Chiude Rai Scuola, chi ha paura di un pubblico che pensa?


Dal 1° ottobre, sul canale 57 non ci sarà più Rai Scuola. Al suo posto arriva “Italiana”, un contenitore dedicato a borghi, sagre, artigianato, enogastronomia e “identità territoriale”: 720 ore l’anno di racconto del Paese, diretto da Angelo Mellone. Ventisette anni di programmazione dedicata alla scuola, alla divulgazione scientifica, alla storia e alla cultura vengono archiviati per fare spazio a un palinsesto che, nelle intenzioni dell’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, dovrebbe “attivare emozioni identitarie e personali“. Alle critiche, Rossi ha risposto rivendicando il progetto come una scelta editoriale ben riuscita. Parlare di radici e territorio nel servizio pubblico non è un crimine, per carità. Ma farlo cancellando l’unico canale nazionale pensato per chi va a scuola, o per chi a scuola ci è già andato e vuole continuare a capire il mondo, dice qualcosa su che tipo di pubblico si vuole costruire.

La giustificazione ufficiale sono gli ascolti: uno share medio dello 0,14% nel 2024, dello 0,13% nel 2025, sceso a circa lo 0,09-0,10% nei primi mesi di quest’anno. Numeri che, letti da soli, sembrano incontestabili. Letti con un minimo di attenzione, raccontano un’altra storia. Rai Scuola viveva da tempo quasi solo di repliche, come ha fatto notare la divulgatrice scientifica Silvia Bencivelli, e non è mai stata pensata per competere sull’Auditel: la sua funzione era arrivare ovunque ci fosse una tv accesa, gratis, senza bisogno di un account, di una connessione buona, di un secondo schermo in casa. Quando un insegnante accendeva la LIM in classe e faceva vedere un documentario a trenta studenti, quella visione contava come un solo “click” nelle rilevazioni. Un impatto reale, enorme, reso statisticamente invisibile dallo stesso sistema che oggi viene usato per giustificarne la chiusura.

La Rai, va detto, smentisce che si tratti di una chiusura: parla di “evoluzione”, di contenuti che confluiranno su una piattaforma digitale, Rai Play Scuola e Learning, insieme agli archivi delle Teche e alle produzioni di Rai Cultura. Il ragionamento ufficiale è che l’istruzione oggi si consuma altrove, non più sulla tv lineare. Peccato che l’età media di chi guarda RaiPlay superi i sessant’anni, il che rende un po’ meno convincente l’idea che i ragazzi stiano già tutti lì ad aspettare. E peccato soprattutto che buona parte dei documentari internazionali acquistati da Rai Scuola non possa nemmeno finire in streaming, per questioni di diritti: il digitale, insomma, non è un contenitore capace di accogliere tutto quello che si perde.

Le proteste non si sono fatte attendere

Una petizione ha superato le ottantamila firme in pochi giorni, raccogliendo il dissenso di insegnanti, scrittori e cittadini. Tra i firmatari più esposti c’è il professore ed ex insegnante Enrico Galiano, che ha sintetizzato bene il paradosso: parlare di identità territoriale nel 2026 sacrificando una risorsa come Rai Scuola “sembra una barzelletta”. In Parlamento il PD ha presentato un’interrogazione, con Irene Manzi a ricordare che lo share non può essere l’unico metro di giudizio per un servizio pubblico, mentre dal M5S Barbara Floridia ha parlato apertamente di un servizio pubblico che smonta un presidio educativo per fare spazio a una narrazione identitaria di marca governativa. Il ministro dell’Istruzione Valditara, interpellato, ha preferito non commentare. Fa sempre un certo effetto vedere chi dovrebbe difendere la scuola scegliere il silenzio.

Si può discutere se “Italiana” sia un progetto valido in sé, se raccontare borghi, tradizioni e territori sia un obiettivo legittimo per la televisione pubblica. Lo è, probabilmente. Il problema non è cosa arriva, ma cosa se ne va, e perché proprio ora. Rai Scuola non era soltanto un canale per gli studenti. Era, per chiunque avesse in casa una televisione, un modo gratuito di continuare a imparare, di tenere accesa la curiosità anche fuori dai programmi ministeriali. Un servizio accessibile senza registrazioni, abbonamenti o competenze digitali particolari, capace di raggiungere anche chi non avrebbe cercato autonomamente un contenuto educativo online. Ed è proprio qui che la promessa della transizione digitale mostra il suo lato più fragile. Spostare i contenuti su una piattaforma può sembrare, sulla carta, un semplice adeguamento ai tempi. Ma una piattaforma non è una televisione generalista: presuppone un dispositivo, una connessione, la capacità di orientarsi tra contenuti e servizi digitali e, soprattutto, la volontà di cercare ciò che si vuole vedere. Non tutti partono dalle stesse condizioni.

In un Paese dove il divario digitale e culturale non è ancora stato colmato, cancellare un presidio gratuito e immediatamente accessibile significa rischiare di trasformare un diritto potenzialmente universale in un’opportunità riservata a chi ha già gli strumenti per coglierla. Rai Scuola aveva anche questa funzione: non chiedeva allo spettatore di sapere cosa cercare. Era lì. Bastava accendere la televisione. È questo, forse, l’aspetto più difficile da liquidare con una semplice questione di ascolti. Un servizio pubblico non dovrebbe limitarsi a inseguire ciò che il pubblico guarda già, ma anche offrire ciò che il pubblico potrebbe non sapere di aver bisogno. Cultura, scienza, storia, educazione non producono necessariamente grandi numeri nell’immediato, ma costruiscono nel tempo gli strumenti con cui una società interpreta se stessa.

E allora la domanda non è soltanto se Rai Scuola fosse ancora sostenibile nella sua forma attuale. La domanda è che cosa si decide di considerare essenziale quando si ripensa il servizio pubblico. Se l’obiettivo è raccontare l’Italia attraverso borghi, sagre, artigianato e tradizioni, nulla vieta di farlo. Ma perché questo racconto debba sostituire uno spazio dedicato alla conoscenza, anziché affiancarlo, è una domanda alla quale i numeri dell’Auditel non possono rispondere. Perché un pubblico che pensa, che si informa in autonomia, che coltiva il dubbio e che pretende di continuare a imparare anche da adulto è un pubblico più difficile da raggiungere con slogan semplici e identità confezionate. È molto più comodo un pubblico che si emoziona, e basta.

Elisabetta Vinci


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