Riforma dello Sport – Cosa dicono i numeri dell’INPS 3 anni dopo?


La Riforma dello Sport è stata avviata il 1 luglio 2023. A mostrarci il quadro degli sviluppi dopo 3 anni è il dirigente sportivo Alberto Bernacchi.

Il Dott. Bernacchi ha alle spalle oltre 20 anni di esperienza nel settore, tra competenze gestionali e una conoscenza approfondita del sistema sportivo italiano. Diplomato Maestro di Scherma e insignito della Stella di Bronzo CONI al merito sportivo, è alla guida di BN Sport Consulting, una realtà specializzata nel supporto amministrativo, normativo e organizzativo di ASD e SSD.

Il seguente approfondimento da lui realizzato nasce dal XXV Rapporto Annuale INPS, presentato il 9 luglio 2026 e disponibile sul sito ufficiale dell’Istituto. Per la prima volta, il Rapporto dedica un capitolo specifico allo sport dilettantistico (par. 1.2.3), incrociando i dati del Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche (RASD) con gli archivi contributivi INPS.

NOTA: questo articolo ha finalità divulgative. Per approfondimenti specifici sulla vostra situazione, vi consigliamo sempre di consultare un commercialista o un consulente fiscale specializzato nel settore sportivo. Informarsi bene è sempre il primo passo per non sbagliare!

Contenuti dell’articolo

I dati dell’INPS sulla Riforma dello Sport

Da quando è entrata in vigore, la Riforma dello Sport viene raccontata come il momento in cui il lavoro sportivo dilettantistico ha smesso di essere una zona grigia ed è diventato, finalmente, lavoro riconosciuto: contratti, inquadramenti, contribuzione.

Il primo capitolo che l’INPS dedica al settore nel suo Rapporto Annuale permette, per la prima volta, di mettere questa narrazione a confronto con i dati amministrativi reali. E il quadro che emerge è più incerto di quanto il racconto ufficiale lasci intendere — non perché il lavoro sportivo non sia in regola, ma perché è, nella grande maggioranza dei casi, retribuito così poco da non lasciare traccia contributiva.

100.000 iscritti, 21.000 con contribuzione tracciata

Gli Enti iscritti al Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche sono 113.043: un universo composto per il 91% da Associazioni e per il 9% da Società. Ma di questi, solo 21.010 — poco più di uno su cinque — risultano aver versato almeno un contributo previdenziale nel 2025.

Per l’81% degli Enti iscritti al Registro, l’INPS non registra alcuna contribuzione previdenziale riconducibile allo sport.

Come vedremo, questo non significa che quegli Enti non abbiano collaboratori regolarmente formalizzati: significa che i compensi erogati restano, con ogni probabilità, sotto la soglia che genera un obbligo contributivo.

Tra i rapporti di lavoro realmente significativi per l’INPS, ovvero quelli con retribuzione superiore ai 5.000 euro annui che generano quindi una contribuzione previdenziale, il contratto di dipendente resta un’eccezione statistica: appena il 4,3% degli sportivi occupati in ASD e SSD, contro un 82,6% che opera come collaboratore della Gestione Separata.

È la stessa forma contrattuale più flessibile, ma anche quella con le tutele più deboli e la continuità reddituale più incerta.

L’effetto della soglia dei 5.000 euro sui dati INPS

Una parte di questo squilibrio ha una spiegazione precisa nel regime contributivo stesso. I compensi sportivi fino a 5.000 euro annui sono interamente esenti da contribuzione; sulla quota eccedente, fino al 2027, si applica una riduzione del 50% dell’imponibile.

È una misura pensata per agevolare la regolarizzazione e, dal punto di vista del singolo collaboratore, funziona esattamente come dovrebbe: il rapporto può essere formalizzato per iscritto, comunicato preventivamente, del tutto in regola, senza che questo generi un solo euro di contribuzione da versare.

L’effetto collaterale riguarda però le statistiche: chi resta sotto quella soglia non genera alcun contributo tracciabile e quindi non compare negli archivi INPS.

Il meccanismo aiuta a spiegare perché la maggioranza degli Enti iscritti al RASD risulti, agli occhi dell’Istituto, priva di contribuzione: non perché non abbiano collaboratori regolarizzati, ma perché i compensi erogati restano, con ogni probabilità, sotto la franchigia — e quindi invisibili all’unico strumento di misurazione oggi disponibile.

Questo, però, non è di per sé un buon segnale. Che la stragrande maggioranza dei compensi si concentri sotto i 5.000 euro annui testimonia un settore che fatica a diventare realmente professionalizzante e che resta ancorato a logiche economiche più vicine al volontariato indennizzato che a un reale rapporto di impiego.

La piena regolarità formale, in altre parole, convive con un livello retributivo che difficilmente può sostenere una prospettiva professionale.

Gli adempimenti costano e qualcuno deve pagarli

Va detto con chiarezza: la responsabilità di questa situazione non ricade sulle singole Associazioni. Le ASD e le SSD operano senza scopo di lucro, si reggono su quote associative, contributi pubblici modesti e sponsorizzazioni locali di entità minima.

Su questa base già fragile, la riforma ha innestato nuovi oneri: l’iscrizione e l’aggiornamento al RASD, la formalizzazione scritta di ogni rapporto, la comunicazione preventiva delle collaborazioni, la gestione degli adempimenti contributivi.

Chi amministra quotidianamente una Società sportiva lo riscontra concretamente: i costi di gestione dei collaboratori sono aumentati in modo sensibile dopo l’entrata in vigore della riforma e quell’aumento grava su bilanci che non avevano, in partenza, alcun margine da cedere.

Il risultato è che la crescita “ufficiale” degli sportivi dilettanti registrati dall’INPS (+11,6% nell’ultimo anno) va letta con cautela: una parte non trascurabile riflette Società che destinano più risorse a restare in regola con i nuovi adempimenti formali, non necessariamente collaboratori che percepiscono compensi più alti.

Il settore spende di più per la conformità formale; non è detto che chi lavora sul campo ne veda un beneficio economico proporzionato.

Una fotografia che il Legislatore non aveva scattato prima

Il dato dell’81% di Enti privi di contribuzione tracciata non va letto come un’anomalia o come un ritardo nell’attuazione della riforma e tantomeno come la prova di un lavoro irregolare diffuso. Va letto per quello che è: la prima misurazione oggettiva di quanto, in concreto, il settore dilettantistico paga i propri collaboratori.

E la risposta è che, nella grande maggioranza dei casi, li paga sotto i 5.000 euro annui — una cifra che permette la piena regolarità del rapporto, ma che è anche, con ogni evidenza, difficilmente sufficiente a costituire un reddito su cui contare.

È una fotografia che il Legislatore non aveva mai scattato prima e che restituisce un settore fatto in larghissima parte di collaborazioni sporadiche e di modesta entità economica, più che di lavoro sportivo strutturato.

Due obiettivi, una sola cassa vuota

Alla fine, la riforma insegue due obiettivi che, con gli strumenti attuali, faticano a stare insieme: da un lato la piena regolarizzazione formale del lavoro sportivo — che, i dati lo confermano, sta effettivamente avvenendo — dall’altro la sostenibilità economica di un tessuto fatto quasi interamente di piccole Associazioni senza scopo di lucro, che si traduce in compensi che restano quasi ovunque sotto la soglia di franchigia.

Finché questo equilibrio non verrà trovato — attraverso una revisione degli oneri contributivi o un sostegno economico più concreto alle Società — il rischio è che la riforma continui a proclamare la dignità del lavoro sportivo senza offrire, a chi quel lavoro lo svolge davvero, i mezzi economici per viverne.

Resta una domanda aperta, forse la più scomoda: si può parlare di professionalizzazione dello sport se, a tre anni dall’entrata in vigore della Riforma dello Sport, quattro Enti su cinque non generano ancora un solo euro di contribuzione tracciabile — segno non di lavoro irregolare, ma di retribuzioni che restano, quasi ovunque, sotto la soglia dei 5.000 euro annui?

 

A cura di Alberto Bernacchi, BN Sport Consulting

 




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