Guida legale sul sistema previdenziale per autonomi e atipici. Analisi su obblighi di legge, calcolo a cassa, tutele complementari ed esenzioni.
Il mercato del lavoro contemporaneo si presenta frammentato e complesso. Accanto ai classici impiegati con contratto a tempo indeterminato, operano professionisti, collaboratori e figure atipiche. Per decenni, l’ordinamento ha lasciato queste persone in una pericolosa zona d’ombra, prive di certezze per il futuro pensionistico. In questo articolo analizzeremo il seguente problema: chi deve pagare i contributi alla Gestione separata INPS? La problematica legale nasce proprio dalla necessità di garantire una pensione a chi sfugge alle categorie tradizionali. Esamineremo le soluzioni giuridiche adottate dallo Stato, i meccanismi di versamento e le eccezioni previste dalla normativa vigente, con un linguaggio chiaro per orientare il cittadino tra doveri e diritti previdenziali.
Qual è il problema legale dei lavoratori atipici?
La problematica legale originaria riguardava una grave lacuna nel sistema di previdenza sociale. Fino alla metà degli anni Novanta, l’ordinamento italiano tutelava in modo rigido solo i lavoratori dipendenti e alcune specifiche categorie di autonomi, come artigiani o commercianti. Una vasta fascia di popolazione attiva rimaneva priva di copertura pensionistica. I soggetti impegnati in lavori atipici, parasubordinati o collaborazioni discontinue non trovavano alcuno spazio nelle casse previdenziali tradizionali.
La soluzione legale arriva con una specifica legge dello Stato (L. n. 335/1995). Il legislatore crea un nuovo contenitore pensionistico per accogliere tutte le situazioni lavorative rimaste ai margini. La regola generale stabilita dalla norma impone il principio della universalizzazione delle tutele. Se un cittadino produce un reddito attraverso il proprio lavoro, lo Stato deve garantire una forma di assicurazione previdenziale corrispondente. L’obiettivo della legge consiste nell’eliminare le aree di scopertura. Questo intervento protegge chi non aveva alcuna assicurazione, chi possedeva una copertura solo parziale e chi svolgeva mestieri diversi ma versava i contributi per una sola delle sue fonti di guadagno.
Qual è la regola base della Gestione Separata?
Per capire il meccanismo di questa cassa speciale, serve un confronto con il sistema tradizionale, noto come Assicurazione Generale Obbligatoria. Nel sistema classico, l’obbligo di versamento scatta in base al tipo di mestiere svolto. Se un soggetto fa l’impiegato, versa i contributi nella cassa dei dipendenti. La Gestione Separatafunziona al contrario. L’elemento che fa scattare l’obbligo di legge non è l’appartenenza a un settore chiuso, ma la pura e semplice produzione di un reddito.
La legge (D.P.R. 917/1986) assoggetta a questo sistema due tipologie precise di guadagni. La prima categoria include i redditi derivanti dall’esercizio abituale, anche se non esclusivo, di arti e professioni. La seconda categoria comprende i redditi provenienti da collaborazioni coordinate e continuative, inclusi gli incarichi come amministratore o sindaco di società.
La tutela offerta dallo Stato assume due forme diverse. La copertura diventa unica se rappresenta la sola pensione del lavoratore in relazione a un’unica attività. La copertura diventa complementare se il cittadino ha già un lavoro principale con i relativi contributi pagati, ma svolge una seconda attività autonoma. In questo caso, il secondo reddito richiede una quota pensionistica aggiuntiva per proteggere in modo integrale il cittadino e integrare la protezione già esistente.
Come si calcolano i contributi da versare all’INPS?
La normativa introduce tre differenze strutturali rispetto alle gestioni storiche. La prima regola riguarda il metodo di calcolo. La contribuzione si determina con il principio di cassa. Il cittadino paga le tasse pensionistiche solo sui soldi che ha incassato in modo effettivo sul proprio conto corrente. L’INPS abbandona il principio di competenza, che obbligherebbe a pagare i contributi nel momento in cui il reddito matura sulla carta, a prescindere dal saldo reale della fattura. Questa scelta legislativa si adatta alla natura incerta e variabile dei compensi autonomi.
La seconda regola sancisce l’assenza di un minimale contributivo. I commercianti, per esempio, devono pagare una quota fissa all’INPS anche se non guadagnano nulla durante l’anno. Nella nuova gestione speciale, al contrario, il lavoratore non subisce alcuna soglia minima prestabilita. L’obbligo si calcola in proporzione rigida ai compensi reali, senza alcun importo base imposto in anticipo.
La terza regola elimina il principio della attività prevalente. Il sistema ammette la presenza contemporanea di più casse previdenziali. Facciamo un esempio pratico per chiarire il concetto. Un ingegnere lavora come dipendente per una azienda e, nel fine settimana, fornisce consulenze private come libero professionista. Il cittadino non versa tutto in un unico calderone in base al lavoro più redditizio. Egli mantiene le due posizioni separate. Paga i contributi da dipendente sul primo stipendio e versa una quota alla gestione speciale per le consulenze private. I compensi non si mescolano e ciascun lavoro segue la propria aliquota specifica, in rispetto della logica di copertura delle diverse fonti di reddito.
Quali lavoratori hanno l’obbligo di iscrizione?
La legge elenca in modo meticoloso i soggetti tenuti al pagamento. L’obbligo ricade sui professionisti privi di una cassa previdenziale autonoma di categoria. La norma coinvolge anche i professionisti iscritti a un albo, ma solo per i redditi di natura autonoma che la loro cassa di categoria esclude dal prelievo pensionistico. La regola si applica inoltre ai professionisti che versano al proprio ente solo una quota fissa a titolo di solidarietà, senza maturare il diritto alla pensione per quella quota.
La normativa impone l’iscrizione a numerose altre figure lavorative. Rientrano nel sistema gli amministratori, i sindaci e i revisori di società, associazioni e altri enti. Trovano spazio i partecipanti a collegi e commissioni, i collaboratori coordinati e continuativi e quelli impiegati in modo analogo presso le pubbliche amministrazioni. La legge include i collaboratori di giornali, riviste o enciclopedie, a meno che il loro lavoro non rientri nella tutela del diritto d’autore. Lo Stato obbliga al versamento anche i pensionati e i dipendenti attivi impegnati in attività accessorie prive di altre coperture assicurative, i volontari del servizio civile e gli spedizionieri.
Per alcune categorie, l’obbligo scatta solo al superamento di una determinata soglia di reddito. La regola generale impone l’iscrizione ai seguenti lavoratori:
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gli incaricati alle vendite a domicilio, per il versamento sul reddito che supera i 5.000 euro annuali;
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i lavoratori autonomi occasionali, per la quota di reddito eccedente la fascia di esenzione di 5.000 euro;
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gli assegnatari di borse di studio erogate dalle università per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca (D.L. 105/2003);
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i percettori di assegni di ricerca o di incentivi per le attività di tutorato universitario;
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i collaboratori a progetto, limitatamente al periodo residuo di durata dei contratti stipulati prima della abolizione di questa tipologia contrattuale (D. Lgs. n. 81/2015).
Quali sono i casi di esonero dal versamento INPS?
L’ordinamento prevede eccezioni precise a tutela di specifiche categorie. La regola generale stabilisce l’esenzione totale per il cittadino che subisce già un prelievo previdenziale obbligatorio per i medesimi redditi da parte di un altro ente. Questo esonero si applica ai professionisti iscritti alle rispettive casse di categoria, per i redditi già dichiarati al proprio albo. L’esenzione riguarda in modo diretto tutti i soggetti che producono un reddito di impresa, come gli artigiani e i commercianti. Dal 1997, anche i promotori finanziari godono dell’esonero, poiché la legge impone loro l’iscrizione obbligatoria nell’assicurazione dei commercianti.
Il legislatore libera dall’obbligo anche i cittadini che ricevono compensi a titolo di diritti d’autore e per lo sfruttamento di opere dell’ingegno. L’esenzione tutela in modo specifico chi produce un reddito attraverso una attività prestata in forma del tutto gratuita.
La normativa elenca infine altre situazioni particolari immuni dall’apertura della posizione contributiva speciale:
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gli assegnatari di borse di studio generiche, con la rigida esclusione dei dottorandi di ricerca;
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i segretari comunali in relazione ai compensi per l’attività di levata dei protesti;
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i lavoratori che incassano l’indennità per la cessazione dei rapporti di agenzia commerciale;
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le persone che partecipano agli utili in veste di promotori o soci fondatori di società per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata;
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i dipendenti del settore pubblico chiamati a partecipare a collegi e commissioni nell’ambito stretto del loro rapporto di lavoro dipendente.
Come si fa l’iscrizione e cosa succede se si ritarda?
La regola generale impone che l’iscrizione alla Gestione Separata debba essere effettuata direttamente dal lavoratore interessato, oppure da un intermediario delegato, entro trenta giorni dall’inizio effettivo dell’attività. Dal punto di vista pratico, la procedura si svolge interamente per via telematica attraverso il portale internet dell’ente previdenziale. Il sistema presenta canali specifici a seconda dell’inquadramento: si utilizza il servizio denominato “Iscrizione Lavoratori Parasubordinati” oppure quello chiamato “Iscrizione Liberi Professionisti”.
La suddivisione geografica incide sulla gestione della pratica. Per i liberi professionisti, la sede dell’istituto territorialmente competente viene individuata in base al luogo di residenza della persona. Per i collaboratori, la competenza si radica invece nel territorio in cui l’azienda committente ha stabilito la propria sede legale.
Cosa succede se si dimentica di inviare la comunicazione nei termini dei trenta giorni? Il sistema non prevede l’applicazione di sanzioni pecuniarie specifiche per il ritardo o per la mancata presentazione della domanda iniziale. L’istituto previdenziale risolve la mancanza procedendo con una iscrizione d’ufficio. Questo inserimento forzato avviene in un momento successivo, non appena l’ente registra il versamento dei primi contributi concreti e riceve i flussi informativi della denuncia Uniemens, lo strumento con cui i committenti comunicano i dati retributivi e previdenziali.
L’ente pubblico ha avviato una campagna di controlli per sanare le posizioni irregolari (messaggio INPS 2535/2023). L’istituto invia lettere e comunicazioni ai lavoratori per i quali emerge il versamento di denaro a fronte di una mancata domanda di iscrizione, invitandoli a correggere e completare i propri dati anagrafici. Se il cittadino ignora questo sollecito e non fornisce alcun riscontro, l’amministrazione finanziaria fissa la data di inizio dell’attività d’ufficio, applicando due metri di giudizio differenti:
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per i professionisti, la data coincide con il giorno del primo versamento utile o, in assenza di dati certi, con l’anno della prima dichiarazione dei redditi;
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per i lavoratori parasubordinati, l’ente prende come riferimento la prima data di avvio della prestazione comunicata dall’azienda nei flussi informativi della denuncia.
Su quali guadagni si calcolano i contributi INPS?
La regola generale stabilisce che l’obbligo di pagamento si basi sul principio di cassa (art. 2 c. 29 L. n. 335/1995). Questo meccanismo prevede che i contributi previdenziali si debbano calcolare esclusivamente sui compensi ricevuti e incassati in modo effettivo durante il periodo d’imposta. Il sistema segue i medesimi criteri utilizzati per determinare il reddito ai fini del calcolo delle tasse statali sull’IRPEF.
Esiste una estensione temporale per i contratti i cui redditi risultano fiscalmente assimilati a quelli da lavoro dipendente. In questa ipotesi si applicano le regole del testo unico delle imposte sui redditi (art. 51 TUIR), compresa la norma del principio di cassa allargato. Questa regola stabilisce che tutti i compensi pagati al collaboratore entro il giorno 12 gennaio dell’anno successivo si considerano per legge come incassati nell’anno precedente. Di conseguenza, l’azienda applica le aliquote contributive in vigore nell’anno di svolgimento della prestazione, anche se il bonifico bancario è partito nei primi giorni di gennaio del nuovo anno.
I tetti di esenzione tutelano i piccoli lavori. Per i lavoratori autonomi occasionalie gli incaricati alle vendite a domicilio, i contributi si pagano solo sulla quota di reddito annuale che supera la soglia fissa di 5.000 euro. L’imponibile si calcola sul compenso lordo, al netto delle sole spese vive documentate e messe a carico dell’azienda committente. Quando il lavoratore si accorge di superare questa barriera di esenzione, ha l’obbligo di legge di avvisare i propri committenti. Le aziende inizieranno a calcolare e versare le quote previdenziali solo sulla parte di denaro eccedente i 5.000 euro.
Per chi vende prodotti a domicilio, la base imponibile segue un calcolo forfettario. Le provvigioni determinate secondo le norme fiscali (art. 25-bis c. 6 D.P.R. n. 600/1973) subiscono un abbattimento fisso e automatico del 22 per cento. Su questo valore ridotto si applica poi la franchigia annuale dei 5.000 euro, per individuare la cifra finale su cui calcolare la trattenuta previdenziale.
Quali sono il massimale e il minimale per il 2026?
La regola generale prevede la presenza di un tetto massimo di reddito oltre il quale non si devono più pagare i contributi previdenziali all’istituto. Questo valore prende il nome di massimale annuo ed è soggetto a una rivalutazione periodica in base all’indice ISTAT sul costo della vita (art. 2 c. 18 L. 335/1995). La cifra stabilita per l’anno 2026 ammonta a 122.295,00 euro. Questo tetto non può essere diviso o frazionato su base mensile e si applica per intero, a prescindere da quanti mesi sia durata l’attività lavorativa durante l’anno. Se un professionista incassa 150.000 euro nel 2026, la quota contributiva si calcolerà solo fino alla soglia dei 122.295,00 euro, mentre la parte rimanente resterà esente da prelievi INPS.
Sul fronte opposto, la legge non prevede un importo minimo da pagare per poter effettuare i versamenti. L’obbligo è legato ai guadagni reali, quindi si può pagare anche su cifre minime. Tuttavia, la norma fissa un reddito minimo di riferimentoper ottenere l’accredito di un’intera annualità assicurativa ai fini della futura pensione (art. 1 c. 3 L. 233/1990). Questa soglia è allineata a quella prevista per gli artigiani e i commercianti e per l’anno 2026 è pari a 18.808,00 euro. Se i versamenti annuali si attestano al di sotto di questo valore, l’istituto riduce in modo proporzionale i mesi di contribuzione da accreditare nel cassetto previdenziale. Ad esempio, se i contributi pagati coprono solo la metà di quella cifra, il lavoratore si vedrà riconoscere solo sei mesi di anzianità assicurativa invece di dodici.
La legge vieta il cumulo dei redditi in presenza di una iscrizione contemporanea alla Gestione Separata e al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti. Le due posizioni viaggiano su binari paralleli e non si possono sommare i guadagni delle due casse per cercare di raggiungere il massimale contributivo.
Una regola precisa disciplina il Trattamento di Fine Mandato, la somma di denaro che le aziende accantonano a favore degli amministratori. Questo importo acquisisce rilevanza previdenziale solo nell’anno della sua effettiva erogazione finanziaria e concorre per intero al raggiungimento del massimale di 122.295,00 euro. Questa inclusione avviene a prescindere dal titolo giuridico che ha fatto nascere il diritto all’assegno e non risente in alcun modo delle differenti regole di tassazione fiscale, sia essa ordinaria o separata.
Chi deve pagare materialmente e come si dividono i costi?
La regola generale stabilisce che l’onere materiale e operativo del versamento dei contributi ricada interamente sulle spalle dell’azienda committente. L’impresa deve provvedere al pagamento attraverso il modello F24 entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui ha pagato il compenso al lavoratore. Il costo complessivo della contribuzione si ripartisce tra le parti secondo quote fisse:
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la misura di due terzi del totale è a carico del committente;
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la misura di un terzo del totale è a carico del collaboratore, mediante una trattenuta effettuata direttamente in busta paga.
L’aliquota contributiva da applicare cambia a seconda della situazione previdenziale personale del lavoratore. La legge distingue tra i soggetti che lavorano in via esclusiva con la Gestione Separata e i soggetti che risultano già assicurati presso un’altra forma di previdenza obbligatoria, come i lavoratori dipendenti o i pensionati. Se il collaboratore avvia un rapporto di lavoro dipendente nel corso dell’anno, scatta in automatico il passaggio all’aliquota ridotta per i mesi di contemporaneità. Al contrario, se il lavoro dipendente finisce, l’ente ripristina l’aliquota ordinaria piena. Per applicare la percentuale corretta, l’azienda ha il dovere di verificare la presenza di altre coperture assicurative, chiedendo al lavoratore il rilascio di una apposita dichiarazione scritta.
Chi è iscritto in via esclusiva alla gestione speciale deve pagare una quota aggiuntiva. Questo prelievo serve a finanziare le cosiddette prestazioni minori, come l’indennità di maternità o gli assegni di malattia. Per i lavoratori autonomi, questa componente è stata aumentata dalla legge per finanziare la prestazione dell’ISCRO, l’indennità straordinaria di continuità reddituale e operativa introdotta per sostenere i professionisti in caso di cali drastici del fatturato (L. n. 213/2023). Tutti i valori matematici delle aliquote e i parametri del massimale per il 2026 sono stati comunicati in modo ufficiale dall’ente previdenziale con un apposito documento di prassi (circ. INPS 8/2026).
Come funziona il versamento per i collaboratori?
La regola generale stabilisce un onere ben preciso per il lavoro parasubordinato. L’obbligo di versamento della contribuzione previdenziale alla Gestione Separata grava interamente sul committente. Non ha alcuna importanza il fatto che la normativa divida il costo economico tra l’azienda e il lavoratore. Il committente assume a tutti gli effetti la funzione giuridica di sostituto contributivo. Questo significa che l’impresa diventa responsabile in modo totale sia della trattenuta in busta paga della quota a carico del collaboratore, sia del versamento effettivo dell’intero importo dovuto all’istituto di previdenza.
Il pagamento materiale avviene sempre attraverso il modello F24. La legge fissa una scadenza mensile ineludibile. L’azienda deve eseguire il versamento entro il giorno sedici del mese successivo a quello in cui il compenso finisce in modo effettivo nelle tasche del collaboratore. Compilare il modulo richiede grande attenzione. Nella sezione riservata ai tributi previdenziali, l’incaricato aziendale deve inserire una specifica causale.
Il sistema esige due codici distinti:
L’inserimento esatto della sigla garantisce la corretta sistemazione dei soldi all’interno della posizione personale del cittadino e previene errori di classificazione da parte dell’INPS.
Quando pagano le tasse i liberi professionisti?
La disciplina giuridica muta in modo radicale per i liberi professionisti iscritti a questa cassa. In questo perimetro lavorativo non esiste alcun committente a fare da tramite o da garante. La regola generale impone al professionista la responsabilità totale, sostanziale ed esecutiva, del pagamento. Il meccanismo di calcolo e di versamento segue in modo fedele la struttura temporale delle imposte dirette, come l’Irpef. Il lavoratore autonomo versa i contributi in perfetta coincidenza con le normali scadenze fiscali.
Il sistema si basa su una divisione finanziaria netta. Da una parte vi è il saldo, riferito al periodo di imposta dell’anno precedente. Dall’altra vi sono gli acconti, stimati sul periodo in corso. La base di calcolo corrisponde al reddito effettivamente prodotto dal professionista. Il legislatore ha stabilito che l’acconto annuale copra l’ottanta per cento dell’importo totale dovuto all’ente. Per diluire il peso finanziario, la legge divide questo acconto in due rate identiche, pari ciascuna al quaranta per cento. Il libero professionista ha a disposizione un’agevolazione legale. Egli ha la facoltà di applicare una maggiorazione del quattro per cento sui propri compensi lordi e addebitarla in fattura al cliente a titolo di rivalsa.
Per la compilazione del modello F24, i professionisti utilizzano due codici precisi per i pagamenti non rateizzati:
Il calendario ufficiale fissa la scadenza del saldo e del primo acconto al 1° luglio 2026. L’ordinamento concede un mese di tolleranza. Il cittadino ha la possibilità di versare gli importi nel periodo compreso tra il 1° e il 31 luglio 2026, applicando un interesse corrispettivo dello 0,40 per cento sulla somma originaria. La chiusura dell’anno finanziario avviene con il versamento del secondo acconto, fissato perentoriamente entro il 30 novembre 2026. Esiste una regola di salvaguardia automatica: se un giorno di scadenza cade di sabato o coincide con una festività, il termine si sposta al primo giorno feriale utile.
Come funziona la compensazione dei debiti fiscali?
Il rapporto tra il cittadino e il fisco ammette la correzione degli errori e il recupero delle somme versate in eccesso. Durante i due appuntamenti principali di luglio e novembre, il professionista ha il pieno diritto di usare l’istituto della compensazione. Questo meccanismo legale permette di estinguere un debito contributivo attuale attraverso l’uso di un credito maturato in passato e accertato dalla dichiarazione dei redditi o dalle denunce periodiche. L’architettura del modello F24permette di incrociare i dati e di sottrarre il denaro vantato dalle cifre pretese dall’amministrazione. Il potere di bilanciare crediti e debiti anche verso enti impositori differenti trova il suo fondamento normativo in una recente disposizione (art. 1 c. 97 L. 213/2023). Questa norma definisce le condizioni rigorose e i limiti operativi entro cui il contribuente può far valere i propri diritti finanziari senza incorrere in sanzioni.
Si prende la pensione se l’azienda non paga l’INPS?
Affrontiamo ora una dinamica pericolosa e frequente nelle aule dei tribunali del lavoro. Un collaboratore esegue la propria prestazione per anni, ma l’azienda disonesta non trasferisce le somme allo Stato. La regola generale per il classico lavoro dipendente si fonda sul principio di automaticità delle prestazioni previdenziali (art. 2116 cod. civ.). Questo scudo giuridico garantisce l’erogazione della pensione all’impiegato anche in caso di totale omissione contributiva da parte del datore di lavoro. Il legislatore, tuttavia, ha scelto di non estendere questo salvagente ai soggetti iscritti alla Gestione Separata.
Poiché la legge qualifica questa attività come lavoro autonomo, l’omesso o insufficiente versamento fa saltare del tutto i diritti del cittadino. La mancanza di denaro effettivo nelle casse pubbliche impedisce l’erogazione di qualsiasi assegno. Il sistema esige la presenza concreta dei soldi accreditati per perfezionare il requisito pensionistico (circ. INPS 95-bis/2006). Facciamo un esempio pratico per comprendere la severità della norma. Un grafico lavora in modo parasubordinato per una società di comunicazione. A distanza di dieci anni, il grafico scopre il fallimento dell’azienda e il mancato pagamento dei suoi contributi. A differenza di un dipendente assunto a tempo indeterminato, il grafico perde l’intero periodo ai fini della pensione e non ha alcun modo per costringere lo Stato a riconoscergli i soldi spariti nel nulla.
Quali tutele spettano alle lavoratrici in maternità?
Il rigore del sistema appena descritto ammette una singola e fondamentale eccezione. Il legislatore ha introdotto una deroga molto ristretta che ripristina il principio di automaticità delle prestazioni esclusivamente per l’accesso all’indennità di maternità. La regola salva le lavoratrici e i lavoratori iscritti in via esclusiva a questa cassa, senza altre assicurazioni in corso. In virtù di questa norma, i cittadini mantengono intatto il diritto a percepire l’indennità economica per la maternità anche se il committente ha evaso i pagamenti previdenziali (art. 64-ter D.Lgs. 151/2001).
Questa salvaguardia si applica in via esclusiva ai collaboratori parasubordinati. La giustificazione giuridica è logica: il collaboratore subisce la trattenuta, ma non ha la facoltà materiale di eseguire il bonifico verso lo Stato. La responsabilità del pagamento ricade sull’azienda. L’ordinamento interviene per non far pagare alla neo-mamma le colpe dell’imprenditore scorretto. Al contrario, questa forma di garanzia automatica non si estende in alcun modo ai liberi professionisti (circ. INPS 42/2016). Un architetto o un avvocato con partita Iva hanno il dovere diretto e personale di saldare le proprie tasse. Se una libera professionista non versa i contributi, diventa lei stessa responsabile in prima persona dell’inadempimento e perde ogni diritto all’assegno per la nascita del figlio.
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