Centocinquanta lavoratori, altrettante famiglie e una domanda alla quale, questa volta, le istituzioni dovranno dare una risposta chiara: può l’innovazione tecnologica trasformarsi nel pretesto per cancellare posti di lavoro e sottrarre occupazione a un territorio già duramente colpito dalle crisi industriali e occupazionali?
È questo il cuore della nuova vertenza che riguarda il servizio di contact center “Chiama Roma 060606” e gli operatori di Crotone che da oltre dieci anni ne garantiscono una parte importante delle attività.
Il caso
L’allarme è tornato prepotentemente d’attualità dopo l’incontro del 2 ottobre a Roma tra Roma Capitale, la società Concerto S.r.l., aggiudicataria del nuovo appalto, e le organizzazioni sindacali.
Secondo quanto denunciato dalla SLC CGIL Calabria, nel corso del confronto l’amministrazione capitolina avrebbe ribadito la volontà di concentrare l’intero servizio sul territorio romano. A questo scenario si aggiunge un secondo elemento ancora più preoccupante: l’ipotesi che i processi di automazione possano determinare un esubero di personale quantificato intorno al 30 per cento.
Un quadro che riapre una ferita mai completamente rimarginata a Crotone. Non si parla, infatti, di un servizio appena nato né di lavoratori da inserire per la prima volta in un nuovo processo produttivo. Si parla di professionalità consolidate, di operatori che da anni svolgono questa attività e che hanno maturato esperienza e competenze garantendo quotidianamente un servizio pubblico destinato ai cittadini della Capitale.
Il problema, dunque, va ben oltre il semplice cambio di appalto.
Una questione di clausola sociale, ma anche di giustizia territoriale
La SLC CGIL richiama espressamente il rispetto delle norme e delle previsioni del Contratto collettivo nazionale delle Telecomunicazioni in materia di continuità occupazionale e clausola sociale, annunciando la propria disponibilità a mettere in campo iniziative sindacali e legali per difendere gli addetti.
Secondo il sindacato, proprio un’amministrazione pubblica dovrebbe garantire con maggiore forza la responsabilità sociale negli appalti e non consentire che una trasformazione organizzativa o tecnologica si traduca automaticamente in perdita di occupazione.
Ma accanto alla questione giuridica ce n’è una profondamente politica.
Perché un’attività che da oltre dieci anni viene svolta da Crotone dovrebbe necessariamente essere trasferita fisicamente a Roma?
In un’epoca nella quale pubbliche amministrazioni e imprese investono nel lavoro digitale, nei servizi da remoto e nella decentralizzazione delle attività, appare difficile spiegare perché la collocazione geografica degli operatori debba improvvisamente diventare un elemento determinante per un contact center.
Ed è ancora più difficile accettare che sia proprio un territorio come quello crotonese a pagare il prezzo di questa scelta.
L’automazione non può diventare sinonimo di licenziamento
C’è poi un altro tema destinato ad assumere una rilevanza sempre maggiore nei prossimi anni: quello dell’automazione.
L’innovazione tecnologica è inevitabile e può migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi. Ma l’equazione “più tecnologia uguale meno lavoratori” non può diventare un principio automatico, soprattutto quando a utilizzarlo è la pubblica amministrazione.
La transizione digitale dovrebbe servire a qualificare il lavoro, aggiornare le competenze, migliorare i servizi e creare nuove professionalità. Non può diventare semplicemente lo strumento attraverso il quale ridurre il personale e scaricare sui lavoratori il costo dell’innovazione.
Per Crotone il rischio sarebbe ancora più pesante. Dietro quei numeri ci sono persone che hanno già attraversato anni difficili nel settore dei call center e un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo in termini di disoccupazione, precarietà ed emigrazione.
Perdere anche una parte consistente di questi posti di lavoro significherebbe produrre un nuovo impoverimento economico e sociale.
La politica si mobilita: chiesto un Consiglio comunale straordinario
Nelle ultime ore la vicenda è entrata anche nell’agenda politica cittadina.
I consiglieri comunali del Partito Democratico Andrea Devona, Annagiulia Caiazza e Mario Galea hanno annunciato la richiesta di una seduta straordinaria del Consiglio comunale di Crotone, con l’obiettivo di arrivare a un atto di indirizzo a tutela dei livelli occupazionali e rafforzare il fronte istituzionale nei confronti di Roma Capitale e della società aggiudicataria.
È un primo segnale, ma la dimensione della vertenza richiede un coinvolgimento molto più ampio. Comune di Crotone, Regione Calabria, rappresentanza parlamentare calabrese, organizzazioni sindacali e Governo nazionale dovrebbero costruire un fronte comune.
Perché questa non può diventare l’ennesima vertenza affrontata soltanto quando i posti di lavoro sono ormai persi.
Crotone non può essere la vittima della transizione digitale
Il caso “Chiama Roma” pone dunque una questione che supera i confini della provincia di Crotone.
Se l’automazione e la digitalizzazione diventeranno la nuova frontiera dell’organizzazione dei servizi pubblici, occorre stabilire fin da subito un principio: l’innovazione deve accompagnare il lavoro, non cancellarlo.
E soprattutto non è accettabile che i processi di riorganizzazione producano un ulteriore trasferimento di opportunità occupazionali dal Mezzogiorno verso le grandi aree metropolitane.
I lavoratori crotonesi del 060606 hanno dimostrato per oltre un decennio che un servizio destinato alla Capitale può essere svolto con professionalità anche dalla Calabria.
Oggi spetta alle istituzioni spiegare perché ciò che ha funzionato per anni non dovrebbe più essere possibile.
La partita di “Chiama Roma” non riguarda soltanto 150 lavoratori. Riguarda il diritto di Crotone e del Mezzogiorno a non vedere progressivamente svuotato il proprio tessuto occupazionale nel nome di una modernizzazione che, se non governata, rischia di avere sempre gli stessi vincitori e sempre gli stessi territori chiamati a pagare il conto.
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