinanze della stazione subito prima dello scoppio della bomba», facendo emergere «la concreta possibilità» che Ugoletti avesse avuto come specifico compito quello di «sorvegliare l’auto del Bellini», parcheggiata nelle immediate vicinanze della stazione.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.




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