Le imprese italiane guardano al 2026 con fiducia, ma quando dalle aspettative sui ricavi si passa alle decisioni di investimento il quadro cambia. E, soprattutto, cambia in base alle dimensioni dell’azienda. Al Forum TEHA di Cernobbio, il 72,1% degli oltre 200 manager e imprenditori intervistati ha dichiarato di prevedere un aumento del fatturato nel 2026. Di questi, il 50,8% stima una crescita entro il 10%, mentre il 21,3% si aspetta un incremento superiore al 10%.
I dati raccolti dalla Banca d’Italia raccontano però l’altra faccia della medaglia: le imprese dell’industria e dei servizi privati non finanziari con almeno 20 addetti prevedono per il 2026 una riduzione degli investimenti del 4,9%. E sono soprattutto le imprese più piccole del campione a tirare il freno: per quelle tra 20 e 49 addetti la contrazione prevista raggiunge l’11,8%.
La domanda, allora, è inevitabile: perché le imprese prevedono di aumentare i ricavi ma, allo stesso tempo, riducono gli investimenti? La risposta non sta necessariamente in una minore volontà di crescere. In un contesto ancora caratterizzato da incertezza economica e geopolitica, costi da sostenere e difficoltà nel programmare il futuro, per molte PMI il vero problema è riuscire a trasformare i progetti di crescita in investimenti finanziariamente sostenibili.
Forum TEHA di Cernobbio: crescono i ricavi, ma rallentano gli investimenti. Come mai?

Previsioni imprese 2026: il 72,1% degli imprenditori di Cernobbio si aspetta ricavi in crescita
Partiamo dal dato più ottimistico. Durante il Forum “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”, organizzato da TEHA Group a Cernobbio, è stato condotto un sondaggio elettronico tra oltre 200 manager e imprenditori presenti alla sessione dedicata al quadro economico. Il risultato è piuttosto netto: il 72,1% prevede di chiudere il 2026 con un fatturato superiore rispetto all’anno precedente.
Più precisamente:
- il 50,8% prevede una crescita del fatturato fino al 10%;
- il 21,3% stima un incremento superiore al 10%;
- il 18% prevede ricavi sostanzialmente stabili;
- il 6,6% si aspetta una contrazione entro il 10%;
- l’1,6% teme una diminuzione superiore al 10%.
Anche il confronto con la concorrenza restituisce un quadro positivo: il 59,6% degli intervistati ritiene che la propria azienda stia ottenendo risultati migliori dei competitor. Numeri che descrivono quindi un sistema imprenditoriale che, almeno nella platea rappresentata a Cernobbio, continua a vedere possibilità di crescita nonostante un contesto internazionale complesso. C’è però una precisazione importante.
Il sondaggio TEHA non rappresenta statisticamente l’intero tessuto produttivo italiano. È stato realizzato su una platea selezionata di poco più di 200 manager e imprenditori, con una forte presenza di grandi aziende e multinazionali. Per capire cosa sta succedendo alle imprese italiane, e in particolare alle realtà di dimensioni inferiori, è quindi necessario affiancare a questa fotografia i dati della Banca d’Italia.
Investimenti delle imprese in calo del 4,9% nel 2026 secondo Banca d’Italia
L’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi nell’anno 2025, pubblicata dalla Banca d’Italia il 1° luglio 2026, mostra una situazione differente sul fronte degli investimenti. L’indagine riguarda le imprese dell’industria in senso stretto e dei servizi privati non finanziari con almeno 20 addetti ed è stata condotta tra il 17 febbraio e il 12 maggio 2026.
Nel 2025 gli investimenti erano aumentati complessivamente, mentre per il 2026 le imprese intervistate prevedono un’inversione di tendenza. La spesa per investimenti dovrebbe diminuire complessivamente del 4,9%, con differenze importanti tra settori e dimensioni aziendali. La manifattura registra la previsione più negativa, con un calo del 9,2%, mentre nei servizi la contrazione prevista è del 2,5%. Questo non significa, però, che le imprese italiane stiano smettendo di crescere.
Banca d’Italia segnala infatti che nel 2026 l’occupazione dovrebbe continuare ad aumentare a un ritmo sostanzialmente in linea con quello del 2025. Il punto critico riguarda piuttosto la propensione a impegnare nuove risorse in programmi di investimento. Ed è proprio guardando alle dimensioni aziendali che emerge la differenza più significativa.
Le PMI riducono gli investimenti più delle grandi imprese
Le previsioni della Banca d’Italia mostrano una relazione molto chiara tra dimensione aziendale e propensione all’investimento. Per il 2026 la variazione prevista della spesa per investimenti è:
| Dimensione dell’impresa | Variazione prevista degli investimenti 2026 |
|---|---|
| 20-49 addetti | -11,8% |
| 50-199 addetti | -7,7% |
| 200-499 addetti | -4,2% |
| 500 addetti e oltre | -1,2% |
| Totale | -4,9% |
La differenza è evidente. Le imprese tra 20 e 49 dipendenti prevedono una contrazione degli investimenti quasi dieci volte superiore rispetto alle aziende con almeno 500 addetti. È un dato particolarmente importante perché mostra come parlare genericamente di “imprese italiane” rischi di nascondere realtà profondamente differenti.
Una grande azienda dispone normalmente di maggiore capacità finanziaria, più possibilità di diversificare le fonti di finanziamento e una struttura organizzativa capace di programmare investimenti anche su orizzonti pluriennali.
Per una PMI, invece, un nuovo macchinario, un impianto produttivo, un progetto di digitalizzazione o un intervento di efficientamento energetico possono avere un impatto molto più rilevante sulla liquidità e sull’equilibrio finanziario dell’impresa. Ed è qui che il tema degli investimenti incontra quello della finanza aziendale.
Ricavi in crescita e investimenti in calo: è davvero una contraddizione?
A prima vista può sembrare difficile conciliare le due informazioni: da una parte imprese che prevedono un aumento del fatturato, dall’altra aziende che riducono la spesa per investimenti. In realtà, fatturato e investimenti misurano due aspetti diversi della vita di un’impresa.
Un’azienda può aumentare i ricavi grazie a una domanda più elevata, a nuovi mercati, all’export, a un aumento dei prezzi o a una maggiore efficienza della capacità produttiva già disponibile, senza necessariamente effettuare nuovi investimenti nello stesso periodo. Investire, al contrario, significa impegnare capitale oggi sulla base di un ritorno atteso domani.
Più aumenta l’incertezza sulle condizioni economiche, sui mercati e sui costi futuri, più una PMI può essere portata a rimandare un investimento anche quando le vendite stanno andando bene. Una conferma arriva anche dalle medie imprese italiane analizzate da Unioncamere, Area Studi Mediobanca e Centro Studi Tagliacarne.
Per il 2026 queste aziende prevedono una crescita del fatturato di circa il 2,5% e delle esportazioni del 2,7%, ma oltre sette su dieci ritengono che l’incertezza globale possa determinare ricavi inferiori rispetto a uno scenario internazionale più stabile. Il risultato è un atteggiamento che potremmo definire di cauto ottimismo: le opportunità di crescita esistono, ma le imprese diventano più selettive quando devono impegnare risorse finanziarie.
Digitale e sostenibilità restano al centro dei programmi di investimento
Ridurre gli investimenti complessivi non significa necessariamente rinunciare all’innovazione. Anzi. Secondo il report realizzato da Unioncamere, Area Studi Mediobanca e Centro Studi Tagliacarne, tra il 2026 e il 2028 il 76% delle medie imprese italiane prevede di investire nel digitale e il 73% nella transizione green.
Il problema è riuscire a trasformare queste intenzioni in progetti concreti. Tre medie imprese su quattro dichiarano infatti di incontrare almeno un ostacolo alla realizzazione degli investimenti digitali e ambientali.
Le principali difficoltà indicate sono:
- costi iniziali elevati, segnalati dal 41,2% delle imprese;
- incertezza normativa, indicata dal 34%;
- necessità di destinare risorse ad altre priorità aziendali, per il 32,5%;
- carenza di competenze interne e manageriali, indicata dal 25,3%.
Il punto, quindi, non è semplicemente stabilire se investire o meno. Per una PMI diventa fondamentale capire come finanziare l’investimento senza compromettere liquidità ed equilibrio finanziario.
La fiducia delle imprese migliora, ma resta la prudenza sulle decisioni di lungo periodo
Anche i dati Istat più recenti aiutano a interpretare il momento attraversato dal sistema produttivo italiano. Ad agosto 2026, l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese è salito da 95,7 a 96,9, con un miglioramento registrato in tutti i comparti.
L’incremento è particolarmente evidente nelle costruzioni e nei servizi di mercato, mentre nella manifattura il miglioramento è più contenuto. Non siamo quindi davanti a un sistema produttivo che ha perso fiducia nelle proprie prospettive. Piuttosto, emerge una distinzione tra aspettative sull’attività economica e disponibilità a immobilizzare capitale in nuovi investimenti. Ed è una distinzione fondamentale soprattutto per le PMI.
Perché la finanza aziendale diventa decisiva quando gli investimenti rallentano
Quando il contesto è incerto, rimandare un investimento può sembrare la scelta più prudente. Ma non sempre lo è. Un investimento in automazione, digitalizzazione, efficienza energetica, nuovi impianti o internazionalizzazione può aumentare produttività e competitività dell’impresa nel medio periodo.
Rinunciarvi esclusivamente perché richiede un esborso finanziario elevato rischia quindi di creare un problema diverso: perdere terreno rispetto alle aziende che hanno invece trovato il modo di finanziare la propria crescita. Prima di rinunciare a un progetto, una PMI dovrebbe quindi valutarne almeno tre dimensioni:
- sostenibilità finanziaria, verificando l’impatto dell’investimento sui flussi di cassa;
- modalità di finanziamento, confrontando capitale proprio, credito bancario e altri strumenti finanziari;
- potenziale agevolativo, verificando se il progetto può accedere a contributi, finanziamenti agevolati, garanzie pubbliche o incentivi fiscali.
È proprio la combinazione tra queste tre leve che può rendere sostenibile un investimento che, finanziato esclusivamente con risorse aziendali, avrebbe un impatto troppo elevato sulla liquidità.
Finanza agevolata: una leva per non rinunciare agli investimenti
In una fase in cui molte PMI prevedono di ridurre gli investimenti, la finanza agevolata può diventare uno degli strumenti attraverso cui ridurre il costo effettivo di un progetto e alleggerirne l’impatto finanziario. Contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati, contributi in conto interessi, garanzie e agevolazioni fiscali possono intervenire su investimenti molto diversi tra loro, a seconda della misura disponibile e dei requisiti previsti.
Questo non significa che esista un incentivo adatto a qualsiasi progetto. Al contrario, uno degli errori più frequenti è partire dal bando e costruire successivamente l’investimento intorno all’agevolazione.
La logica dovrebbe essere opposta: prima si definiscono il progetto, il fabbisogno finanziario e gli obiettivi dell’impresa; poi si individuano gli strumenti che possono contribuire a finanziarlo. È ancora più importante in un periodo in cui le imprese sono chiamate a selezionare con attenzione gli investimenti da realizzare.
Investire nel 2026: cosa dovrebbe valutare una PMI prima di rimandare un progetto
La contrazione prevista degli investimenti non deve quindi essere interpretata automaticamente come un invito a fermarsi. Ogni impresa ha una situazione diversa e la scelta deve partire dai numeri. Prima di rinviare un investimento al 2027 o agli anni successivi è utile chiedersi:
- quale ritorno economico può produrre il progetto?
- quanto capitale deve essere anticipato?
- quale effetto avrebbe sulla liquidità aziendale?
- l’investimento può essere finanziato attraverso credito?
- esistono agevolazioni compatibili con le spese previste?
- è possibile combinare più strumenti nel rispetto delle regole di cumulo?
- rimandare l’investimento comporterebbe una perdita di produttività o competitività?
- quali incentivi oggi disponibili potrebbero non esserlo più quando il progetto verrà ripreso?
La risposta non sarà necessariamente “investire subito”. Ma dovrebbe essere una decisione costruita su piano industriale, flussi finanziari e strumenti disponibili, non soltanto sulla percezione dell’incertezza.
Meno investimenti non significa meno opportunità per le PMI
I dati del 2026 raccontano quindi un’economia a due velocità solo in apparenza. Da una parte, una quota significativa di imprenditori e manager prevede ricavi in crescita e gli ultimi dati ISTAT mostrano un miglioramento della fiducia delle imprese. Dall’altra, la Banca d’Italia registra una forte prudenza sugli investimenti, particolarmente evidente tra le imprese di dimensioni inferiori. Il punto di incontro tra queste due tendenze è la capacità di finanziare la crescita.
Per le PMI, infatti, avere opportunità di mercato non basta. Servono capitale, liquidità, programmazione e una struttura finanziaria capace di sostenere gli investimenti senza mettere sotto pressione l’azienda. Ed è proprio nei momenti in cui il capitale diventa più prezioso che conoscere tutte le alternative disponibili può fare la differenza tra rinviare un progetto e riuscire a realizzarlo.
L’aiuto per le PMI che vogliono finanziare nuovi investimenti
Finera supporta le PMI italiane nell’analisi delle soluzioni di finanza aziendale, credito alle imprese e finanza agevolata disponibili per sostenere i propri progetti di crescita. L’obiettivo non è semplicemente individuare un finanziamento o un bando, ma partire dalle caratteristiche dell’impresa e dal progetto da realizzare per valutare quali strumenti possono essere realmente utilizzati. Se la tua azienda sta programmando un investimento e vuoi capire quali agevolazioni e soluzioni finanziarie possono contribuire a sostenerlo, puoi richiedere una prima consulenza gratuita con gli esperti Finera.
FAQ sulle previsioni per le imprese italiane nel 2026
Secondo il sondaggio condotto tra gli oltre 200 manager e imprenditori presenti al Forum TEHA di Cernobbio, il 72,1% degli intervistati prevede un aumento del fatturato nel 2026. Il dato riguarda però la specifica platea del Forum e non rappresenta statisticamente l’intero sistema produttivo italiano.
Secondo il sondaggio condotto tra gli oltre 200 manager e imprenditori presenti al Forum TEHA di Cernobbio, il 72,1% degli intervistati prevede un aumento del fatturato nel 2026. Il dato riguarda però la specifica platea del Forum e non rappresenta statisticamente l’intero sistema produttivo italiano.
Secondo l’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi della Banca d’Italia, le imprese con almeno 20 addetti prevedono complessivamente una riduzione della spesa per investimenti del 4,9% nel 2026.
La contrazione è maggiore nelle imprese di dimensioni inferiori considerate dall’indagine di Banca d’Italia. Le aziende tra 20 e 49 addetti prevedono una diminuzione dell’11,8%, contro il 7,7% delle imprese con 50-199 addetti e l’1,2% delle aziende con almeno 500 dipendenti.
Non si tratta necessariamente di una contraddizione. Un’impresa può aumentare il fatturato senza incrementare immediatamente la capacità produttiva, mentre un nuovo investimento richiede capitale e produce generalmente risultati nel medio-lungo periodo. In presenza di incertezza, le aziende possono quindi aspettarsi ricavi migliori ma mantenere maggiore prudenza sulle nuove spese.
Secondo Unioncamere, Area Studi Mediobanca e Centro Studi Tagliacarne, tra il 2026 e il 2028 il 76% delle medie imprese prevede investimenti nel digitale e il 73% nella transizione green.
A seconda del progetto e della situazione finanziaria dell’impresa, è possibile valutare capitale proprio, credito bancario e strumenti di finanza agevolata, come contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati, garanzie e incentivi fiscali. La soluzione deve essere valutata sulla base dei requisiti specifici dell’impresa e delle misure effettivamente disponibili.
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