L’immigrazione non si governa con le tifoserie


Sicurezza

di Giuseppe Tiani

Quanto accaduto in Spagna dovrebbe indurre a uscire dalle tifoserie ideologiche. Una pressione improvvisa può mettere in difficoltà anche uno Stato organizzato. La solidarietà espressa dal ministro Piantedosi al Governo spagnolo coglie il punto, i confini esterni non appartengono soltanto a Madrid, Roma o Atene, ma all’intera Unione Europea.

Migrazioni, politica estera, sicurezza e rapporti con i Paesi di origine e transito non possono essere trattati come dossier separati. Affidare a Stati terzi il compito di frenare le partenze espone le frontiere a crisi improvvise. I controlli temporanei di Schengen, se proporzionati e limitati, non sostituiscono una politica europea. Nel primo semestre del 2026 gli attraversamenti irregolari alle frontiere dell’Unione sono diminuiti del 37 per cento.

È un dato positivo, non la prova che il problema sia scomparso, le rotte cambiano, i trafficanti si adattano e il Mediterraneo resta esposto. Dal 12 giugno è applicabile il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Ora le proclamazioni devono diventare procedure, controlli, accoglienza sostenibile, solidarietà tra Stati e rimpatri effettivi. L’immigrazione non è un’invenzione di un partito né una colpa da attribuire allo straniero.

È un fenomeno storico, economico e geopolitico con cui governi e Parlamenti devono misurarsi. La solidarietà senza organizzazione non aiuta. L’accoglienza senza integrazione produce marginalità. La fermezza dello Stato, separata dalla civiltà del diritto, può diventare arbitrio. La cultura liberale e socialdemocratica dovrebbe tenere insieme persona e comunità, libertà e responsabilità, protezione dei perseguitati e rispetto delle regole. Chi ha diritto all’asilo va accolto con dignità. Chi può contribuire al Paese deve trovare percorsi trasparenti di lavoro e integrazione. Chi non ha titolo per restare deve essere rimpatriato, chi delinque va perseguito e, nei casi previsti dalla legge, espulso.

Nel primo trimestre del 2026, nell’Unione europea, 108.475 cittadini non comunitari hanno ricevuto un ordine di lasciare il territorio e 34.550 sono stati ricondotti in Paesi terzi. I dati non riguardano necessariamente le stesse persone, ma mostrano la distanza tra decisione ed esecuzione. Quando quella distanza diventa strutturale, lo Stato perde autorevolezza e i cittadini fiducia. A colmarla sono chiamate soprattutto la Polizia di Stato, le Autorità di pubblica sicurezza e le altre forze che concorrono.

Identificazioni, fotosegnalamenti, vigilanza delle frontiere, trasferimenti, servizi nei centri e accompagnamenti non si compiono con un comunicato. Richiedono personale, mezzi, formazione, tempo e risorse. Ogni pratica irrisolta ricade su prefetture, questure e commissariati; ogni espulsione rimasta sulla carta genera nuovi controlli; ogni concentrazione non governata produce tensioni e fenomeni che il poliziotto incontra prima della politica e della giustizia.

Gli sforzi del ministro Piantedosi sul reclutamento e sui nuovi dispositivi vanno riconosciuti. Devono però misurarsi con pensionamenti, carenze accumulate e uffici sottoposti a carichi crescenti. Non si ricostruisce in una legislatura ciò che molti governi hanno lasciato indebolire. Per troppo tempo si è pensato che la sicurezza fosse una spesa comprimibile e che l’immigrazione potesse essere amministrata alternando sanatorie, emergenze e indignazioni televisive.

È in questo vuoto di governo che matura l’estremismo securitario, non un incidente folcloristico, ma l’esito della rinuncia delle forze democratiche a governare problemi reali. Una parte della sinistra porta una responsabilità culturale e storica. Aveva ereditato una tradizione capace di parlare insieme di emancipazione, lavoro, legalità, diritti, doveri e solidarietà; spesso l’ha resa subalterna ai linguaggi delle minoranze radicali e al sospetto verso chi esercita l’autorità democratica, legittimata dalla Costituzione.

Ha così consegnato alla destra di governo, e talvolta agli estremismi, il monopolio della sicurezza e delle tutele del personale, quasi che pronunciare parole come confine, rimpatrio e controllo fosse sconveniente.

Ma lasciare senza governo fenomeni sociali e criminogeni non è progressismo. Significa abbandonare i più fragili, italiani e stranieri, alle periferie, allo sfruttamento e alla paura. Quando le forze democratiche di matrice socialdemocratica, liberale e popolare rinunciano a comprendere, nominare e governare i conflitti prodotti dalle trasformazioni sociali, altri li piegano alla propaganda, alimentando rancore e domanda di un’autorità senza limiti. Non è sufficiente condannare gli estremismi dopo aver lasciato senza risposta i problemi dai quali traggono consenso.

Il calo degli arrivi dimostra che cooperazione internazionale e azione di governo possono produrre risultati. La Spagna ricorda però che nessun risultato è irreversibile e che la pressione può spostarsi da una frontiera all’altra. Nessun trionfalismo e nessuna rimozione. Ma il Patto europeo sarà credibile soltanto se la solidarietà non resterà una formula e se alle nuove procedure corrisponderanno organici adeguati nei Paesi più esposti come l’Italia. L’Europa può scrivere regolamenti e l’Italia approvare decreti.

Ma alla frontiera, in un ufficio immigrazione o in una strada difficile, restano le Autorità di pubblica sicurezza e i poliziotti, chiamati a rappresentare lo Stato tra mille difficoltà, in perenne lavoro straordinario pagato sempre in ritardo. Sopportando, tra l’altro, anche i limiti dei partiti le cui classi dirigenti sono divenute, in parte e da troppo tempo, stanziali nei luoghi del potere, oligarchiche nelle decisioni e sempre meno rappresentative della società reale. Chi crede nello Stato disegnato dalla Costituzione nata dalla Resistenza non può consumare chi lo serve.

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