Roma, 2 set – Ogni volta che gli Stati Uniti fanno parlare le armi torna puntualmente il coro dell’indignazione anti-imperialista. Oggi accade davanti alle bombe americane sull’Iran, ieri è accaduto in Siria e lo stesso vocabolario accompagna ogni prova di forza di Washington contro Stati considerati ostili: aggressione, sovranità violata, civili sacrificati agli interessi geopolitici di una grande potenza. Le bombe vengono giudicate moralmente o al massimo per quello che sono, cioè uno strumento militare. Eppure esiste una parentesi storica nella quale tutto questo improvvisamente non vale più. Quando gli aerei statunitensi bombardavano le città italiane, l’imperialismo svanisce, la politica di aggressione diventa “Liberazione” e i civili morti finiscono relegati ai margini della memoria. Oggi, 2 settembre, ricorrono ottantatré anni da una delle pagine che meglio raccontano questa rimozione: la distruzione della Portela di Trento.

Trento, la Portela rasa al suolo

Era quasi mezzogiorno del 2 settembre 1943 quando decine di bombardieri alleati raggiunsero Trento scaricando sulla città oltre duecento tonnellate di bombe. L’obiettivo militare indicato era lo scalo ferroviario, nodo importante della linea del Brennero. Ma lo stesso Archivio di Stato di Trento ricorda che quello scalo riportò soltanto danni lievi, mentre il quartiere che sorgeva nelle vicinanze venne «raso al suolo, cancellato». Quel quartiere era la Portela, uno dei rioni più vivi e popolari della città, abitato da artigiani, operai, lavandaie, falegnami, commercianti e dalle loro famiglie. Nel giro di pochi minuti un pezzo della Trento popolare cessò di esistere. Le bombe sventrarono edifici, botteghe e abitazioni; alla Cassa malati alcune persone morirono sotto il crollo della struttura, altre annegarono nelle cantine dopo la rottura delle condutture idriche. Circa duecento furono le vittime del primo bombardamento della città, quasi tutte civili. Non gerarchi, non comandi militari, non uomini impegnati al fronte: soprattutto uomini e donne che quella mattina stavano vivendo la propria quotidianità e bambini che non avevano alcuna guerra da combattere. La Portela divenne così l’epicentro di una stagione che, fino al maggio 1945, avrebbe prodotto almeno ottanta incursioni su Trento, quasi quattrocento morti e 1.792 edifici danneggiati.

Bombardare le città per piegare un popolo

Liquidare quella strage come un semplice errore di mira significa però cancellare il contesto nel quale avvenne. La campagna aerea anglo-americana non si limitava a cercare chirurgicamente ponti, ferrovie e installazioni militari lasciando tutto il resto fuori dalla guerra. La stessa Provincia autonoma di Trento, ricostruendo quei bombardamenti, parla apertamente della tattica del bombardamento “a zona”, utilizzata non soltanto per interrompere i rifornimenti diretti al fronte italiano ma anche per «fiaccare la resistenza della popolazione». Colpire il territorio significava anche sottoporre chi lo abitava alla pressione della guerra, distruggerne la quotidianità, produrre paura e accelerare il cedimento del Paese nemico. E il raid del 2 settembre aveva persino una funzione politica dichiarata. Una recente ricostruzione ricorda che gli attacchi su Trento e Bolzano dovevano da una parte ostacolare l’afflusso delle truppe tedesche verso l’Italia, dall’altra premere sul governo Badoglio affinché firmasse l’armistizio con gli anglo-americani. Le bombe sulla Portela cadevano dunque mentre la potenza militare alleata cercava di imporre un risultato politico al governo italiano.
Esattamente quel rapporto tra forza militare e pressione politica che oggi viene immediatamente riconosciuto quando Washington colpisce un proprio avversario. Soltanto ieri, 1° settembre, nuovi attacchi statunitensi hanno investito obiettivi iraniani e provocato anche vittime civili, riaprendo immediatamente il dibattito sulla strategia americana, sui suoi interessi e sulle conseguenze della guerra per la popolazione. Nessuno pretende che una bomba smetta di avere un significato politico perché il Pentagono ha indicato un obiettivo militare. Nessuno considera sacrilego interrogarsi sul rapporto tra l’obiettivo dichiarato e gli effetti prodotti. Ma sulle bombe cadute sull’Italia questo elementare meccanismo di analisi continua a incontrare il tabù della “Liberazione”.

Il tabù dei “liberatori”

È qui che la memoria repubblicana mostra uno dei suoi più evidenti doppi standard. Gli Stati Uniti possono essere una potenza imperialista nel 2026, ma nel 1943 sembrano trasformarsi in una forza morale. Non bombardano un Paese nemico: lo liberano. Non esercitano pressione sulla sua popolazione: preparano la democrazia. E quando centinaia di civili finiscono sotto le macerie, quelle vittime vengono assorbite nella necessità superiore della “guerra giusta”. Il risultato è che esistono ancora oggi morti italiani di serie A e morti italiani di serie B. Alcune stragi sono diventate parte integrante della pedagogia nazionale, ricordate ogni anno come chiavi attraverso cui interpretare l’intero conflitto. Altre sono sopravvissute soprattutto nella memoria delle città che le subirono. La Portela appartiene a queste ultime. Quasi duecento persone morirono in una mattina e un intero quartiere popolare fu spazzato via, ma la loro morte rimane incompatibile con la rappresentazione rassicurante di un’Italia semplicemente liberata dall’esterno da eserciti giunti a restituirle la libertà.
Il problema non è la scarsità delle fonti. Le immagini delle macerie esistono, i nomi dei morti esistono, le testimonianze esistono e persino le istituzioni trentine parlano esplicitamente di bombardamenti destinati anche a fiaccare la popolazione. Il problema è il significato che quelle macerie acquistano se vengono inserite fino in fondo nella storia nazionale. Perché obbligano a guardare gli Alleati non attraverso la lente postuma del 25 aprile, ma attraverso gli occhi di chi nel 1943 li vedeva arrivare sopra la propria città dentro la fusoliera di un bombardiere.

Gli italiani morti sotto le bombe americane

Ottantatré anni dopo, il paradosso rimane intatto. Possiamo indignarci per ogni civile iraniano morto sotto una bomba americana, discutere della sovranità degli Stati e denunciare il diritto che Washington continua ad arrogarsi di decidere dove e quando utilizzare la propria forza. Ma quando sotto quelle stesse bombe c’erano gli italiani, improvvisamente bisogna abbassare la voce. È questo il vero tabù della “Liberazione”: avere trasformato una vittoria militare in un’assoluzione retroattiva dei vincitori. Eppure alla Portela, sotto le macerie di quel 2 settembre 1943 che preannuncia tragicamente la funesta data dell’8 settembre, c’erano italiani morti sotto le bombe americane. E dopo ottantatré anni hanno almeno il diritto di essere ricordati senza chiedere il permesso alla mitologia dei liberatori.

Vincenzo Monti




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