Il paradiso su misura di Francesco Guccini- Tempi


Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura
Avremo un paradiso su misura

(Francesco Guccini, “Gli amici”)

È morto Francesco Guccini, aveva 86 anni e da ieri tanti, tantissimi, lo ricordano con le parole delle sue canzoni – ognuna è un romanzo in miniatura, molte dovrebbero essere studiate a scuola. Nato a Modena ma montanaro di Pàvana, sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove è cresciuto bambino e invecchiato uomo, Francesco Guccini è stato uno dei più grandi cantautori italiani, e si è fatto amare da almeno tre generazioni diverse, riempiendo piazze e palazzetti di giovani e meno giovani che alzavano il pugno chiuso intonando La Locomotiva poco dopo aver cantato a squarciagola i versi di Autogrill, “Non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?/ Non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo, andiamo via”, o l’intuizione della Bambina portoghese, “E in questo sentiva qualcosa di grande/ Che non riusciva a capire, che non poteva intuire/ Che avrebbe spiegato, se avesse capito, lei e l’oceano infinito”.

A ognuno il “suo” Francesco Guccini

Da tredici anni Guccini non solo non scriveva più canzoni, ma neppure toccava la chitarra, compagna di notti insonni e strimpellate ovunque ci fosse qualcuno con cui bere e fare festa. Tornato a vivere nella casa della sua infanzia a Pàvana, provincia di Pistoia circondata da quella di Bologna, Guccini scriveva libri, e non sopportava più chi gli chiedeva delle sue canzoni, o chi lo andava a trovare (lui apriva sempre la porta di casa e versava un bicchiere di vino per chi passava di lì cercandolo) per dargli le risposte alle grandi domande di cui ha disseminato ogni suo testo.

In questi giorni tutti ci ricorderanno i più belli e i più profondi, ognuno racconterà il suo Guccini (capita con tutti i grandi), tanti ci diranno di quella volta che il Maestrone ha detto a loro e solo a loro una cosa decisiva per cui hanno capito di essere i suoi preferiti, quando non gli unici depositari del Verbo gucciniano.

Le parole messe sempre al punto giusto

Poiché c’è chi lo farà meglio e in modo più approfondito non parleremo delle sue canzoni, oggi, semmai della cura con cui il poetico e ironico cantautore emiliano cercava le parole per metterle sempre al posto giusto e provare a chiamare le cose con il loro nome, con una cura invidiabile per tutto ciò che incontrava. Ogni parola dei suoi versi e dei suoi libri, quelli più personali almeno, sembrava cercata, trovata e levigata apposta per essere messa lì dove la trovavi, per suggerire la verità di quello che descriveva. Uno la legge e pensa che non potrebbe essercene un’altra, per dire quello che sta dicendo.

Chi scrive lo ha conosciuto grazie alle musicassette di una madre che lo portava anche ai concerti, grazie al suo gusto un po’ contrarian di ascoltare un “comunista” pur non essendo di sinistra, grazie al fatto che le sue parole descrivevano meglio di tanti la vita per quello che è, e naturalmente grazie al fatto che non era da solo a struggersi per Vorrei o a rispondere a chi chiedeva spiegazioni su qualcosa che è difficile capire se non hai capito già.

Il cruccio di Guccini: avere coscienza dell’istante in cui le cose finiscono

Chi scrive lo ha anche incontrato, a casa sua, nell’ottobre 2019. E con lui non ha parlato delle sue canzoni, ma di un libro malinconico e bellissimo che Guccini aveva scritto da poco. Si intitola Tralummescuro (il resoconto di quella giornata è in questo articolo sul Foglio) ed è forse uno dei documenti che meglio raccontano chi era il cantautore morto ieri. «La domanda che ho io», diceva, «è “quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa?”. Vorrei ricordarmelo».

Avere la coscienza dell’istante in cui le cose finiscono era il suo cruccio e il suo desiderio. È un libro pieno di “Ora non c’è più”, Tralummescuro, racconta – in un dialetto resuscitato dall’autore per l’occasione – storie di persone che hanno abitato la vita di Guccini ma che, appunto, ora non ci sono più (un libro che andrebbe letto ascoltando il suo primo album, Radici). Non c’era nostalgia, in questo suo continuare a ricordare cose che sono finite, ma amore per un paese al tramonto, malinconia per le cose perdute.

«Quello che faccio è ricordare un mondo», diceva in quella chiacchierata nella cucina di casa sua, una stanza con due finestre al fondo che «se mi affaccio da quella di destra vedo delle case che oggi sono vuote. Una volta proprio lì davanti abitavano un padre, una madre e i loro quattro figli». Perduti anche loro, eppure ricordati da lui in quell’istante, consegnati a qualcuno che non li ha visti mai.

La malinconia di Francesco Guccini

Per Guccini ogni dettaglio della realtà, ogni persona apparentemente insignificante, ogni cosa esistita e andata valevano la pena di essere raccontate. «Non traggo conclusioni morali», diceva ancora quel giorno, «parlo di persone e usanze di un mondo di una volta». E ancora: «Oggi la gente non si stupisce più perché è abituata a vedere le cose in tv o su internet, tutto è spettacolo consueto, quindi c’è meno interesse. Io penso ancora che il rubinetto che fa uscire acqua calda sia un miracolo: quando ero piccolo non c’era».

Un Guccini – ci perdonerà il paradosso, adesso che vede tutto – a tratti conservatore, nonostante negli ultimi anni venisse un po’ troppo “usato” come un juke-box di pensieri “corretti” sulla qualunque, dal referendum alla Meloni passando per la guerra, Trump e Bella Ciao cantato con un filo di voce: «Bastava un libro nuovo o il fiume per essere felice», scriveva in Tralummescuro. «La mia è malinconia per una vita più semplice, per la radio che i miei nonni avevano vinto con i punti della cooperativa a cui mia zia si attaccava quando trasmettevano Zingarella», diceva ancora.

Francesco Guccini
foto Ansa

“Oh tò, sei rivato anche te”

Tutto ciò che è perduto valeva la pena di essere ricordato e raccontato, per lui. Anche solo per quell’ultimo istante di già e non ancora finito che tutte le cose si portano addosso. Ecco perché quel titolo, Tralummescuro, una parola che indica “la luce, il chiarore (lumme) che sta per diventare buio, la notte (scuro)”. Un già e non ancora apparentemente agli antipodi di Shomer Ma Mi-Llailah?, canzone sul momento che precede il giorno durante il quale la voce del profeta Isaia chiede “Sentinella, quanto resta della notte?”.

Ossessionato da quell’istante di passaggio, da quella attesa sospesa tra qualcosa di imminente che sta per accadere e qualcosa di passato che ormai non c’è più, Guccini – che pure ha cantato per tutta la vita la vertigine delle grandi domande esistenziali – aveva con disarmante semplicità immaginato “un paradiso su misura” per lui e i suoi amici.

E sapeva – lo ha scritto proprio in Tralummescuro – che dopo quel momento in cui le cose finiscono c’è un posto dove le ritroveremo (“Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto/ Dove non soffriremo e tutto sarà giusto”, cantava in Cyrano), un posto in cui andremo anche noi «a raggiungere quelli che ci sono già, a fare due chiacchiere con loro, tutti della stessa età, tutti giovani, belli, sani, a sentirsi dire “Oh tò, sei rivato anche tè” – e a giocare a bocce, a bere il fiasco, a guardare ’gni tanto quaggiù di sotta’, e dire: “Pori bischeri, noi il nostro l’abbian già fatto, adesso son proprio fatti vostri”». 


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 Piero Vietti

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