CROTONE – Il suono della campanella racconta anche ciò che nelle aule non c’è più. In Calabria, nell’anno scolastico 2026/2027, sono previsti 4.606 studenti in meno. Un numero che non fotografa soltanto la contrazione delle iscrizioni, ma rivela la profondità di una crisi demografica capace di attraversare scuole, famiglie, imprese e servizi pubblici.
A richiamare l’attenzione sul fenomeno è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, presieduto dal professor Romano Pesavento. Secondo il CNDDU, interpretare questa diminuzione esclusivamente come un problema di organizzazione scolastica significherebbe fermarsi all’ultimo anello di una catena molto più lunga.
Dietro i banchi rimasti vuoti ci sono la caduta delle nascite, l’emigrazione delle nuove generazioni e la difficoltà della Calabria nel trattenere laureati, professionisti e lavoratori qualificati.
Il calo più pesante nella provincia di Cosenza
La riduzione interessa tutte le province calabresi. Le stime diffuse indicano 1.757 studenti in meno nel Cosentino, 1.501 nella Città metropolitana di Reggio Calabria, 630 nel Catanzarese, 387 nella provincia di Vibo Valentia e 331 nel Crotonese.
La provincia di Cosenza registra dunque la perdita numericamente più consistente. Il fenomeno potrebbe incidere progressivamente sulla composizione delle classi, sulla distribuzione degli organici, sull’autonomia degli istituti e sulla sopravvivenza dei plessi nelle aree interne e nei piccoli centri.
La scuola, tuttavia, non produce la crisi demografica: la riceve quando i suoi effetti sono ormai visibili e difficilmente reversibili nel breve periodo.
«Il calo degli studenti rappresenta l’effetto visibile di un processo economico e demografico che si sviluppa molto prima dell’ingresso dei bambini nel sistema scolastico», sottolinea Pesavento.
Giovani formati in Calabria, ricchezza prodotta altrove
Il nodo centrale riguarda il capitale umano. La Calabria sostiene, insieme allo Stato e alle famiglie, una parte significativa dei costi necessari per formare studenti, universitari e professionisti. Molti di loro, però, sono costretti a trasferirsi per trovare condizioni lavorative e retributive adeguate.
Competenze e conoscenze maturate nella regione finiscono così per generare reddito, innovazione ed entrate fiscali in altre parti d’Italia o all’estero. La Calabria perde contemporaneamente popolazione, capacità produttiva, consumi e potenziali nuove famiglie.
L’emigrazione delle fasce in età lavorativa alimenta infatti un circuito difficile da interrompere: meno giovani significano meno nascite, una domanda interna più debole, un progressivo invecchiamento della popolazione e maggiori difficoltà nel mantenere servizi essenziali diffusi sul territorio.
I segnali di miglioramento registrati nell’economia regionale vengono giudicati positivamente dal CNDDU, ma non ancora sufficienti a invertire la tendenza. L’aumento dell’occupazione, da solo, non basta se non è accompagnato da produttività, investimenti privati, salari competitivi e opportunità professionali qualificate.
Non bonus temporanei, ma una strategia decennale
Il Coordinamento propone di superare le politiche contro lo spopolamento basate prevalentemente su contributi una tantum o incentivi di breve durata. La prospettiva indicata è quella di un programma almeno decennale per il rientro e l’attrazione del capitale umano, collegato alla ZES Unica per il Mezzogiorno, ai fondi europei e agli strumenti nazionali e regionali destinati agli investimenti.
«La questione decisiva non è finanziare il ritorno dei calabresi, ma creare le condizioni economiche affinché il rientro sia sostenibile e la permanenza stabile», evidenzia il presidente del CNDDU.
Tra le ipotesi avanzate figurano agevolazioni fiscali e contributive legate al nuovo reddito e alla nuova occupazione effettivamente prodotti in Calabria. I benefici dovrebbero essere subordinati alla permanenza sul territorio e alla continuità dell’attività lavorativa o imprenditoriale, con verifiche precise.
L’obiettivo non sarebbe quindi premiare semplicemente chi torna, ma ridurre temporaneamente il divario economico che oggi rende più conveniente lavorare e investire altrove.
Imprese, università e calabresi emigrati
Un ruolo strategico potrebbe essere affidato anche agli incentivi destinati alle imprese. Il credito d’imposta previsto per gli investimenti nella ZES Unica rappresenta già una leva importante, ma il CNDDU suggerisce di affiancargli strumenti capaci di selezionare progetti che producano occupazione stabile, innovazione ed effetti duraturi.
Particolare attenzione dovrebbe essere riservata ai calabresi che hanno acquisito fuori regione competenze scientifiche, tecnologiche, professionali o manageriali. Garanzie pubbliche, accesso al credito e sostegno finanziario potrebbero accompagnare la nascita o il trasferimento di imprese ad alto valore aggiunto.
Il rientro porterebbe così in Calabria non soltanto nuovi residenti, ma anche conoscenze, reti professionali, capacità organizzative e rapporti con mercati nazionali e internazionali.
La strategia dovrebbe coinvolgere gli atenei calabresi attraverso ricerca applicata, trasferimento tecnologico, dottorati industriali e una collaborazione più stretta con il sistema produttivo. Anche il patrimonio immobiliare inutilizzato potrebbe diventare parte del programma, favorendo il recupero degli edifici e l’insediamento stabile di lavoratori e famiglie.
Più disabilità, meno posti di potenziamento
Accanto alla diminuzione complessiva degli iscritti emerge un dato in controtendenza: gli studenti con disabilità aumentano di 895 unità. Nello stesso quadro è stata segnalata una riduzione di 55 posti dell’organico di potenziamento.
Per il CNDDU, questi numeri dimostrano che il calo della popolazione scolastica non può tradursi automaticamente in una diminuzione delle risorse professionali. Il fabbisogno deve essere valutato considerando la composizione dell’utenza, la presenza degli alunni con disabilità, la distribuzione geografica dei plessi e le difficoltà dei territori periferici.
Il dimensionamento scolastico, disciplinato dalla legge di Bilancio 2023, opera inevitabilmente sulla consistenza della popolazione studentesca. Ma accorpare istituti e ridurre organici significa intervenire quando la crisi ha già prodotto i suoi effetti, non sulle ragioni economiche e sociali che l’hanno determinata.
La Calabria si trova dunque davanti a una questione economica e territoriale prima ancora che scolastica. Limitarsi a ridimensionare servizi e strutture sulla base della popolazione che diminuisce significherebbe amministrare lo spopolamento, accompagnandolo quasi con rassegnazione.
Quei 4.606 posti vuoti nelle scuole devono invece diventare un indicatore attraverso il quale misurare l’efficacia delle politiche regionali. La sfida non consiste soltanto nel trattenere chi è rimasto, ma nel restituire alla Calabria la possibilità di produrre lavoro, attrarre investimenti e ricostruire futuro. Perché quando si svuotano le aule, a perdere non è soltanto la scuola: è un intero territorio che rischia di avere sempre meno voci a cui consegnare il domani.
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