Se si vuole riuscire in un colloquio di lavoro o fare bella figura in un elegante ricevimento mondano, conviene tenere a mente questo utile consiglio del Settecento: «Non sciacquatevi la bocca in presenza di altri» (ossia: non sparlare di qualcuno).
Un giovane George Washington lo trascrisse da una famosa raccolta di massime nota ai suoi tempi come Le 110 regole di civiltà. Era la regola numero 101, le cui versioni più antiche risalgono ai gesuiti francesi degli anni Novanta del Cinquecento. Quel manuale di buone maniere plasmò negli anni giovanili il carattere del futuro presidente, il quale fu poi ammirato come uomo di grande integrità: metteva in pratica decoro, rispettosa discrezione e la corretta condotta indicati da quell’autorevole trattato. Di certo non si “sciacquò mai la bocca” in pubblico, almeno per quanto ne sappiamo.
«Se tenete alla vostra reputazione frequentate uomini di valore, perché è meglio restare soli che in cattiva compagnia». Questa era la regola numero 56 e sembra che Washington l’abbia osservata fedelmente.
La mia preferita è l’ultima, la 110, perché riassume quello che ha reso eccezionale George Washington: «Sforzatevi di tenere viva nel vostro petto quella piccola scintilla di fuoco divino chiamata coscienza».
Come comandante in capo dell’Esercito Continentale americano durante gli otto anni della Guerra d’Indipendenza americana, Washington guidò il Paese verso una vittoria che nelle fasi iniziali appariva irraggiungibile: le sconfitte superavano le vittorie in un rapporto superiore a due a uno. Come riuscì a tenere uniti migliaia di soldati regolari e miliziani per così tanto tempo, quando quasi nessuno di loro riceveva più di un misero compenso e le famiglie lottavano in loro assenza?
Sicuramente, Washington è stato audace e coraggioso. Attraversare il Delaware nella gelida notte di Natale del 1776 per attaccare i mercenari tedeschi dell’Assia fu un colpo da maestro, come lo è stato anche, cinque anni dopo, assediare Yorktown e affidarsi agli alleati francesi per bloccare la marina britannica. L’utilizzo che faceva delle spie è leggendario: falsificò addirittura documenti di suo pugno e impiegò agenti sotto copertura per consegnarli, confondendo i migliori generali britannici. Evitò una rischiosa “grande battaglia” mettendo in atto strategie e tattiche appropriate per logorare il nemico, anche se, sulla carta, sembrava quasi sempre certa la vittoria britannica.
La forza maggiore di Washington era in un certo senso intangibile, ma alquanto concreta in un altro. Era legata all’ultima parola della regola 110: la coscienza. Il dizionario Merriam-Webster la definisce «una facoltà, un potere o un principio che orienta verso ciò che è giusto e allontana da ciò che è sbagliato». Una persona di forte carattere è una persona di coscienza che cerca di compiere quanto ritiene moralmente buono. La coscienza è una voce interiore, una bussola morale, aiuta a formare il carattere e guida le decisioni. Un capo che subordina il proprio carattere alla coscienza – rendendogli naturale l’autodisciplina – possiede la capacità di ispirare e motivare. È uno stile di vita che gli altri possono ammirare e imitare.
Un capo privo di coscienza e di carattere sa comandare solo sotto la minaccia delle armi e i suoi «seguaci» di solito cercano di sfuggirgli. È freddo, imperioso, incostante, diffidente e inaffidabile. George Washington era l’esatto contrario: per i suoi uomini incarnava onore, dignità, principi e patriottismo, ha vissuto e sofferto con loro. Non ha mai accettato alcun compenso per i suoi servizi. Ha respinto ogni proposta di impadronirsi del potere o di inseguire la fama personale. Il suo impegno per la causa dei patrioti non ha mai vacillato, per quanto disperate fossero le circostanze. Emanava grazia, umiltà e padronanza di sé. In sintesi, conquistava rispetto per il contegno e il comportamento: è questo che fa vincere le guerre quando i numeri, il denaro e la potenza di fuoco dicono che è impossibile.
Samuel Downing, che prestò servizio sotto il suo comando, ha espresso un sentimento comune fra i compagni d’arme: «Lo amavamo. Avrebbero dato la vita per lui». Era la personalità di Washington a ispirare quella profonda lealtà e dedizione.
In un saggio sulle sue doti di comando, lo storico Thomas Fleming sottolinea un altro aspetto di quest’uomo straordinario: «Forse l’elemento più attraente della strategia di Washington era il suo forte legame con la libertà. Rifiutava l’idea militaristica di trascinare ogni uomo nei ranghi sotto la minaccia delle armi. Si fondava invece sulla fiducia nel coraggio degli uomini liberi. Era una fiducia realistica: non si aspettava che gli uomini si votassero al suicidio in difesa della libertà, ma sapeva che avrebbero corso anche gravi pericoli se ritenevano di avere una ragionevole possibilità di successo».
Testimonianze troppo numerose per essere citate dimostrano come la coscienza e il carattere di Washington si siano manifestati ugualmente in questioni grandi e piccole. Un episodio che forse non si conosce riguarda un cane smarrito, avvenuto subito dopo che i britannici del generale Howe sconfissero l’Esercito continentale a Germantown nell’autunno del 1777. Per inciso, Washington amava molto i cani, ne ha posseduto almeno una cinquantina.
Mentre i patrioti si prendevano cura di morti e feriti, nell’accampamento entrò un piccolo Fox Terrier che nel collare aveva inciso il nome del generale Howe. K.A. Wisniewski racconta: «I soldati, stanchi e demoralizzati, videro l’occasione di una vittoria simbolica e proposero di tenere il cane come ritorsione per le perdite subite. Ma Washington, sempre consapevole dell’importanza della dignità e dell’onore, non era d’accordo e ordinò che il cane fosse restituito a Howe, insieme a un breve e rispettoso biglietto». Dettò al suo aiutante di campo – nientemeno che il tenente colonnello Alexander Hamilton (che sarebbe poi divenuto il primo ministro del Tesoro degli Stati Uniti) – il testo: «Saluti al generale Howe dal generale Washington che ha il piacere di restituirgli un cane, accidentalmente caduto nelle sue mani, e che dall’iscrizione sul collare risulta appartenere al generale Howe».
«La storia del cane del generale Howe», scrive Wisniewski, «pur essendo una piccola nota a piè di pagina degli innumerevoli annali di guerra, è una testimonianza del carattere di Washington. In un’epoca in cui il conflitto riduceva spesso gli avversari a meri nemici, la decisione di restituire il cane denotava una fede nella dignità umana che trascendeva il campo di battaglia».
Le convinzioni religiose di Washington contribuiscono senz’altro a spiegarne la rettitudine. Benché non ostentasse la fede, è stato per tutta la vita un anglicano/episcopale, servendo la propria chiesa come consigliere e amministratore. La distanza dalla chiesa di Pohick nella contea di Fairfax e dalla Christ Church di Alexandria, e i fitti impegni come proprietario di piantagioni, permettevano a Washington di frequentare le funzioni solo circa una volta al mese, ma durante gli spostamenti si recava spesso alla chiesa più vicina. Da presidente frequentava regolarmente la chiesa a Filadelfia. Pregava spesso e incoraggiava i suoi uomini a fare altrettanto, rispettava giornate di digiuno e ringraziamento, e citava regolarmente la «Divina Provvidenza» e il Creatore che ci ha dato un codice morale da seguire.
Un commentatore del XXI secolo obietterà: «Come si può affermare che Washington fosse un uomo di carattere e di coscienza quando era proprietario di schiavi?!». Questa obiezione tuttavia è un esempio di “presentismo”, ossia giudicare erroneamente le persone del passato senza tener conto del loro contesto storico – cultura e opinioni prevalenti, nonché usi e comportamenti del tempo – ma secondo le convenzioni odierne.
Il Settecento è stata un’epoca di risveglio morale e intellettuale, in cui gran parte della società iniziava a mettere in discussione la secolare e onnipresente istituzione della schiavitù umana. Alcuni l’accettavano senza riflettere e senza il coraggio di opporvisi, altri si sono convertiti istantaneamente alla causa antischiavista al suo primo apparire. La maggior parte delle persone si trovava in una posizione intermedia e il loro pensiero si è evoluto nel tempo.
Fu così anche per George Washington. In una lettera a Robert Morris dell’aprile 1786 scriveva: «Non vi è uomo vivente che desideri più sinceramente di me vedere adottato un piano per l’abolizione della schiavitù». La sua prospettiva sulla questione era cambiata in modo sostanziale dal giorno in cui, all’età di undici anni, aveva ereditato i primi schiavi, passando dall’accettazione alla disapprovazione.
L’America non è eccezionale perché ha avuto la schiavitù, è eccezionale per gli sforzi compiuti per porvi fine, ispirati dalle parole della Dichiarazione d’Indipendenza.
Prima del XIX secolo, i Paesi in cui la schiavitù non era mai esistita si potevano contare sulle dita di una mano, risalendo almeno al 3500 a.C. nell’antica Mesopotamia e in ogni Paese del continente africano. Infatti, anche all’apice della tratta atlantica degli schiavi nel Settecento, gli europei bianchi quasi mai inviavano spedizioni nell’entroterra africano per catturare persone da ridurre in schiavitù. Erano le tribù locali a svolgere il lavoro sporco iniziale, rapendo le persone per venderle agli schiavisti stranieri nei porti. La schiavitù di africani da parte di africani all’interno dell’Africa è stata un grande affare economico per secoli.
La schiavitù era talmente diffusa in tutto il mondo e per tanto tempo che si attribuisce ad Haiti il merito di essere stata la prima nazione della Storia ad abolirla, e avvenne nel 1804! A quella data, otto Stati americani l’avevano già abolita (nel Nord e nel medio Atlantico) o avevano approvato leggi per eliminarla progressivamente. Il Vermont (che non faceva parte delle tredici Colonie originarie) decise l’abolizione nel 1777, quando era ancora una repubblica indipendente, ben prima di diventare Stato nel 1791. Ai sensi degli Articoli della Confederazione nel 1787, il Parlamento americano la proibì a nord del fiume Ohio nei Territori del Nord-Ovest, con un solo voto contrario, e il Presidente George Washington firmò la legge.
Il primo Paese africano ad abolirla sono state le Seychelles, e la legge entrò in vigore solo nel 1837. Per tutto l’Ottocento il sacrificio umano era normale negli Stati dell’Africa occidentale e la grande maggioranza delle vittime erano schiavi. L’ultimo Paese africano a liberarsi della schiavitù è stato la Mauritania, che l’ha abbandonata formalmente solo quarantacinque anni fa, nel 1981. La Danimarca non è riuscita ad abolirla nelle sue colonie caraibiche fino al 1848.
Degli africani rapiti, solo una percentuale a una cifra finiva in Nordamerica, mentre circa la metà venivano portati in Brasile, che ha finalmente abolito la pratica schiavista nel 1888, oltre vent’anni dopo la fine della Guerra civile americana.
I patrioti della Rivoluzione americana, forti della promessa enunciata nella Dichiarazione d’Indipendenza, hanno fatto tanto, se non di più, quanto qualsiasi altra generazione del mondo per mettere fine alla schiavitù umana. Rifiutarono di legittimarla nella Costituzione, inserendo invece una disposizione che vietava la tratta atlantica di schiavi dal 1808.
Ci si potrebbe chiedere: «Ma la Costituzione non riconosceva ogni schiavo nero come solo tre quinti di una persona?». È vero, ma anche quello era un compromesso a favore dell’Unione, e mirava solo a determinare la popolazione per l’assegnazione della rappresentanza nel Parlamento federale. Non era una dichiarazione contro il «valore» degli individui neri rispetto ai bianchi. Gli Stati schiavisti del Sud avrebbero voluto che tutti gli schiavi rientrassero nel censimento per garantirsi una rappresentanza maggiore nel Parlamento, senza però concedere loro alcun diritto. Mentre gli Stati del Nord, in generale, sostenevano che nessuno schiavo dovesse essere contato per la rappresentanza, non avendo libertà di voto. Il “Compromesso dei Tre Quinti” limitava la rappresentanza del Sud rispetto alle aspettative dei proprietari di schiavi.
A metà del Settecento quasi nessuno nel mondo considerava la schiavitù un male o anche solo “strana”, ma proprio in quel periodo l’opinione pubblica cominciava a cambiare. Affermando che «tutti gli uomini sono creati uguali», la Dichiarazione d’Indipendenza ha posto l’America all’avanguardia di un nascente movimento abolizionista. Gli oppositori della schiavitù, compreso Frederick Douglass, citavano la Dichiarazione per sottolineare l’incoerenza e l’ipocrisia di chi si univa in ritardo alla causa abolizionista, sostenendo che sia la Dichiarazione che la Costituzione fossero «documenti di libertà» a cui le generazioni successive di americani avrebbero dovuto attenersi.
C’è, oggi, qualcuno che possa affermare con certezza che, se fosse nato nel 1700, sarebbe diventato un abolizionista militante? Probabilmente no, perché l’abolizionismo è stato in gran parte un movimento dell’Ottocento, ispirato fortemente dalla premessa della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui, appunto, «tutti gli uomini sono creati uguali».
George Washington si è esposto in prima persona per quella convinzione. Spettava alle generazioni successive portarla fino alla sua logica conclusione: porre fine alla schiavitù. Ma in un momento critico della Storia mondiale persone come lui hanno contribuito ad andare in quella direzione più di quanto fosse mai avvenuto prima. Non era perfetto, ma neppure noi lo siamo.
Che ci sia stato un uomo del carattere e del coraggio di Washington nel posto giusto al momento giusto è stata una benedizione per la quale gli americani (e il mondo intero) devono eterna gratitudine.
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Lawrence Reed per ET USA
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