L’economia umbra non si sgancia dal treno del Sud. Lo dicono i numeri. Lo confermano le tendenze. La produttività è più bassa della media nazionale e si appaia a quella del Mezzogiorno. Nell’ultimo report della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani veneti, il dato è scolpito in una tabella inclemente: la classifica della produttività in Italia. Viene valutato il valore aggiunto per ora lavorata, in euro nominali. Stando ai dati Istat (2025) elaborati da Cgia, nel 2023 in Umbria si stimavano 37,47 euro di valore aggiunto per ogni ora lavorata, contro il 43,20 di media nazionale, i 48,73 del Nord Ovest, i 45,49 del Nord Est, i 43,76 del Centro e i 34,94 del Mezzogiorno. Il gap percentuale rispetto al Belpaese è del -13,3. In questo caso Nord Ovest, Nord Est e Centro stanno rispettivamente a +12,8%, +5,3% e +1,3%. Solo il Sud è a -19,1. Il Cuore verde è molto più vicino a quest’ultimo dato che ai primi tre.
Stesso dicasi per le retribuzioni medie lorde per territorio di lavoro. In Umbria, stando ai numeri forniti da Inps per il 2024, la retribuzione media annua è sì 21.915 euro. La media nazionale è pari a 24.486 euro. E tutto questo a fronte di un numero medio di giornate retribuite superiore: 251,3 in Umbria, 246,5 in Italia. La retribuzione media giornaliera nella regione scende a 87,20 euro, contro i 99,32 della media italiana, i 112,25 del Nord Ovest, i 102,07 del Nord Est, i 96,91 del Centro e i 79,52 del Mezzogiorno. Questo significa che la media oraria retributiva del Cuore verde è più vicina, anche in questo caso, a quella del Sud, con uno scarto di 7,68 euro (in più per l’Umbria), rispetto a quella del Centro, dove il divario a sfavore della nostra regione è di 9,71 euro giornalieri. La quota di valore aggiunto rispecchia quella degli stipendi, evidenzia Cgia. “Se analizziamo le prime cinque regioni italiane per produttività, troviamo Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Lazio ed Emilia-Romagna”, è scritto nel report . “Se osserviamo invece la classifica nazionale delle retribuzioni medie lorde annuali, nelle prime cinque posizioni compaiono quasi le stesse regioni: Lombardia (30.384 euro), Emilia-Romagna (26.377 euro), Piemonte (26.249 euro), Veneto (25.370) e Trentino-Alto Adige (25.244 euro). Il divario retributivo tra Nord e Sud resta significativo e, negli ultimi decenni, è ulteriormente peggiorato. Questo accade perché le multinazionali, le utility, le imprese medio-grandi e le società finanziarie, assicurative e bancarie – che tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi ben più elevati della media – si concentrano soprattutto nelle aree metropolitane del Centro-Nord. Non solo: in queste realtà la quota di personale con qualifiche apicali (manager, dirigenti, quadri, tecnici, ecc.) sul totale degli occupati è molto alta, e per contratto a queste figure spettano retribuzioni importanti”. L’Umbria mostra il fianco anche sul fronte pensioni. Nel 2024 i pensionati sono 253.161 e l’età media al momento della pensione è più alta della media italiana: 66,9 anni per le donne e 64,7 per gli uomini. Si lavora più a lungo e si resta pensionati per più anni. Anche gli importi medi sono più bassi: nel Fondo lavoratori dipendenti le pensioni valgono in media 952,7 euro al mese per le donne e 1.881,3 per gli uomini, entrambe sotto il dato nazionale.
Eppure è un punto forte dell’economia familiare. Sempre su dati 2024, il 35,1 per cento degli umbri vive di pensione, contro il 27,7 della media nazionale: una voragine che fa dell’Umbria una delle regioni più “previdenza-dipendenti”, come ha sottolineato a più riprese la Uil.
Le risultanze Rapporto sul Benessere equo sostenibile presentano valori degli indicatori relativi alla capacità di produrre ricchezza in genere inferiori al dato nazionale. Non solo: sono in costante peggioramento ormai da svariati anni, come ha evidenziato anche l’ex direttore regionale programmazione dell’Umbria Lucio Caporizzi. L’analisi di lungo periodo, svolta dal 2008 al 2023 mostra infatti per l’Umbria un andamento molto peggiore rispetto a quello italiano che, a sua volta, è andato peggio della media europea. Fatto pari a 100 il valore aggiunto nel 2007, nel 2023 per l’Umbria siamo ancora a 90, mentre il corrispondente dato italiano aveva superato il valore del 2007.
Questa debolezza nella capacità di generare valore si verifica nonostante una crescita dei livelli occupazionali. Il Bes rivela che il tasso di occupazione delle persone in età 20-64 anni, in Umbria presenta nel 2023 un valore pari al 71,8%, superiore al valore dell’Italia (66,3%) e del Centro (70,9%). Questa “apparente contraddizione”, come l’ha definita Caporizzi in queste colonne, si spiega andando a vedere il livello delle retribuzioni che – per i lavoratori a tempo indeterminato e full time – sono in media in Umbria pari a 30.872 euro, (dato 2022) mentre il dato italiano si colloca a 37.360 euro, ergo con un meno 17% a sfavore dell’Umbria. Dinamica simile con la media citata nell’incipit. Il declino economico dell’Umbria è stato recentemente “certificato” anche dall’inclusione nella Zona economica speciale (Zes) del Mezzogiorno – e che potrebbe essere estesa a tutta Italia – concretizzando, quindi, i dati di scivolamento verso il basso.
Nella relazione illustrativa del disegno di legge in cui si spiegano le ragioni dell’allargamento a Marche e Umbria viene certificata la dinamica che assimila l’economia umbra e marchigiana a quella del Sud. La regione Marche “ha conosciuto negli ultimi anni, una progressiva e marcata crisi dei distretti industriali, storicamente trainanti per l’economia regionale, con conseguente accelerazione del processo di deindustrializzazione (…). Analogamente, la Regione Umbria ha registrato un significativo indebolimento del proprio tessuto produttivo, con ricadute negative sull’intero sistema economico regionale”, è scritto nel documento. “La mancata inclusione delle regioni Marche e Umbria nell’area della Zes unica – riferita al Mezzogiorno – diversamente da quanto avvenuto con la regione Abruzzo, ha determinato l’esclusione delle due regioni oggetto del presente disegno di legge dalle misure ‘agevolative’ previste per il sostegno allo sviluppo economico e occupazionale”, è riportato ancora nella relazione. Tradotto: le misure di incentivazione economica (agevolazioni fiscali, sgravi contributivi e procedure semplificate) vanno estese perché le problematiche sono simili. Convogli dello stesso treno. Che marcia verso Sud.
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