L’Europa ha costruito la propria transizione energetica e digitale su nuove dipendenze strategiche: dalla Cina per le tecnologie green, dagli Stati Uniti per il digitale. Emerge il tema della sovranità europea e dei suoi interruttori esterni.
C’è un modo molto semplice per capire quanto un Paese, o un continente, sia davvero sovrano: chiedersi che cosa accadrebbe se qualcun altro decidesse improvvisamente di chiudere un rubinetto, bloccare una fornitura strategica, interrompere un servizio digitale o negare l’accesso a una tecnologia essenziale. L’Europa questo esperimento lo ha già fatto con il gas russo. Per decenni abbiamo considerato razionale dipendere dall’energia di Mosca, perché costava relativamente poco, alimentava l’industria europea e sembrava improbabile che una relazione commerciale tanto conveniente potesse trasformarsi in uno strumento di pressione geopolitica. Poi è arrivata la guerra in Ucraina e abbiamo scoperto, nel modo più costoso possibile, che l’interdipendenza economica non cancella la politica di potenza.
Il problema è che, mentre cercavamo in fretta di ridurre la dipendenza dalla Russia, avevamo già costruito nuove dipendenze. Verso la Cina per una parte decisiva delle tecnologie necessarie alla transizione energetica; verso gli Stati Uniti per il cloud, le piattaforme digitali, il software, una parte crescente dell’intelligenza artificiale e, naturalmente, per la sicurezza militare. Invece di ridurre la dipendenza da Russia e Usa, l’abbiamo diversificata, distribuendola su più interlocutori e convincendoci che questo bastasse a renderci autonomi. In realtà abbiamo cambiato un protagonista e la tipologia di dipendenza: siamo passati dalla dipendenza dalle forniture del gas russo alla dipendenza ‘pervasiva’ di business e sorveglianza della Cina.
È in questo quadro che assumono un significato particolare le recenti dichiarazioni di Wopke Hoekstra, commissario europeo per il Clima. Parlando a Euronews, Hoekstra ha accusato la Cina di praticare spionaggio industriale su larga scala e ha affermato che nelle turbine eoliche sarebbero stati inseriti dei ‘kill switch’, cioè dispositivi potenzialmente utilizzabili per disattivare sistemi da remoto. Si tratta di un’accusa molto grave e, proprio per questo, va trattata con prudenza: Hoekstra non ha presentato pubblicamente prove tecniche sufficienti per trasformare quella dichiarazione in un fatto definitivamente accertato. Ma il punto politico va ben oltre il singolo dispositivo. Il vero ‘kill switch’ dell’Europa è la dipendenza stessa, perché se non sei in grado di produrre autonomamente una tecnologia essenziale o di sostituire rapidamente chi te la fornisce, qualcun altro possiede già una leva nei tuoi confronti.
La scelta green che fa guadagnare la Cina
I numeri mostrano quanto questa leva sia concreta. Nel 2024, secondo Eurostat, il 98 per cento dei pannelli solari importati nell’Unione europea da Paesi extra-UE proveniva dalla Cina. Per i magneti in terre rare, fondamentali per turbine e motori elettrici, la dipendenza europea dalle importazioni cinesi è anch’essa prossima al 98 per cento, mentre per alcune terre rare pesanti l’approvvigionamento europeo dipende sostanzialmente per intero dalla Cina. Sono dati difficili da conciliare con la retorica dell’autonomia strategica, soprattutto se si considera che proprio queste tecnologie dovrebbero sostenere la trasformazione energetica e industriale dell’Europa nei prossimi decenni. Sono anche dati che si conciliano difficilmente con la necessità di recupero della crescita dell’Europa, perché la principale strategia economica europea, quella del ‘green’, di fatto sta facendo spendere noi e arricchire la Cina.
La scelta di ridurre le emissioni e di trasformare il sistema energetico europeo può avere solide ragioni ambientali, industriali e geopolitiche. Il problema è il modo in cui questa trasformazione è stata impostata. L’Europa ha fissato obiettivi, scadenze, standard e vincoli prima di assicurarsi che una quota sufficiente delle tecnologie necessarie a rispettarli fosse prodotta nel continente. In pratica abbiamo creato la domanda mentre altri costruivano l’offerta. Abbiamo imposto una rivoluzione industriale senza avere prima consolidato l’industria necessaria a realizzarla, e quando il mercato ha cercato il prodotto più conveniente ha fatto esattamente ciò che era prevedibile: ha comprato cinese.
Non serve immaginare complotti per spiegare ciò che è accaduto. Basta osservare gli incentivi economici. La vera ingenuità europea è stata credere che la globalizzazione fosse soltanto un gigantesco esercizio di efficienza e che la produzione potesse essere spostata altrove senza conseguenze strategiche. Ma quando si spostano le fabbriche non si sposta soltanto il costo del lavoro. Si spostano competenze, filiere, fornitori, capacità di innovazione, economie di scala e, alla fine, potere. Una fabbrica chiusa oggi non può essere ricostruita domani mattina solo perché Bruxelles si accorge improvvisamente che quel prodotto è diventato strategico.
La transizione green rappresenta probabilmente il caso più evidente di questo errore. Non è stato un errore puntare sulle rinnovabili, né sarebbe serio sostenere che l’elettrificazione o la riduzione delle emissioni siano di per sé politiche sbagliate. L’errore è stato pensare che si potesse elettrificare l’economia europea senza porsi prima il problema di chi avrebbe prodotto batterie, pannelli, inverter, magneti, semiconduttori e materie prime. Abbiamo confuso la decarbonizzazione con l’autonomia energetica, ma sono due cose molto diverse: si può ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas aumentando contemporaneamente la dipendenza da tecnologie, componenti e materiali controllati da altri.
Con la testa nel cloud (però statunitense)
Se guardiamo a Occidente, il problema cambia forma ma non sostanza. Nel cloud europeo Amazon, Microsoft e Google controllano insieme circa il 70 per cento del mercato, mentre i provider europei restano intorno al 15 per cento. Nel 2026 la stessa Commissione europea ha riconosciuto che l’Unione rimane strutturalmente dipendente da fornitori non europei per una quota molto elevata di prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali. La questione, quindi, non riguarda più soltanto dove vengono costruiti i pannelli o le batterie, ma dove risiedono i dati, chi controlla le infrastrutture di calcolo, chi possiede i sistemi operativi, chi gestisce le piattaforme e chi fornisce gli strumenti sui quali imprese e pubbliche amministrazioni stanno costruendo l’intelligenza artificiale.
Naturalmente, Stati Uniti e Cina non sono la stessa cosa. Washington è il principale alleato politico e militare dell’Europa, mentre Pechino è contemporaneamente partner commerciale, concorrente economico e rivale sistemico. Ma l’alleanza non annulla la dipendenza: la rende meno rischiosa. La sovranità non consiste infatti nella speranza che il proprio fornitore resti amichevole per sempre, ma nella capacità di continuare a funzionare anche quando gli interessi divergono. Su questo terreno l’Europa mostra una fragilità evidente, perché sulla tecnologia green dipende in misura crescente dalla Cina, sul digitale dipende in larga parte dagli Stati Uniti, sulla sicurezza militare continua a poggiare in misura decisiva sull’ombrello americano e, fino a pochi anni fa, dipendeva dalla Russia per una parte essenziale dell’energia.
Enrico Letta lo aveva espresso con parole ancora più dure. Presentando il suo rapporto sul mercato unico al Parlamento europeo nel 2024, aveva avvertito che, senza maggiore integrazione e capacità industriale, l’Europa rischiava nel giro di pochi anni di dover scegliere se diventare “una colonia degli Stati Uniti o della Cina”. È un’espressione volutamente estrema, ma arriva da un ex presidente del Consiglio incaricato dalle istituzioni europee di studiare il futuro del mercato unico e coglie un problema reale: l’Europa dispone ancora di ricchezza, ricerca, industrie, capitale umano e di un enorme mercato interno, ma fatica sempre di più a trasformare questi elementi in potenza.
La sovranità costa
Il motivo è anche culturale. Per trent’anni abbiamo creduto che il mondo sarebbe progressivamente diventato europeo: più regole, più commercio, più interdipendenza, meno politica di potenza. Mentre noi costruivamo questa visione, Stati Uniti e Cina continuavano invece a comportarsi da grandi potenze. Gli americani costruivano piattaforme tecnologiche globali, la Cina consolidava filiere industriali gigantesche e l’Europa si specializzava nella regolamentazione. Privacy, concorrenza, ambiente, intelligenza artificiale, emissioni, batterie, piattaforme digitali, automobili: molte di queste norme sono giuste e necessarie, ma una norma non è una fabbrica, una direttiva sulle batterie non produce batterie, un regolamento sul cloud non crea una capacità europea e una legge sull’intelligenza artificiale non costruisce chip e data center.
Abbiamo confuso il potere di stabilire le regole con il potere di determinare il gioco. Per anni ci siamo comportati come gli arbitri della globalizzazione; oggi rischiamo di essere diventati i guardalinee, molto precisi nel misurare il fuorigioco mentre altri possiedono sempre più spesso le squadre, gli stadi, le tecnologie e i diritti televisivi. Il problema non è avere regole, ma pretendere che le regole possano sostituire la capacità industriale, tecnologica e strategica.
Questo non significa che l’Europa sia condannata. Significa però che deve accettare una verità politicamente scomoda: la sovranità costa. Costa produrre un pannello in Europa se quello cinese costa meno, costa costruire una filiera delle batterie, costa mantenere una siderurgia e una chimica competitive, costa creare cloud europei, finanziare aziende tecnologiche per anni, sviluppare un’industria della difesa più autonoma e mantenere capacità produttive che in tempi normali possono sembrare ridondanti. Ma anche la dipendenza costa, soltanto che il suo conto arriva più tardi e spesso quando non c’è più il tempo di scegliere.
Una lezione che va appresa prima che sia troppo tardi
Con il gas russo lo abbiamo già imparato. Con la Cina stiamo iniziando a capire quanto potrebbe costare una dipendenza eccessiva nelle filiere della transizione energetica. Con gli Stati Uniti preferiamo porci la domanda con maggiore cautela, perché parliamo del nostro principale alleato, ma un continente adulto deve essere capace di interrogarsi anche sulle proprie dipendenze dagli amici, non per rompere le alleanze ma per renderle più equilibrate.
Ed è per questo che la frase di Hoekstra sui ‘kill switch’ è così efficace, anche se dovrà essere dimostrata tecnicamente. L’interruttore è diventato la metafora perfetta della nostra condizione: c’è quello del gas, quello dei pannelli, quello delle batterie, quello delle terre rare, quello del cloud, quello dei dati e quello della sicurezza. Troppi di questi interruttori non sono nelle nostre mani.
L’Europa rimane una delle aree più ricche, avanzate e civili del pianeta, ma la sovranità non si misura soltanto nella capacità di scrivere una legge. Si misura nella capacità concreta di attuarla senza dipendere in modo eccessivo dalla volontà, dalla tecnologia o dalle materie prime degli altri. Sotto questo profilo siamo diventati una potenza incompleta, ricca, sofisticata e regolamentata, ma anche strutturalmente dipendente. Una parte di questa sovranità non ci è stata sottratta con la forza. L’abbiamo ceduta noi, poco alla volta, convinti ogni volta di scegliere semplicemente la soluzione economicamente più conveniente. Solo adesso scopriamo che nel prezzo mancava una voce, forse la più importante di tutte: la libertà di scegliere
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