Salone del Camper di Parma: la storia di Gloria Oppici


Arrivata alle Fiere di Parma nel 1987 come product manager, Gloria Oppici ha contribuito allo sviluppo del Salone del Camper, oggi punto di riferimento nazionale e internazionale per il settore. Il fenomeno della van economy negli anni è diventato un comparto sempre più rilevante: secondo i dati di settore, nel 2025 ha raggiunto 74 milioni di presenze e un valore economico di 8,5 miliardi di euro. I dati dell’ultima edizione del Salone 2025 riportano 107.000 presenze, con 310 espositori da 22 paesi.

Il camper si inserisce in una trasformazione più ampia del viaggio contemporaneo: maggiore attenzione ai territori, alla natura, alle esperienze autentiche e ai luoghi meno conosciuti. Dietro questa crescita c’è anche un’industria italiana importante: il nostro Paese è tra i principali produttori europei di camper, con una filiera che coinvolge migliaia di addetti e una forte vocazione all’esportazione. Nel tempo sono cresciuti anche gli investimenti pubblici sulle infrastrutture dedicate all’ospitalità open air, anche se c’è ancora molto da fare. In questo scenario, la storia professionale della Oppici racconta una visione che ha anticipato molti dei temi centrali nel turismo di oggi: sostenibilità, lentezza, valorizzazione dei territori, condivisione e viaggio come esperienza.

Quando ha intuito che il turismo stava cambiando?

Alla fine degli anni Ottanta avevo capito che stava nascendo un’esigenza diversa: un turismo più vicino alla persona, alla natura e alla ricerca di esperienze autentiche. Allora non si parlava ancora di sostenibilità come oggi, ma c’era già il desiderio di un rapporto più diretto con i luoghi. Mi interessavano quei segmenti di turismo meno tradizionali rispetto a quelli proposti dalle agenzie di viaggio.

Il suo percorso alle Fiere di Parma comincia nel 1987. Da dove nasce?

Sono arrivata alle Fiere di Parma dopo la laurea in filosofia e una formazione nell’ambito del marketing. Sono entrata grazie a un concorso come product manager, quando la Fiera era ancora un ente pubblico. Ho seguito diversi settori del turismo. Uno dei primi progetti importanti è stato Quota 600, una delle prime manifestazioni in Italia dedicate alla montagna, alle comunità montane, all’artigianato e alle produzioni alimentari di qualità (a quei tempi il nostro competitor era il Salone della Montagna a Torino). Era un modo per raccontare i territori attraverso le loro eccellenze.

Qual è stata la sua chiave di lavoro?

Ho sempre cercato di guardare le cose da un punto di vista diverso. Mi ha aiutato molto il pensiero laterale: vedere possibilità dove altri magari vedevano solo dettagli. Sono una persona curiosa e appassionata. Questa curiosità mi ha permesso di seguire intuizioni che all’inizio potevano sembrare non convenzionali.

Essere una giovane donna in un ambiente complesso ha rappresentato una difficoltà?

Non ho mai vissuto il rapporto con gli uomini come una differenza. Ho sempre lavorato con grande impegno, come se non esistesse questa distinzione. Mi hanno aiutato molto la cura delle persone e delle cose, la curiosità e la capacità di costruire relazioni. Anche le esperienze della vita personale, essere madre e moglie, hanno contribuito al mio modo di affrontare il lavoro.

Quando nasce lintuizione legata al camper? 

Nasce ben prima del Salone del Camper, con il progetto di Atelier vacanze. L’idea era quella di costruire una vacanza su misura, facendo capire che il viaggio non è soltanto il mezzo utilizzato, ma tutto ciò che si vive intorno. Il camper rappresentava una libertà di scelta, un modo diverso di organizzare il proprio tempo.

La sua intuizione è stata quella di trasformare una fiera in unesperienza.

Non volevo creare una semplice esposizione di veicoli. Volevo che la fiera diventasse una vacanza prima della vacanza. Per questo abbiamo inserito attività per bambini e ragazzi, cucina in camper, sfide tra chef, aree test, incontri e iniziative capaci di far capire cosa significa realmente vivere questo modo di viaggiare.

Larea camper interna alla manifestazione nasce dalla stessa filosofia?

Ho spinto perché venisse realizzata un’area di sosta con circa 300 posti e colonnine. L’idea era che chi arrivava non dovesse solo visitare la fiera, ma fermarsi, vivere il territorio di Parma e dedicare tempo alla scoperta dei luoghi. Ci è voluta un po’ di testardaggine per convincere tutti a credere nel progetto, ma l’azienda ha sostenuto queste intuizioni.

Il Salone del Camper è diventato uno strumento per raccontare Parma.

Il camperista è curioso: vuole conoscere, entrare in contatto con i territori. Abbiamo creato collegamenti con le eccellenze locali, come le iniziative legate al Festival del Prosciutto e alle visite alle aziende di Finestre aperte, per permettere ai visitatori di vedere come nascono i prodotti. Non volevamo solo mostrare un territorio, ma farlo vivere.

Quando una fiera diventa una comunità?

Quando le persone non vengono più soltanto per vedere un prodotto, ma per incontrarsi. Il Salone del Camper è diventato un happening di viaggiatori. Molti camperisti si sono conosciuti durante un viaggio, in campeggio o su un traghetto, e poi si ritrovano ogni anno. È una comunità allegra, generosa e solidale.

Il camper è anche una storia industriale italiana?

Dietro il camper c’è una grande capacità produttiva. Grazie all’esperienza del Salone del Camper ho conosciuto aziende nate da competenze artigianali straordinarie, dove la lavorazione del legno, il design e la cura dei dettagli hanno trasformato veicoli commerciali in vere case mobili. È una filiera che ha saputo conquistare anche i mercati internazionali grazie alla qualità e alla capacità progettuale italiana.

Da dove nasce il suo rapporto con la natura e con il viaggio?

Sono cresciuta a Fornovo di Taro, in campagna. Ho vissuto fino agli anni dell’università una vita semplice, molto legata alla natura. Poi ho scoperto sempre di più la ricchezza del territorio parmense: il teatro, la musica, l’enogastronomia, la cultura. Mi è sembrato naturale voler condividere questa ricchezza con chi arrivava da fuori.

C’è un ricordo in particolare che rappresenta il suo modo di intendere il viaggio?

Da bambina andavo in vacanza con mio zio con un carrello tenda. Eravamo su un altopiano tra Emilia e Toscana, dove c’erano cavalli selvaggi. Ricordo ancora l’emozione di vederli arrivare di notte. Era quasi un’esperienza da epopea dell’Ovest. Quel ricordo rappresenta per me il senso di libertà e di scoperta che dovrebbe avere ogni viaggio.

Oggi il camper che cosa rappresenta?

Il camper non è una scelta economica, ma è vivere il viaggio. Mi piace pensarlo come una forma di “navigazione” sulla terra. Le aree di sosta sono gli approdi e ogni fermata può diventare una meta. È un modo per stare a contatto con la natura e con le persone con cui si viaggia.

Che cosa cercano oggi i viaggiatori?

Cercano libertà, autenticità, esperienze. Il camper permette di vivere i luoghi con tempi diversi, attraendo sempre più Millennial e Gen Z. Oggi sono mezzi molto evoluti, tecnologici, utilizzati anche per lavorare. Appena finito, si apre la porta e ci si trova davanti un paesaggio inaspettato, perché la natura, ancora,  sorprende chiunque.

Qual è il futuro del turismo open air?

Nella capacità di vivere i territori con rispetto. Il camper permette di scoprire luoghi meno conosciuti, distribuire i flussi turistici e creare un rapporto più diretto con le comunità locali. La vera destinazione non è soltanto il luogo dove si arriva: è tutto quello che si vive lungo il percorso.


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