La Zona economica speciale per il Sud non sta cambiando il Sud


Caricamento player

Il più rilevante atto di politica industriale del governo di Giorgia Meloni dedicato al Sud è stato fin qui l’istituzione della cosiddetta “Zes” unica, la Zona economica speciale. È una vasta area d’Italia in cui ci sono semplificazioni burocratiche e incentivi economici per gli imprenditori che vogliono avviare o ampliare un’attività, e comprende dieci regioni: le otto del Sud inserite nella Zes fin dalla sua istituzione nel 2024 (Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo), più Marche e Umbria dal novembre del 2025.

La Zes era entrata in vigore tra molte attese. Come avvenuto in altre zone economiche speciali nel mondo, l’obiettivo era incoraggiare nuovi investimenti, orientarli verso i settori più in movimento e innovativi, e attirarne dall’estero. Per farlo sono stati messi insieme «semplificazione, investimenti, lavoro e infrastrutture», dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luigi Sbarra, che ha la delega alle Politiche per il Sud. Finora però questo approccio non ha innescato i cambiamenti sperati.

I due principali strumenti messi a disposizione per la Zes hanno un funzionamento semplice. La semplificazione burocratica consiste nella possibilità di presentare una sola domanda per le molte autorizzazioni di cui si ha bisogno quando si vuole aprire una nuova azienda o allargarne una già esistente, e si chiama appunto “autorizzazione unica”. L’incentivo economico invece è un grosso sgravio fiscale, realizzato con il credito d’imposta: le aziende maturano cioè un credito in proporzione alle spese sostenute per gli investimenti, con cui riducono le imposte e i contributi da versare negli anni.

Ai primi due strumenti se ne sono poi affiancati altri: il “bonus occupazione Zes”, che azzera entro certi limiti i contributi sulle nuove assunzioni; le zone franche doganali nei porti, con cui vengono sospesi dazi e IVA sulle merci che arrivano da paesi fuori dall’Unione Europea; e i “contratti di sviluppo”, uno strumento per agevolare gli investimenti di maggiori dimensioni.

Ha certamente funzionato il sistema della autorizzazione unica. Da gennaio del 2024 a giugno del 2026 le richieste sono state 1.402, un dato giudicato positivo dagli esperti del settore. Gli imprenditori hanno programmato investimenti per 9,2 miliardi di euro, che dovrebbero portare 24.600 nuovi posti di lavoro. Dovrebbero, perché è ancora troppo presto per verificare se tutti i programmi di investimento sono stati davvero realizzati.

Il fatto che l’autorizzazione unica fosse attesa si ricava dall’andamento delle richieste: tra gennaio e agosto del 2026 sono state 125 in più rispetto allo stesso periodo del 2025. E non a caso il governo si è detto intenzionato ad allargare l’esperimento in tutta Italia.

La semplificazione ha portato a una riduzione dei tempi: oggi servono in media circa 30 giorni per ottenere una risposta coordinata dalle amministrazioni che devono approvare i progetti di investimento, dai Comuni alle Regioni, dalle autorità ambientali alle soprintendenze e agli altri enti competenti, a seconda del progetto. È molto meno rispetto al passato.

C’è però un dato evidente che mostra bene cosa ancora non ha funzionato: gli investimenti attivati sono molto concentrati in due sole regioni. Campania e Puglia hanno presentato e ottenuto oltre il 70 per cento delle autorizzazioni, quasi due terzi degli investimenti e più di tre quarti dell’occupazione prevista da tutti i progetti della Zes unica.

Sono le regioni che hanno già una maggiore densità industriale, porti e aree produttive importanti, e un numero più grande di imprese potenzialmente in grado di presentare progetti. La Zes sembra insomma funzionare fin qui come uno strumento che consolida l’attività produttiva nelle regioni in cui è già forte, più che svilupparla in quelle più deboli.

Vale la stessa considerazione se si guardano i settori nei quali sono indirizzati gli investimenti. Il governo aveva individuato alcune filiere considerate prioritarie, ma la Zes sta influendo soprattutto sui comparti più tradizionali e storicamente già molto presenti al Sud. Agroalimentare e agroindustria valgono da soli il 24 per cento delle autorizzazioni, seguiti da Made in Italy di qualità (cioè moda e arredo), automotive, elettronica e turismo, tutti intorno all’11-12 per cento.

Restano invece marginali settori a più alta intensità tecnologica, come aerospazio e biotech, entrambi all’1 per cento, mentre le tecnologie digitali si fermano al 4 per cento.

Secondo Luca Bianchi, direttore dello Svimez, l’istituto di ricerca che studia l’economia meridionale, queste due evidenze – geografica e di settore – mostrano il limite maggiore della Zes: «Così com’è costruita rafforza l’esistente, non lo trasforma». La Zes, dice Bianchi, «non orienta gli investimenti verso i settori strategici perché è rimasta uno strumento orizzontale, fondato su semplificazione e incentivi».

Nel piano originario sarebbe dovuta servire anche per concentrare e orientare i fondi di coesione europei sulle filiere innovative, e premiare gli investimenti più coerenti con la politica industriale europea. Era quello che voleva il commissario europeo alla Coesione Raffaele Fitto, ex ministro del governo Meloni con deleghe agli Affari europei e al Sud. Secondo Bianchi quel piano è rimasto finora «sostanzialmente lettera morta».

C’è poi un altro limite: la Zes non sta funzionando nemmeno per attrarre gruppi stranieri al Sud. Secondo Alessandro Panaro, economista del centro studi SRM che fa capo al gruppo Intesa Sanpaolo, questa carenza dipende da come è concepito il meccanismo del credito d’imposta per gli investimenti.

Il credito viene assegnato attraverso bandi annuali, con una dotazione definita e limitata, e l’esito dipende anche dall’ammontare complessivo delle richieste. Negli ultimi 3 anni la dotazione è stata di 7,9 miliardi di euro. Nel 2025, poiché le richieste superavano le risorse disponibili, l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto il 60,4 per cento del credito richiesto; un successivo intervento della legge di bilancio – il principale provvedimento economico annuale, con cui si decide come spendere i soldi per l’anno successivo – ha portato la copertura complessiva al 75 per cento.

Secondo Panaro questo meccanismo ha dei limiti: «Prima di scegliere dove insediarsi, un investitore di grandi dimensioni ha bisogno di sapere quale agevolazione fiscale gli verrà garantita, senza dipendere ogni anno dal rapporto tra domande e risorse disponibili». È quello che avviene in grandi zone economiche speciali internazionali, dalla piattaforma di Tanger Med alla Suez Canal Economic Zone, fino alle numerose free zone di Dubai, dove il vantaggio fiscale fa parte fin dall’inizio del pacchetto offerto all’investitore.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม