INFRASTRUTTURE • SICILIA E POLITICA
06 Agosto 2026 — Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici indica il percorso verso la progettazione esecutiva. Restano prescrizioni, verifiche e passaggi istituzionali, ma l’opera avanza. Mentre una parte dell’opposizione continua a contrastarla, per il Mezzogiorno il collegamento stabile rappresenta soprattutto la possibilità di uscire da un isolamento durato troppo a lungo.
Il Ponte sullo Stretto non è ancora un cantiere. Non è ancora un pilone, una campata o un treno che attraversa il mare tra Messina e Reggio Calabria. Ma non è più neppure soltanto il disegno evocato a ogni campagna elettorale, promesso da alcuni governi e cancellato da quelli successivi.
Con il pronunciamento del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il progetto compie un nuovo passaggio tecnico verso la fase esecutiva. Non si tratta di un assegno in bianco e neppure di un’autorizzazione a procedere senza controlli: il parere accompagna l’avanzamento dell’opera con prescrizioni, approfondimenti e verifiche che dovranno essere rispettati nelle fasi successive.
È proprio questo il punto che dovrebbe riportare la discussione entro i confini della ragione. Un’infrastruttura di tali dimensioni deve essere studiata, controllata, migliorata e sottoposta al massimo rigore scientifico. Ma verificare non significa bloccare. Prescrivere non significa bocciare. Chiedere ulteriori accertamenti non equivale a dichiarare l’opera impossibile.
Il Ponte entra nel terreno della concretezza
Per decenni il dibattito è stato dominato dalla politica, spesso più interessata al valore simbolico del Ponte che alla sua effettiva realizzazione. Oggi, invece, il confronto si sposta progressivamente sul terreno tecnico: sicurezza strutturale, comportamento sismico, resistenza al vento, sostenibilità ambientale, collegamenti ferroviari e stradali, organizzazione dei cantieri e gestione dell’opera.
Sono questioni decisive. Nessuno può considerarle secondarie e nessuno dovrebbe pretendere scorciatoie. Tuttavia, proprio l’esistenza di un percorso tecnico strutturato dimostra che non ci troviamo più davanti a una suggestione propagandistica, ma a un progetto sottoposto al giudizio degli organi competenti dello Stato.
Il successivo passaggio istituzionale riguarderà nuovamente il CIPESS, chiamato a esaminare il progetto e la documentazione integrativa alla luce delle prescrizioni e degli adempimenti richiesti. Nel frattempo, il Governo ha approvato la relazione sulle ragioni imperative di rilevante interesse pubblico connesse all’opera e alle compensazioni necessarie per gli habitat interessati.
Il percorso resta complesso. Ed è giusto che lo sia. Ma complessità non può continuare a essere sinonimo di paralisi.
La Sicilia non può restare un’isola anche nei collegamenti
Il Ponte, da solo, non risolverà tutti i problemi della Sicilia. Non sostituirà la modernizzazione delle ferrovie interne, non eliminerà le strade dissestate, non ridurrà automaticamente i tempi di percorrenza tra Palermo e Catania e non renderà più efficienti, per magia, i servizi pubblici.
Questo argomento, spesso utilizzato dagli oppositori, contiene una parte di verità ma conduce a una conclusione sbagliata. Proprio perché la Sicilia ha bisogno di ferrovie, autostrade, porti e trasporti moderni, il Ponte deve essere pensato come elemento di un sistema e non come opera isolata.
Non ha senso contrapporre il collegamento stabile alle infrastrutture interne. Un Paese serio deve realizzare entrambe le cose. Sostenere che prima occorra sistemare ogni strada siciliana e soltanto dopo discutere del Ponte significa, nei fatti, rinviare l’opera all’infinito. È lo stesso meccanismo che per decenni ha condannato il Mezzogiorno ad attendere sempre una condizione preliminare mai completamente raggiunta.
La Sicilia non chiede un monumento. Chiede di poter entrare nella rete nazionale ed europea dei trasporti senza che persone, merci e treni debbano interrompere il proprio viaggio davanti a pochi chilometri di mare.
La sinistra e il “no” diventato identità politica
Una parte consistente della sinistra italiana continua a considerare il Ponte quasi come un nemico ideologico. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno promosso iniziative comuni contro il progetto anche nelle sedi europee, sollevando questioni ambientali, procedurali, finanziarie e relative alla sicurezza.
Le obiezioni tecniche sono legittime e devono ricevere risposte tecniche. Le preoccupazioni dei cittadini coinvolti dagli espropri meritano rispetto. L’impatto ambientale non può essere minimizzato e l’impiego delle risorse pubbliche deve essere controllato fino all’ultimo euro.
Ma esiste una differenza sostanziale tra vigilare su un’opera e desiderare che quell’opera non venga mai realizzata.
Nel fronte contrario sembra spesso prevalere la seconda impostazione. Ogni verifica diventa una bocciatura, ogni prescrizione viene presentata come prova dell’impossibilità del progetto e ogni difficoltà viene trasformata nell’occasione per chiedere un nuovo stop.
Il paradosso è evidente. Forze politiche che si definiscono progressiste finiscono per difendere, sullo Stretto, la conservazione dell’esistente: traghetti, attese, rottura del carico ferroviario, maggiore fragilità logistica e permanenza di una distanza fisica che nel tempo è diventata anche economica e sociale.
Un’opera non diventa sbagliata perché la sostiene Matteo Salvini, così come non diventerebbe automaticamente giusta se fosse proposta da un governo di centrosinistra. Le infrastrutture dovrebbero essere valutate per la loro sicurezza, utilità e sostenibilità, non sulla base del colore politico di chi le realizza.
Che cosa pensano davvero i cittadini
Anche sui sondaggi occorre evitare la propaganda. Le rilevazioni disponibili non consegnano un’Italia unanimemente favorevole al Ponte e, a seconda del metodo e della formulazione delle domande, restituiscono risultati anche molto differenti.
Un’indagine IZI presentata nel settembre 2025 indicava il 51 per cento degli italiani favorevole e il 49 per cento contrario. Nel Mezzogiorno e nelle Isole il consenso raggiungeva circa il 53 per cento. Tra le principali motivazioni del sì emergevano la possibilità di sviluppo per il Sud e il miglioramento dell’efficienza dei trasporti.
Altri studi hanno fotografato un’opinione pubblica più scettica. Non sarebbe quindi corretto sostenere che tutti i siciliani vogliano il Ponte o che il consenso sia indiscusso.
Esiste però un sentimento che nessun sondaggio nazionale riesce a rappresentare completamente: la stanchezza di una parte della Sicilia verso l’immobilismo. Non necessariamente un’adesione cieca al progetto, ma la richiesta che lo Stato decida, realizzi e si assuma finalmente la responsabilità delle proprie scelte.
Molti siciliani non chiedono che il Ponte venga costruito a qualunque costo e in qualunque modo. Chiedono che sia sicuro, utile, connesso alle altre infrastrutture e capace di produrre sviluppo reale. Ma non accettano più che l’unica soluzione proposta sia lasciare tutto com’è.
Il tempo delle responsabilità
La sensazione è che una parte della politica continui a guardare al Ponte come a un simbolo ideologico più che come a un’infrastruttura. Eppure, ogni passaggio tecnico favorevole restringe lo spazio della propaganda e amplia quello della responsabilità.
Se l’opera non deve essere realizzata, lo si dica chiaramente, assumendosene la responsabilità davanti ai siciliani. Se invece può essere costruita nel rispetto delle prescrizioni, della sicurezza e dell’ambiente, allora si smetta di trasformarla in un referendum permanente che dura da mezzo secolo.
Il Ponte non può essere l’alibi per dimenticare le ferrovie siciliane, ma neppure le ferrovie possono diventare l’alibi per non fare il Ponte. La Sicilia ha diritto all’uno e alle altre.
Per oltre cinquant’anni il collegamento stabile è stato evocato, promesso, rinviato e trasformato nel simbolo delle incompiute italiane. Oggi, piaccia o no, il progetto compie un altro passo concreto. Il parere tecnico non apre immediatamente i cantieri, ma conferma che il confronto si sta spostando sempre più sul terreno della progettazione e sempre meno su quello degli slogan.
Chi è contrario continuerà legittimamente a chiedere garanzie ambientali, economiche e strutturali. Chi è favorevole vede finalmente la possibilità di rompere un immobilismo che dura da decenni.
La vera domanda, però, è un’altra: la Sicilia vuole continuare a discutere del Ponte per altri cinquant’anni oppure vuole sapere, una volta per tutte, se lo Stato italiano è ancora capace di progettare, decidere e realizzare una grande infrastruttura?
Nota sui dati: le rilevazioni disponibili sull’opinione pubblica hanno prodotto risultati differenti in relazione al periodo, al campione e alla formulazione delle domande. Il dato del 53 per cento si riferisce all’area geografica “Sud e Isole” del sondaggio IZI del settembre 2025 e non esclusivamente alla popolazione siciliana.
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Francesco Panasci
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