Il conto salato della transizione: perché l’industria Ue perde margini nella corsa al net zero


C’è un numero che riassume meglio di ogni discorso politico lo stato dell’industria cleantech europea: costruire una gigafactory di batterie in Europa costa dal 70% al 130% in più per unità di capacità rispetto alla Cina, e produrre un modulo fotovoltaico costa circa il doppio. Non si tratta di margini che si recuperano con un incentivo temporaneo, bensì differenziali strutturali di costo che si sono accumulati per anni e che oggi, secondo lo studio commissionato dal Parlamento europeo su decarbonizzazione industriale e competizione globale, rendono l’Europa vulnerabile proprio nei due segmenti che pesano di più sul mercato mondiale delle tecnologie pulite: fotovoltaico e batterie Il quadro non sorprende chi ha letto il rapporto Draghi sulla competitività europea, richiamato più volte nello stesso studio come riferimento analitico, e anzi conferma l’allarme lanciato dall’ex numero uno della Bce: l’Europa investe in ricerca e in regolazione climatica più di quanto riesca a trasformare quella spesa in capacità produttiva competitiva.

Il differenziale energetico che pesa sui margini

Il primo fattore di costo, quello più difficile da correggere con la sola politica industriale, è il prezzo dell’energia. Nel 2025 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Europa ha viaggiato attorno a 107 dollari per megawattora, contro 68 dollari in Cina (per un differenziale del 57%) e appena 50 dollari negli Stati Uniti (114%). Per settori energivori come l’alluminio, questo si traduce in numeri drammatici: oltre un terzo della capacità produttiva europea di alluminio è stata chiusa dal Duemila, con una perdita aggiuntiva di un milione di tonnellate annue dovuta alla crisi energetica che ha spostato la produzione verso Paesi con impronta di carbonio più alta, alimentando il fenomeno del carbon leakage.

Lo stesso meccanismo di costo colpisce la chimica, il settore industriale che consuma più elettricità in assoluto nell’Ue. Secondo le stime citate nello studio, circa un quarto della capacità mondiale di etilene rischia la chiusura per eccesso di offerta entro la fine del decennio, con la quota a rischio che sale a circa due terzi per gli impianti europei. Le aziende, di fronte a questi margini compressi, stanno tagliando gli investimenti in decarbonizzazione invece di accelerarli, finendo di agire esattamente all’opposto di ciò che invece servirebbe per restare competitivi sul lungo periodo.

La scommessa di creare mercato con le regole

Se l’Europa non può competere sul costo puro dell’energia, la sua strategia implicita è provare a competere creando artificialmente la domanda attraverso la regolazione. Il caso più chiaro è l’acciaio verde, con premi di costo compresi tra il 20% e il 145% rispetto all’acciaio convenzionale, e in Europa i prezzi sono tra il 25% e il 70% più alti che negli Stati Uniti. Nonostante questo, l’Ue si prepara a diventare la sede di circa l’80% della capacità mondiale H2-DRI (la tecnologia più pulita per produrre acciaio) entro il 2030, pari a circa 20 milioni di tonnellate, grazie alla combinazione tra il sistema Ets di scambio delle emissioni e il Cbam, il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere che dovrebbe proteggere i produttori europei dalla concorrenza di acciaio ad alta intensità di carbonio importato.

Una scommessa industriale interessante ma fragile, come riconosce lo stesso studio di Bruxelles, evidenziando come molti progetti di acciaio verde europei siano stati rinviati, ridimensionati o cancellati nell’ultimo anno per via delle condizioni di mercato difficili, dei costi elevati degli input e dell’incertezza crescente sul sostegno pubblico futuro. In poche parole, il Cbam può creare le condizioni di domanda sulla carta, ma se il costo dell’idrogeno resta troppo alto – come mostra la sospensione nel 2025 di una gara per l’acquisto di 2,5 milioni di tonnellate annue di idrogeno verde da parte di un grande gruppo siderurgico tedesco – gli investimenti restano bloccati anche con le regole giuste.

L’asimmetria con Stati Uniti e Cina: sussidi contro regole

Il confronto con le altre due giurisdizioni mostra quanto diverse siano le strategie di politica industriale. Gli Stati Uniti, dopo l’Inflation Reduction Act, hanno virato con l’amministrazione Trump verso il One Big Beautiful Bill Act, che ha eliminato i crediti fiscali per i veicoli elettrici e fissato una progressiva eliminazione degli incentivi alla manifattura eolica e solare dopo il 2027. Il risultato è stato immediato, con investimenti manifatturieri cleantech statunitensi scesi di circa il 15% nel 2025 e le previsioni di vendita di veicoli elettrici al 2030 tagliate di quasi il 40%. Ma resta un vantaggio strutturale americano che l’Europa non ha, ovvero il credito fiscale per la produzione avanzata che abbassa il costo di produzione dei moduli solari da circa 0,21 a 0,14 dollari per watt, rendendo la manifattura Usa tra le più competitive al mondo fuori dalla Cina.

Pechino, dal canto suo, gioca su una scala di sussidi che il report stima fra tre e nove volte superiore a quella degli altri paesi Ocse. I costi di questo vantaggio, tuttavia, non mancano: il sovraccarico di capacità ha già prodotto perdite operative combinate superiori a 4,5 miliardi di dollari tra i principali produttori solari cinesi nel 2024, spingendo il Dragone a cambiare le regole di sostegno e a imporre che almeno il 30% del capitale dei progetti provenga da equity e non da debito. Ma la capacità produttiva installata resta comunque enormemente superiore a quella europea, e i prezzi dei pannelli sono scesi di circa due terzi dal 2020 ad oggi, un livello con cui nessun produttore europeo può competere sui costi diretti.

Cosa resta da difendere (e cosa rischia di saltare)

Sotto il profilo industriale, il punto nevralgico del report non è che l’Europa abbia perso tutto, ma quanto il vantaggio competitivo dell’Ue si sia oramai ristretto a poche nicchie ad alto valore, dall’eolico offshore alle pompe di calore di fascia alta, fino a elettrolizzatori, reti elettriche, carburanti sostenibili per l’aviazione e alcune tecnologie di decarbonizzazione industriale. Anche qui, però, il fattore tempo gioca contro Bruxelles: nell’eolico, ad esempio, l’Ue ha perso più della metà della sua quota di mercato globale dal 2017 (dal 58% al 23% nel 2023), pur restando leader tecnologico nell’offshore.

Incrociando le conclusioni del report con l’agenda Draghi, la lezione per l’industria – tanto europea quanto italiana – è che la regolamentazione può creare domanda e proteggere alcuni segmenti, ma da sola non compensa un differenziale di costo energetico che resta doppio rispetto alla Cina e ancor più ampio rispetto agli Usa. Senza un intervento più aggressivo su prezzi dell’energia, capitale di scala e coordinamento industriale tra Stati membri, il rischio concreto è che l’Europa continui a scrivere le regole migliori del mondo per una transizione le cui fabbriche, con i relativi margini e il relativo valore industriale, si concentrano sempre più altrove.


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