studenti, rendita e città in vendita


Per lo studente, trasferirsi in una città universitaria significa investire nel proprio futuro. Per chi gli vende formazione, alloggio e servizi, significa incassare nel presente. Questa differenza di tempi contiene una questione politica: mentre una famiglia sostiene costi certi in vista di un risultato incerto, una rete di istituzioni e operatori economici trae ricavi immediati dalla permanenza dello studente. L’università è al centro di questo circuito e, in alcuni casi, partecipa direttamente a più segmenti del suo mercato.

L’espansione universitaria viene raccontata attraverso il linguaggio del progresso: attrattività, internazionalizzazione, eccellenza, rigenerazione urbana. Più iscritti sembrano certificare il successo dell’ateneo; nuovi campus promettono di migliorare la città. Ma la crescita deve essere giudicata anche attraverso le sue conseguenze materiali. Chi può permettersi di arrivare? Chi viene spinto ad andarsene? Chi incassa dall’aumento della domanda? Quando queste domande vengono trascurate, la celebrazione dell’università rischia di coprire un trasferimento di risorse dalle famiglie verso chi controlla formazione, immobili e servizi.

Il paragone con l’espansione industriale degli anni Sessanta è utile sul piano della trasformazione urbana. Come le fabbriche richiamavano lavoratori e riorganizzavano i territori, gli atenei possono concentrare persone, investimenti e attività economiche. La differenza rende però più pungente il confronto: il lavoratore arrivava per ricevere un salario; lo studente arriva sostenendo una spesa, con la speranza che il titolo conseguito attraverso anni di studio e sacrifici gli consenta un giorno di recuperarla.

La ricerca urbana definisce studentification la trasformazione dei quartieri legata alla concentrazione di popolazione studentesca. Lo studio di Christopher Wilkinson e Paul Greenhalgh su Durham documenta il passaggio dalla conversione di abitazioni in alloggi condivisi allo sviluppo di residenze dedicate da parte di investitori istituzionali. In quel caso, l’espansione del mercato studentesco si accompagna all’aumento degli affitti e dei prezzi e alla riduzione delle possibilità abitative per residenti e famiglie meno abbienti. researchportal.northumbria.ac.uk

Non ogni città segue lo stesso percorso, e l’università non spiega da sola la crisi della casa. Ma dove gli iscritti crescono senza un’offerta abitativa accessibile, l’espansione accademica può accelerare la competizione per gli immobili. Un appartamento affittato stanza per stanza può rendere più di una locazione familiare. Il rendimento del proprietario cresce; la possibilità di abitare per chi dispone di poco denaro si restringe. La città diventa più redditizia proprio mentre diventa meno accessibile.

Limitarsi a denunciare i proprietari privati lascia però incompleta l’analisi. L’ateneo può essere esso stesso proprietario di residenze, controllare imprese editoriali e organizzare servizi commerciali nel campus. In queste condizioni partecipa alla formazione della domanda e alla vendita di ciò che serve a soddisfarla. La sua responsabilità entra direttamente nei prezzi, nelle condizioni contrattuali e nelle scelte di investimento.

Un esempio concreto permette di uscire dalle formule generiche. La Bocconi dichiara di possedere sette residenze e pubblica tariffe intere e agevolate per gli alloggi. Egea si presenta come società editoriale controllata dall’università e comprende una propria libreria. Il Bocconi Sport Center integra strutture sportive nel campus, con piscine gestite attraverso un accordo con Aquamore e un’area fitness attraverso un accordo con Virgin Active. Sono rapporti differenti, che non consentono di attribuire automaticamente ogni incasso allo stesso soggetto, ma mostrano quanto il perimetro economico universitario possa estendersi oltre le rette. Università Bocconi

Possedere una residenza o una casa editrice non dimostra, da solo, uno sfruttamento. I servizi hanno costi e possono sostenere una funzione sociale. La domanda politica riguarda il modo in cui vengono organizzati: quali prezzi praticano, chi escludono, quali margini producono e come vengono impiegati gli introiti. La missione educativa rende queste domande ancora più necessarie. Un’istituzione che promette accesso al sapere deve rispondere anche degli ostacoli materiali che introduce lungo quel percorso.

L’alloggio è il punto più evidente. Uno studentato può essere uno strumento del diritto allo studio oppure un prodotto immobiliare rivolto a chi può pagare. Il nome universitario sulla facciata non risolve la differenza. Quando l’ateneo richiama studenti e propone loro camere a prezzi elevati, il conflitto riguarda la sua stessa strategia: l’espansione dell’accesso dichiarato può accompagnarsi alla selezione economica dell’accesso reale.

L’editoria introduce un’altra possibile sovrapposizione fra funzione educativa e interesse economico. Produrre e diffondere libri è parte della vita culturale di un’università. Quando chi organizza la formazione controlla anche chi vende materiali di studio, occorrono però trasparenza e garanzie: libertà delle scelte didattiche, alternative accessibili, biblioteche adeguate e attenzione al costo complessivo dei testi. Il bisogno di apprendere non dovrebbe diventare una domanda commerciale protetta dall’obbligo di preparare un esame.

La stessa analisi va estesa alla ristorazione, allo sport e al divertimento. Se un ateneo possiede gli spazi, affitta locali o stipula concessioni, può avere un interesse economico anche nelle attività svolte da operatori esterni. Per i locali di svago fuori dal campus, la proprietà o il collegamento finanziario devono essere dimostrati caso per caso. Ma il principio è chiaro: ogni volta che l’università ricava un vantaggio economico dalla vita quotidiana degli studenti, quel rapporto deve essere visibile e valutabile. La distinzione fra servizio e fonte di ricavo passa attraverso contratti, tariffe e bilanci.

Prende così forma un circuito nel quale lo studente può pagare ripetutamente per rendere possibile la propria formazione: iscrizione, stanza, libri, pasti, attività sportive. Ciascuna spesa può apparire ragionevole se osservata isolatamente; sommate, possono trasformare l’esperienza universitaria in una prova di resistenza economica. L’ateneo dovrebbe essere chiamato a rispondere anche di questo costo complessivo, soprattutto quando ne determina direttamente una parte.

A tenere insieme il circuito è la promessa di mobilità sociale. Studiare può aprire possibilità reali, ma la promessa diventa una chimera quando viene presentata come garanzia di successo e usata per giustificare qualsiasi sacrificio presente. Non occorre che tutti sognino di diventare ricchi: basta che temano di restare esclusi senza quella laurea, quel master, quell’esperienza. La speranza di avanzare e la paura di arretrare possono entrambe sostenere la disponibilità a pagare.

Il rischio resta in gran parte individuale. Lo studente e la famiglia anticipano le risorse; il rendimento futuro dipenderà da condizioni che non controllano interamente. Chi vende formazione e servizi viene invece pagato durante il percorso. Questa asimmetria merita di essere discussa pubblicamente, soprattutto quando il linguaggio del merito trasforma le difficoltà economiche in presunte carenze di ambizione o determinazione.

Il circuito si completa con i tirocini curriculari. Lo studente può essere contemporaneamente cliente dei servizi universitari e persona che svolge attività utili a un’organizzazione senza ricevere un’indennità, o ricevendone una modesta. La documentazione della Statale di Milano prevede tirocini anche nelle strutture interne dell’ateneo e precisa, per quelli destinati a studenti di altre università, che l’indennità non è obbligatoria. Questo dato non dimostra che ogni tirocinio sia sfruttamento, ma rende concreta la questione: il valore formativo va verificato, anziché presunto dalla denominazione del rapporto. Università degli Studi di Milano Statale

All’interno del mondo accademico, il problema sorge quando un tirocinante viene impiegato soprattutto per coprire necessità operative: attività amministrative, organizzazione di eventi, comunicazione o supporto a progetti, con poca supervisione e scarso apprendimento. All’esterno, lo stesso rischio riguarda aziende, enti, associazioni e studi professionali. Un’esperienza diventa criticabile quando la formazione serve a giustificare la disponibilità di persone che svolgono mansioni ordinarie, senza un riconoscimento economico adeguato e con un potere negoziale minimo.

La distinzione decisiva riguarda ciò che accade nelle ore di tirocinio. Esistono tutoraggio effettivo, progressione delle competenze e tempo dedicato all’apprendimento? Oppure la struttura conta sul tirocinante per far fronte al carico di lavoro quotidiano? Se il progetto formativo resta sulla carta mentre la prestazione sostiene regolarmente l’attività dell’ente, il linguaggio dell’opportunità può coprire un risparmio sul costo del lavoro.

L’università ha una responsabilità diretta anche quando non ospita lo stage: approva il progetto, stipula la convenzione, riconosce gli eventuali crediti e dovrebbe vigilare sull’esperienza. Se queste funzioni si riducono a passaggi burocratici, l’ateneo rischia di legittimare l’impiego di lavoro gratuito o poco remunerato. Dove il tirocinio è necessario per completare il percorso, lo studente può inoltre trovarsi a dover accettare condizioni difficili pur di conseguire il titolo. Il riconoscimento accademico non paga l’affitto né elimina il costo delle ore sottratte a un impiego retribuito.

La conseguenza è anche una selezione sociale. Chi può contare sul sostegno familiare ha maggiore possibilità di accettare un’esperienza non pagata. Chi deve mantenersi può essere costretto a rinunciarvi o ad affiancarla a un altro lavoro. Un’opportunità presentata come accesso alla professione può così premiare la disponibilità economica prima ancora delle capacità. La promessa di entrare domani nel lavoro rende accettabile fornire oggi una prestazione senza un reddito sufficiente.

È in questo senso che gli studenti possono essere descritti come una nuova classe operaia della città universitaria: una popolazione che sostiene l’economia urbana attraverso i propri consumi e, in alcuni casi, attraverso prestazioni gratuite o poco remunerate. Le diverse origini sociali impediscono di considerarli una classe omogenea. Ma i tirocini rendono il paragone più concreto: alla dipendenza abitativa si aggiunge quella da chi valuta l’esperienza, certifica i crediti o promette un accesso alla professione. Per chi deve anche mantenersi, la contraddizione diventa estrema: lavorare per finanziare gli studi e trovare, dentro quegli stessi studi, altre ore di attività non pagata.

La critica deve dunque raggiungere le decisioni degli atenei: quante persone attrarre, dove espandersi, a quali prezzi offrire alloggi, quali attività controllare e quali accordi stipulare. Un’università che partecipa economicamente al mercato dei servizi studenteschi deve mostrare come questa partecipazione realizzi il diritto allo studio. La presenza di borse e agevolazioni conta, ma va valutata rispetto all’accessibilità dell’intero sistema.

Servono residenze realmente sostenibili, bilanci e rapporti societari leggibili, criteri trasparenti per le concessioni, materiali didattici accessibili, indennità adeguate per i tirocini, controllo effettivo dei progetti formativi e una programmazione urbana che colleghi la crescita degli iscritti alla capacità di accoglienza. La misura del successo dovrebbe comprendere la possibilità di studiare senza impoverirsi e di abitare senza contribuire all’espulsione di altri.

L’università forma le persone che abiteranno il futuro. Proprio per questo deve rendere conto del modo in cui usa i loro bisogni nel presente. Quando la promessa di emancipazione diventa il motore di un circuito di rendita, la contraddizione è dentro l’istituzione: chi dovrebbe aiutare a superare le disuguaglianze rischia di ricavare entrate dalla loro persistenza. Gli studenti pagano per cambiare la propria posizione sociale e possono essere chiamati a lavorare gratuitamente lungo il percorso. Chi vende loro formazione e servizi incassa nel presente; chi utilizza impropriamente il loro tirocinio risparmia sul lavoro. La promessa di emancipazione perde credibilità quando chiede a chi la insegue di finanziare entrambe le parti del sistema.
È quindi necessario che il mondo universitario restituisca alla collettività e alla città, che ne subiscono gli effetti e  il carico sociale, parte dei propri profitti.

 

Fonti:
[1] Wilkinson e Greenhalgh (2024), Housing Policy Debate. https://doi.org/10.1080/10511482.2022.2137379
[2] Bocconi, Alloggi on campus; Tariffe, rate e scadenze a.a. 2026-27. https://www.unibocconi.it/it/entrare-bocconi/corsi-di-laurea-magistrale/alloggi-campus ; https://www.unibocconi.it/it/studenti-iscritti/alloggi-campus/tariffe-rate-e-scadenze-aa-2026-27
[3] Egea, Chi siamo. https://www.egeaeditore.it/ita/chi-siamo/chi-siamo.aspx
[4] Bocconi, Lo sport Bocconi ha una nuova casa (18 settembre 2021). https://www.unibocconi.it/it/news/lo-sport-bocconi-ha-una-nuova-casa
[5] Università degli Studi di Milano, Stage e tirocini; Tirocini curriculari per studenti iscritti in altri atenei. https://www.unimi.it/it/studiare/stage-e-lavoro/stage-e-tirocini ; https://www.unimi.it/it/studiare/stage-e-lavoro/stage-e-tirocini/tirocini-curriculari-alluniversita-degli-studi-di-milano-studenti-iscritti-altri-atenei-italiani-o


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