Cronaca nera, baby gang, coltelli portati “per difesa”: la narrazione mediatica sulla criminalità giovanile racconta solo una parte della sofferenza delle nuove generazioni. Accanto agli atti violenti, spesso più visibili e strumentalizzati, si consuma un disagio silenzioso e diffuso, fatto di disturbi alimentari, autolesionismo e ritiro sociale (quest’ultimo sempre più diffuso tra i giovani maschi). Ne abbiamo parlato con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta specializzato in adolescenza, docente presso le università di Milano Bicocca e Cattolica e tra le voci più autorevoli sul tema in Italia.
Nel suo ultimo libro, Chiamami adulto, Lancini sposta il baricentro della responsabilità dai ragazzi agli adulti – spesso incapaci di tollerare le emozioni “scomode” dei figli e degli studenti – e li invita a ripensare il proprio ruolo di genitori e insegnanti (nonché quello delle istituzioni).
Professor Lancini, lei è uno psicologo e psicoterapeuta specializzato in adolescenza. Qual è il suo punto di vista sull’espressione “criminalità giovanile”?
Preferisco parlare di devianza, di antisocialità, perché si tratta di problematiche che definiamo esternalizzanti, ovvero quando il disagio e la sofferenza delle nuove generazioni prendono forma attraverso agiti eterodiretti piuttosto che verso se stessi. La criminalità ha un forte impatto mediatico, in una società massmediatica come la nostra. Alcuni reati, secondo i dati, sono diminuiti, mentre altri sono aumentati e sembrano segnalare una disperazione giovanile, con un abbassamento dell’età di chi li commette, anche tra ragazzi provenienti da contesti socioeconomici e culturali non svantaggiati. Questo ci interroga. Ma non dobbiamo dimenticare che la modalità più diffusa oggi di esprimere il disagio è l’attacco verso se stessi: il corpo, i disturbi della condotta alimentare, il ritiro sociale, che è l’equivalente maschile dell’anoressia, i tagli, i tentativi di suicidio, i suicidi. Questi sono i grandi rimossi della nostra società.
Lei ritiene che la domanda fondamentale che oggi nessuno fa all’altro è: “Chi sei tu?”.
La domanda “chi sono io?” è da sempre la domanda chiave dell’adolescenza. Viviamo in una società individualista, dove non mi sarei mai immaginato che l’interesse autentico per i figli e per gli studenti potesse venire meno. Oggi dichiariamo di ascoltare, perché è vero che ascoltiamo i nostri figli più di quanto siamo stati ascoltati noi, ma è un ascolto che spesso mette a tacere le emozioni che disturbano gli adulti. Quindi non è tanto un problema di ascolto, ma di accoglienza autentica. Un conto è ascoltare se il figlio fa sport, scout o attività virtuose; un altro è tollerare la sua tristezza, paura, rabbia. Oggi queste emozioni infastidiscono genitori e insegnanti, vengono messe a tacere. La trama della nuova forma di disperazione giovanile, che a volte sfocia in violenza, ha molto a che fare con questa mancata espressione. Non è vero che queste generazioni sono state protette dalle frustrazioni: noi proteggiamo noi stessi chiedendo ai figli di non provare certe emozioni. Questo è molto diverso dal proteggerli davvero.
Lei scrive nell’introduzione del suo ultimo libro: «Domina il sentimento della paura dentro e fuori. Così può essere che si accoltelli qualcuno, il primo che passa, un coetaneo incontrato da poco o una persona conosciuta da sempre. Si dirà che non c’è movente, ma il movente c’è sempre: è la solitudine profonda sperimentata in mezzo agli altri». Cosa accade nella mente di chi porta con sé un coltello per difendersi e poi lo usa, magari, contro qualcuno con cui ha un rapporto consolidato?
È sempre complicato fare ipotesi su casi che non si conoscono, ma in generale le emozioni non legittimate diventano azione, ed è questa la “specialità della casa” dell’adolescente. Colpisce anche me vedere ragazzi che girano con un coltello per sentirsi protetti. Da cosa? Da una paura. Non solo esterna, ma interna: una grande sensazione di non avere futuro. Quando ti senti fragile, reagisci: scomparendo, attaccando te stesso, oppure con un’azione violenta. Come diceva Arnaldo Novelletto, un’azione può diventare una «fantasia di recupero maturativo». L’atto violento ribalta, in quel momento, una condizione psichica di dipendenza e sottomissione. Diventi improvvisamente colui di cui devono aver paura. Ma è una soluzione devastante: distrugge te e chi ti sta intorno. Occorre quindi creare relazioni in cui i giovani non si sentano soli, dove le emozioni possano essere legittimate, simbolizzate, condivise.
Quando i genitori le chiedono «Dottore, cosa dobbiamo fare?», lei risponde parlando del concetto di “stare”.
Il concetto di “stare” è una risposta alla società performante in cui viviamo, dove si chiedono sempre istruzioni, ricette. Non è una posizione romantica da terapeuta sedotto dai giovani. Ho una profonda identificazione anche con la sofferenza dei genitori. Ma dare risposte ai genitori per placare le loro ansie, senza pensare al benessere reale dei figli, è sbagliato. Stare significa porsi la domanda: “Lo sto facendo per te o per me?”. Se è per me, meglio uscire dalla stanza. Se è per l’altro, si passa alla domanda: “Chi sei?”. Significa ascoltare idee ed emozioni diverse dalle nostre. Non è vero che queste generazioni sono superficiali: ogni volta che provano a parlare di ciò che provano davvero, vengono messi a tacere. Oggi gli adulti pensano troppo a se stessi. Serve riconoscere i bisogni e le emozioni autentiche dei bambini. Il corpo dei nostri figli, ad esempio, oggi è sequestrato: a differenza del passato ‒ quando certo i rischi non mancavano ‒ non possono più muoversi, esprimersi, confrontarsi. Questo genera un vuoto identitario.
Lei dice che ogni figlio richiede un’attività genitoriale diversa.
È una delle grandi scoperte degli ultimi decenni. I figli non diventano ciò che sono solo a causa dei genitori. Hanno un DNA diverso e crescono in un mondo con mille modelli di identificazione. Oggi, i genitori devono adattarsi ai figli. La scuola deve fare lo stesso. Oggi, si parla di bisogni educativi speciali, ma una volta erano normali: il bisogno di essere visti come individui. Gli adulti fanno ciò che vogliono, lavorano tanto, si prendono cura di se stessi, ma intanto dicono che i figli sono al centro. In realtà, oggi sono più al centro i cani e i gatti.
Parliamo del cellulare. Cosa rappresenta questo “oggetto” per un adolescente?
Il cellulare non è un oggetto. Se continuiamo a trattarlo come fosse una birra o un gin tonic, sbagliamo. Oggi non esiste più una divisione tra offline e online. Il digitale è l’ambiente in cui si cresce. Quando ero ragazzo io, c’erano i cortili. Oggi il corpo dei figli è stato sequestrato. Abbiamo consegnato i nostri figli alla società degli algoritmi perché avevamo paura a lasciarli andare nel mondo. E adesso non vogliamo educarli a questo mondo? L’identità si costruisce lì, nel digitale, anche se è pieno di rischi. La scuola dovrebbe essere il centro dell’educazione al digitale. Invece, le regole sono fatte per placare le ansie degli adulti, che nel frattempo fanno i fatti loro.
Lei dice: il disagio è un sintomo, non una colpa. Quando però la violenza si struttura, si organizza, come nel caso delle cosiddette “baby gang”, cosa accade?
Chiariamo: sostenere che certi comportamenti sono espressione di disagio non significa non ritenere necessaria una giustizia. La giustizia minorile italiana è una delle più avanzate. Le punizioni sono fondamentali, non solo per punire ma per dare un futuro. Ma attenzione alle definizioni: i colleghi che lavorano con il penale minorile lo dicono da tempo, chiamiamole in ogni modo ma non “baby gang”. È una ricerca di visibilità e riconoscimento. Queste generazioni andrebbero responsabilizzate. Il sintomo ha sempre due funzioni: comunicare il disagio e ridurre il dolore. L’appartenenza al gruppo dei coetanei è una risposta alla solitudine. E il potere orientativo dei coetanei è aumentato perché sono diminuiti gli adulti significativi. I ragazzi non trovano adulti che li guardano davvero. Allora si rivolgono ai pari, a Internet. Anche la gang diventa un modo di cercare identità. Purtroppo, deviante.
Abbiamo letto tutti, di recente, di quella ragazzina che, prima di essere uccisa da un coetaneo, interrogava ChatGPT chiedendo se il suo fosse un amore tossico. C’è bisogno di adulti che però sono assenti?
I ragazzi cercano oggi lo sguardo di ritorno degli altri, anche degli adulti. Lo sanno bene molti insegnanti e dirigenti scolastici: quando chiedono a un ragazzo chi è, oggi i ragazzi raccontano cose che noi, alla loro età, non raccontavamo. Questo ci porta su un terreno complesso. Le battaglie contro Internet, contro il cellulare servono a sviare l’attenzione dalle responsabilità adulte. Sono un ottimo alibi, un modo per lavarsi la coscienza. Oggi la dipendenza affettiva viene vista come il grande male della società, come se negassimo che l’essere umano nasce dipendente. Il campo delle relazioni si è trasformato enormemente: non è più la sessualità ad essere centrale, ma il vivere nella mente dell’altro. Bisognerebbe interrogarsi di più sulla complessità del costruire un’identità oggi, sul mentalizzare il corpo, sul costruire una coppia in una società così individualista. Il rischio, ancora una volta, è che gli adulti ideologizzino le posizioni e finiscano per negare il bisogno dell’altro. Nei nostri progetti di prevenzione, anche a sostegno degli orfani speciali, entriamo nelle classi e ascoltiamo i ragazzi: emergono temi nuovi. Il controllo reciproco del cellulare, per esempio, non ha lo stesso significato di quarant’anni fa. Se vogliamo contrastare davvero gli stereotipi di genere, dobbiamo farlo ascoltando il significato che oggi ha una relazione per un adolescente, in una società che eleva a Dio l’individualismo e la realizzazione personale.
Vorrei leggere un passaggio dal suo libro. «[…] Giovanni, diciassettenne in vacanza al mare con alcuni compagni di scuola. Sette giorni e sette notti di autogestione. In una di queste notti, Laura si avvicina e accarezza Giovanni: restano abbracciati tutta la notte, senza che accada altro se non un bacio sfiorato. Lei scrive: c’era desiderio? Non pervenuto. Non era certo per colpa degli altri che dormivano accanto. Se si fosse acceso il desiderio, quello impetuoso dell’adolescenza di una volta, ci sarebbero state soluzioni. Solo amici? Non proprio. Con Laura e con altre è già capitato. Notti così, in cui ci si chiede cosa voglia l’altro senza chiederglielo, e anche cosa si voglia, senza trovare una risposta, fino a smettere di chiederselo». Come comprendere cosa sta accadendo?
Cogliendo il significato, ascoltando davvero, non invadendo la mente dell’altro con diagnosi affrettate: “Se fai così sei malato”, “Non è possibile che non provi desiderio”. Questo è il tema del mio libro: il suggerimento del saper stare. Ma stare richiede tempo, una rinuncia ai nostri convincimenti, la capacità di tollerare che un figlio possa anche soffrire, essere triste, avere paura. È difficile, e allora torniamo sempre al fare. Si inizi a chiedere piuttosto: come va oggi su Internet? Hai mai pensato al suicidio? Come vivi la coppia? Che cosa senti? La relazione è tutto. Solo una relazione autentica può cambiare un destino: far cambiare idea a chi vuole farla finita. Non sapremo mai quanti ragazzi si sono salvati perché hanno trovato un adulto significativo: un padre, una madre, un insegnante, uno zio, un educatore. Ma viviamo in una società performante anche nella relazione, dove tutto deve essere perfetto. Invece, bisogna fare le domande più scomode e poi stare zitti ad ascoltare. Quando un bambino si esprime in un modo che agita l’istituzione, viene messo a tacere. Se continueremo a dire che il problema è che hanno avuto troppo, aumenterà la violenza. I ragazzi che compiono violenza non sono solo incapaci di tollerare la frustrazione: hanno incontrato, forse per la prima volta, qualcuno che ha riconosciuto il loro bisogno, e quando questo viene ritirato, il dolore può diventare insostenibile. Viviamo nella società dell’enjoy, del bicchiere mezzo pieno, in un cognitivismo troppo orientato all’agire. I dati sul disagio giovanile mostrano che questo approccio non ha portato bene. Saper stare è semplice: basta chiedere “chi sei?” e stare in silenzio. E se non risponde? Bisogna fargli le domande più scomode. Anche se non parlerà subito, saprà che quell’adulto può tollerare le sue emozioni. Tollerare le emozioni non significa dare ragione o non educare. Significa dimostrare di essere un adulto significativo.
Ha parlato di ritiro sociale e di disturbi dell’alimentazione. Possiamo andare più in profondità?
Disturbi della nutrizione e ritiro sociale sono in continua evoluzione. Dopo la pandemia, ma anche prima, sono emerse forme nuove come la vigoressia e l’ortoressia: non basta più mangiare in modo ascetico, bisogna anche essere forti, performanti. La vigoressia colpisce molte ragazze; l’ortoressia riguarda l’ossessione per il cibo sano, tutti modelli proposti dalla nostra società. Il ritiro sociale, d’altra parte, è l’equivalente maschile dell’anoressia: se l’anoressia ha costretto tutti noi adulti a interrogarci sulle pressioni esercitate sulle ragazze, oggi il ritiro sociale pone interrogativi sui maschi. Mentre alcuni esprimono il disagio con agiti violenti, c’è un popolo crescente di ragazzi che si ritirano: spariscono dalla scuola, dalla società. È un esodo silenzioso. Ci sono ritiri diversi. Alcuni mantengono il contatto scolastico ma non quello sociale; altri il contrario. Certo, ci sono anche ragazze con tendenze al ritiro e ragazzi con disturbi alimentari, ma le percentuali sono diverse. Il ritiro sociale maschile sarà uno dei grandi temi dei prossimi anni. È un fenomeno senza precedenti.
È un problema della scuola?
La scuola italiana rischia molto. Tra denatalità e ragazzi intelligenti che non vogliono più frequentarla, si va verso un progressivo svuotamento. E questo perché? Perché la scuola, in molti casi, alimenta la sofferenza. Alcuni ragazzi non vanno a scuola non perché stiano male, ma per non star male. La scuola, così com’è organizzata oggi, non è fatta per loro.
C’è una grande paura da parte degli adulti che i figli sperimentino la sofferenza. Come possiamo spiegare ai ragazzi – ma forse prima ancora agli adulti – che la sofferenza ha ancora un valore?
Oggi i ragazzi, se li si sa ascoltare, parlano della loro sofferenza molto più di quanto facessimo noi. Il problema è che questa sofferenza diventa insostenibile per l’adulto. Il punto non è insegnare ai ragazzi a tollerare la sofferenza, è aiutare gli adulti a tollerare che i figli possano provarla. Se invece chiediamo loro di non provarla sin da piccoli, eliminiamo la possibilità di un’esperienza autentica. Provare paura, tristezza, rabbia ci obbliga ad accettare che non tutto dipende da noi. Significa riconoscere che non possiamo avere il controllo totale, e questo per l’adulto moderno è faticoso. Ma oggi l’adulto è stanco, sovraccarico, troppo impegnato a pensare a sé. La vera domanda da farsi è: perché mettiamo al mondo dei figli? Se li mettiamo al mondo per poi chiedere loro di rimanere in superficie, reprimere ogni emozione scomoda, allora li stiamo condannando al silenzio. Bisogna partire da un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, non dei ragazzi. La vita è fatta di emozioni disturbanti, e oggi i giovani vivono un’ansia generalizzata che non è più quella prestazionale della società narcisistica, ma un’angoscia legata al non poter essere sé stessi. Li si costringe a essere sé stessi a modo degli altri. C’è un irrigidimento crescente nei comportamenti educativi spacciato per autorevolezza. Gli adulti si permettono tutto, fanno i fatti loro, e poi sostengono che i figli stanno male perché amati troppo. E si incolpa Internet.
Cos’è l’alfabetizzazione emotiva degli adulti?
È partire da un dato: abbiamo decine di guerre nel mondo, corpi straziati, morti veri. Eppure, in Italia, se ti rubano la borsetta, sei pronto a passare sopra il ladro con un SUV. Ci sono persone che fanno il mio mestiere che sostengono che la violenza giovanile dipenda dai videogiochi o dai trapper. Evidentemente l’adulto ha confuso il reale con il virtuale. Abbiamo un’umanità che si comporta in modo egoistico. Se un bambino spinge tuo figlio, invece di pensare che ha bisogno di aiuto, vai a protestare perché rovina il programma di matematica. La colpa è dei videogiochi – che non hanno mai fatto morti – o di chi canta testi violenti? Io giocavo a guardie e ladri, facevo il ladro, ma non sono diventato un rapinatore. Anzi, forse proprio perché ci ho giocato non lo sono diventato. Viviamo in una società dissociata: l’adulto fa tutto quello che vuole, vive online, sui social, e poi incolpa Internet dei mali dei ragazzi. Se vogliamo cambiare davvero, dobbiamo partire da una rinuncia degli adulti, non da una privazione dei figli. Sento solo progetti che dicono: “Se vuoi bene ai tuoi figli, togli loro i social”. Io ho proposto di vietare i social da 0 a 80 anni: nessuno l’ha accettato, perché si perdono voti. Tutto viene pensato per tranquillizzare l’adulto. Dopo aver disboscato il pianeta, plastificato i mari, perquisiamo i ragazzi alla maturità per paura che copino, invece di chiedere scusa per non averli preparati alla società dell’Intelligenza artificiale. La scuola è rimasta l’unica istituzione che non è cambiata. I ragazzi se ne andranno. Quando la scuola sarà vuota, potremo finalmente dare il cinque in condotta alla sedia e sequestrare lo smartphone al banco. Ci sentiremo adulti autorevoli, ma non ci sarà più nessuno ad ascoltarci.
Viviamo in una società in cui manca il senso della collettività: l’individualismo è totale e gli adulti sono gli interpreti perfetti della religione del sé. È la relazione autentica che può contribuire a ricostruire il senso di collettività?
Certamente. Da anni si parla di crisi della comunità educante, ma se non sappiamo costruire una relazione autentica con un figlio o uno studente, di quale comunità educante stiamo parlando? Io credo che oggi non ci sia molto di cui essere felici. L’unica cosa che più si avvicina alla felicità è stare in una relazione autentica: condividere la fragilità umana, le emozioni, le gioie, senza dover mentire o nascondersi. I ragazzi cercano disperatamente questo tipo di relazione. Se non la trovano negli adulti, la cercheranno su Internet. Sentirsi soli in mezzo agli altri è terribile. Allora meglio stare online che essere circondati da adulti che dichiarano di fare tutto per te, mentre in realtà stanno solo difendendo la propria organizzazione. Ricostruire una comunità educante significa partire da quella domanda: “Chi sei tu?”. E poi ascoltare in silenzio, senza sovrascrivere la mente dell’altro con le nostre fragilità.
Se le venisse chiesto un memorandum con azioni concrete e immediatamente attuabile, quali politiche suggerirebbe di attuare?
Tutti i politici, di destra e di sinistra, i dirigenti scolastici, i genitori sindacalisti che ho incontrato sanno che la vera emergenza è riformare la scuola. Ma una riforma vera, fatta per i ragazzi dagli 0 ai 18 anni, non per il milione e 200mila dipendenti del Ministero o per i genitori che dicono «ai miei tempi…». Il dramma è che in Italia chiunque tocchi la scuola è politicamente finito. Non scrivo libri sulla scuola proprio per questo: tutti sanno cosa servirebbe, ma nessuno può metterlo in pratica. E questo andrebbe almeno detto chiaramente ai ragazzi. Nonostante il tempo trascorso a scuola sia maggiore di quello passato in famiglia ‒ in quanto i genitori lavorano entrambi ‒ abbiamo una scuola immobile, con materie che non servono più, valutazioni numeriche che non motivano, interrogazioni che non formano. Servirebbe insegnare a fare domande, non a rispondere a memoria. Papa Ratzinger ha aperto un profilo Twitter: la Chiesa ha capito di dover cambiare. Ha riaperto gli oratori, ha riformato le pastorali. L’unica istituzione ferma, che continua a “dare cinque in condotta”, è la scuola. Quando ce ne accorgeremo, sarà troppo tardi. Forse ce ne accorgeremo solo quando le scuole chiuderanno, lasciando spazio a realtà private, aziendali. Allora ci pentiremo.
Un altro tema centrale nel suo libro Chiamami adulto è quello delle funzioni genitoriali. Complesso di Edipo, complesso di Elettra: ha ancora senso parlare di questo?
Ha senso, certo. Io ho una formazione psicoanalitica, ma bisogna sempre considerare il contesto storico in cui quelle teorie sono nate. Freud parlava in una Vienna sessuofobica di fine Ottocento. Oggi viviamo in una società completamente diversa, dove la sessualità non è più centrale, anzi è iper-esposta. I miti affettivi con cui i bambini vengono messi al mondo e crescono sono cambiati profondamente. Non dico che la madre debba restare attaccata. Sono figlio dei primi movimenti femministi, non vado quindi auspicando il ritorno della madre sacrificale. Parlo di funzioni, non di ruoli rigidi. In una società come quella attuale, dove tutto è cambiato, non possiamo più dire che il problema sia solo “inserire un terzo che tagli il cordone ombelicale”. Qui, spesso, quel cordone manca proprio. Dobbiamo piuttosto tornare a costruirlo. E costruirlo significa riconoscere i bisogni emotivi fondamentali, quelli che oggi vengono ignorati.
Il disagio, quindi, non si manifesta solo per strada.
Esatto. Dovremmo occuparcene molto prima, quando si presenta come un attacco al corpo, come ansia diffusa anche in ragazzi che sembrano avere tutto: famiglia, relazioni, successo. C’è un disagio emotivo profondo, che non ha più a che fare solo con condizioni sociali svantaggiate, ma con una società che ha smesso di riconoscere i bisogni. Ripartiamo da qui. L’essere umano nasce affettivamente dipendente. Non continuiamo a dire che il problema è che i genitori amano o ascoltano troppo i ragazzi. Non continuiamo a raccontarci che il loro malessere dipende dai social network o dai videogiochi. Sono gli adulti quelli fragili, mai come prima centrati su sé stessi, non in grado di riconoscere la vita emotiva dell’altro.
Ultima domanda. Chiamami adulto è un suo titolo o le è stato proposto dall’editore?
Il titolo è mio. Non è solo un invito a responsabilizzare i ragazzi, ma un appello rivolto agli adulti: è ora di fare davvero gli adulti. Non l’adulto che priva, che norma, che impone regole calate dall’alto, ma l’adulto che si mette in relazione con sincerità. C’è una richiesta fortissima, mai come prima, di adulti significativi da parte dei ragazzi. I ragazzi oggi dicono chi sono. Lo dicono ai genitori, agli insegnanti, agli psicologi. Sempre di più. Allora basta con adulti che parlano per sé stessi, pensando di parlare per gli altri. L’adulto significativo è quello che sa stare nella relazione, sa ascoltare in silenzio anche le parole più difficili da sentire. Solo quella relazione può essere davvero preventiva. Solo chi ha potuto dire quelle parole in presenza di un adulto capace di reggerle avrà una possibilità in più di non fare gesti estremi. Ma se ogni volta che prova a dire ciò che sente, si sente dire «non devi provarlo», allora torniamo a quella dinamica che descrivevo nel mio libro precedente, Sii te stesso, ma a modo mio. Solo che se sei te stesso a modo degli altri, in adolescenza, le emozioni esplodono.
*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes
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