Digital Product Passport: strategie per trasformarlo in opportunità anche per le Pmi. Con Afil


Afil – Associazione Fabbrica Intelligente Lombardia porta il Digital Product Passport (Dpp) al centro dell’agenda della manifattura lombarda. Infatti, durante la propria Assemblea Pubblica, ospitata da Regione Lombardia il 15 settembre 2026, imprese, università, enti di ricerca, associazioni e istituzioni hanno affrontato uno specifico tema, ossia la trasformazione che attende le filiere industriali: costruire una catena digitale capace di accompagnare prodotti, componenti e materiali dalla fabbrica alla manutenzione, fino al riuso e al riciclo. Il Dpp non è un QR code da applicare al termine della produzione, ma è un’infrastruttura informativa destinata a collegare fornitori, sistemi aziendali, certificazioni e operatori del fine vita. Per la manifattura, la posta in gioco è doppia. Da una parte, arrivano nuovi obblighi europei: il primo banco di prova saranno le batterie, per le quali il Dpp diventerà obbligatorio il 18 febbraio 2027. Dall’altra, la stessa architettura può diventare uno strumento competitivo: rende verificabile l’origine delle informazioni, mantiene il legame con il prodotto dopo la vendita, abilita riparazione e remanufacturing e apre servizi fondati sui dati.

Il problema è che le informazioni sono ancora disperse tra gestionali, sistemi di fabbrica, certificati, fogli di calcolo e piattaforme dei clienti. Mancano regole definitive per alcuni settori; i brand impongono ambienti differenti; le Pmi rischiano costi sproporzionati. La soluzione emersa dal confronto promosso da Afil non consiste quindi nell’acquistare in fretta una piattaforma. Occorre prima progettare la catena del dato: stabilire quali decisioni debba sostenere, chi generi ogni informazione, quale evidenza la dimostri, chi possa accedervi e aggiornarla. Servono standard, architetture decentralizzate, Data Spaces interoperabili e verifiche proporzionate al rischio.

Nella prima parte dell’evento (che è stato moderato da Alessandro Marini, cluster manager di Afil, e a cui ha fatto seguito una tavola rotonda), tali tematiche sono state trattate da Christian Colombo, presidente uscente di Afil e amministratore delegato di Ficep, da Alessandro Fermi, assessore all’Università, Ricerca e Innovazione di Regione Lombardia, da Carolynn Bernier, rappresentante del Cea – Commissariat à l’Énergie Atomique et aux Énergies Alternatives e coordinatrice di Cripass-2, da Abdelrahman Abdalla del Politecnico di Milano, da Alessandro Canepa di Fratelli Piacenza SB e da Giacomo Grosa di Bureau Veritas.

Prospettive differenti, riunite dal Cluster attorno a un punto comune: se il Dpp sarà trattato come un modulo aggiuntivo produrrà costi e duplicazioni; se verrà integrato nei processi potrà difendere qualità, conoscenza e competitività della manifattura lombarda ed europea.

Afil e Regione Lombardia: dai bisogni delle filiere a nuove misure per le imprese

Christian Colombo, presidente uscente di Afil.

Il Digital Product Passport richiede una risposta che nessuna impresa può costruire da sola. È il punto sul quale si incontrano le prospettive di Christian Colombo, Presidente uscente di Afil, e di Alessandro Fermi, Assessore all’Università, Ricerca e Innovazione di Regione Lombardia: il Cluster deve collegare manifattura, ricerca e competenze, mentre l’autorità regionale deve trasformare i bisogni che emergono dalle filiere in strumenti operativi e risorse. «La competizione industriale non si svolge più soltanto tra singole aziende, ma tra ecosistemi capaci di collegare manifattura, energia, ricerca, capitale e istituzioni», afferma Colombo. Una parte importante della conoscenza industriale lombarda è ancora custodita nelle persone, nei disegni, nei programmi e nelle consuetudini produttive. Il DPP obbliga le imprese a identificare questo patrimonio, proteggerlo e renderlo trasferibile attraverso dati tracciabili e interoperabili.

Per riuscirci, secondo Colombo, occorre mappare le competenze presenti sul territorio, rafforzare il passaggio dalla ricerca alla scala produttiva e coinvolgere il capitale nei progetti di industrializzazione. «Non basta la tecnologia che genera il dato. Servono imprese capaci di raccoglierlo lungo la filiera, infrastrutture che lo rendano interoperabile e competenze che sappiano interpretarlo», prosegue Colombo. Afil dovrà quindi continuare a mettere in relazione fabbriche, università, istituzioni e finanza, prestando particolare attenzione alle Pmi che non possono sviluppare autonomamente tutte le tecnologie e le competenze richieste.

È proprio ai Cluster che Regione Lombardia chiede di far emergere esigenze e priorità. «Abbiamo bisogno che diventino produttori di contenuti comuni – spiega Fermi – La collaborazione è già il filo conduttore dei Cluster, ma deve aumentare quella tra imprese e sistema universitario, sapendo che le sfide decisive dei prossimi anni non si giocano soltanto entro i nostri confini». Regione Lombardia dispone ancora di risorse da orientare entro la fine del 2027 e sta valutando almeno due nuove misure per aiutare le Pmi ad accelerare innovazione ed efficienza. Una potrebbe riguardare proprio il Digital Product Passport. Il lavoro portato avanti da Afil può quindi diventare la base per costruire un intervento regionale capace di sostenere organizzazione dei dati, competenze e progetti comuni. «Possiamo prenderci qualche mese di riflessione – conclude Fermi – ma dobbiamo uscire con qualcosa di innovativo e soprattutto utile».

Bernier: un’architettura decentralizzata e l’esperienza dei 13 ecosistemi pilota di Cirpass-2 per trasformare il DPP da obbligo normativo a infrastruttura capace di creare valore

Carolynn Bernier, research engineer del Cea – Commissariat à l’Énergie Atomique et aux Énergies Alternatives.

Il Digital Product Passport non sarà un unico database europeo nel quale concentrare tutte le informazioni, ma un’infrastruttura distribuita, capace di recuperare i dati dalle fonti quando servono. È il modello sul quale lavora Cirpass-2, progetto europeo coordinato da Carolynn Bernier, research engineer del Cea – Commissariat à l’Énergie Atomique et aux Énergies Alternatives. «Il meccanismo è simile al web che utilizziamo ogni giorno. QR code, tag NFC e RFID sono soltanto la porta d’accesso: il vero nodo è rendere i dati leggibili dalle macchine e interoperabili, lasciandone il controllo ai soggetti che li producono», spiega Bernier. Cirpass-2 ha elaborato una proposta di architettura e avviato 13 ecosistemi pilota nel tessile, nell’elettronica, negli pneumatici e nei prodotti da costruzione. In tali settori, manifatturieri, fornitori, riparatori e riciclatori stanno verificando il funzionamento del passaporto lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.

«Dobbiamo assicurarci che il Dpp non sia soltanto un onere regolatorio imposto da Bruxelles. I dati devono generare un beneficio economico – sottolinea Bernier – I test riguardano quindi anche manutenzione, riparazione, gestione del fine vita, vigilanza del mercato, e-commerce e interoperabilità con sistemi extraeuropei». Il primo banco di prova sarà il Passaporto Digitale delle Batterie, previsto dal 18 febbraio 2027. Il registro europeo è già disponibile in ambiente di test, mentre prosegue il lavoro su vocabolari e schemi comuni. Saranno questi standard, più dell’identificatore applicato al bene, a determinare la capacità del Dpp di collegare la filiera senza compromettere dati sensibili e proprietà intellettuale.

Abdalla: il Dpp deve collegare dati verificabili e aggiornabili alle decisioni su conformità, manutenzione e remanufacturing

Il primo passo non è acquistare una piattaforma, ma stabilire quali decisioni industriali dovranno essere sostenute dai dati. «Il valore del Dpp non è nel passaporto in sé, ma nella decisione che riesce ad abilitare», osserva Abdelrahman Abdalla, ricercatore del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano. Un’informazione sul contenuto riciclato, sulla provenienza o sulla riparabilità, infatti, diventa utilizzabile soltanto quando è riferita con precisione a un modello, un lotto, un singolo prodotto, un componente o un materiale. Occorre inoltre sapere chi l’ha generata, quale prova la sostiene, chi può leggerla e chi è autorizzato ad aggiornarla. È questo collegamento tra dato, oggetto e responsabilità a consentire l’impiego del Dpp nelle funzioni e attività aziendali.

La nuova disposizione prevista dal Regolamento Ecodesign dell’UE sarà obbligatoria a partire dal 2026 e interesserà in forma progressiva il mercato delle batterie, il tessile, l’elettronica e le costruzioni, per poi essere estesa ad altre categorie merceologiche. Entro il 2030 tutti i prodotti immessi sul mercato europeo, importati o meno, dovranno avere associato un passaporto digitale. (Fonte: gpca.org),

Le fabbriche non partono da zero: molte informazioni sono già contenute negli ordini di produzione, nei disegni tecnici, nelle schede dei materiali, nei certificati e nei sistemi di qualità e logistica. Il problema è renderle rintracciabili e comprensibili anche all’esterno dell’azienda. «Non basta sapere se abbiamo il dato: dobbiamo dimostrare da dove viene, a che cosa si riferisce, chi lo valida e come può essere interpretato da un altro sistema» – prosegue Abdalla. Il passaporto deve infine aggiornarsi insieme al prodotto. Test, manutenzione, disassemblaggio e rigenerazione producono nuovi dati sui difetti, sui componenti sostituiti e sulla qualità residua. Se resta un QR code collegato a una pagina statica, la sua utilità è limitata; se diventa una catena informativa aggiornata durante l’intero ciclo di vita, può guidare conformità, riparazione, riuso e remanufacturing.

Canepa: senza standard comuni il Dpp rischia di moltiplicare piattaforme, costi e lavoro manuale lungo la filiera tessile

essandro Canepa, direttore research & Development di Fratelli Piacenza.

Nel settore tessile, il problema non è la mancanza di dati, ma la moltiplicazione dei formati con cui questi vengono richiesti. In attesa dell’atto delegato europeo, ogni brand applica proprie procedure di due diligence, audit e tracciabilità, costringendo i fornitori a trasmettere più volte le stesse informazioni secondo modelli differenti, con un aggravio di tempi e sforzi. Secondo Alessandro Canepa, direttore research & Development di Fratelli Piacenza, storico lanificio biellese che produce tessuti, capi d’abbigliamento e accessori di alta gamma utilizzando fibre pregiate. Il peso organizzativo ed economico ricade soprattutto sulle imprese più piccole, che svolgono lavorazioni specialistiche, ma non dispongono di personale dedicato alla compliance. «Essere più piccoli dei brand può portare a subirne le richieste. Al tempo stesso, se non si aiutano i fornitori, si rischia di perdere quel tessuto di aziende flessibili che permette di realizzare prodotti particolari», afferma Canepa.

Molte informazioni sono già presenti nei sistemi aziendali, ma vengono ancora adattate e caricate manualmente sulle piattaforme dei clienti. «Si parla di Intelligenza Artificiale, ma poi ci sono persone che cercano i dati a mano e li ricaricano. Non è un problema della singola impresa, ma di sistema», osserva Canepa. Una possibile soluzione è l’utilizzo di Data Spaces decentralizzati, fondati su interoperabilità e controllo dei dati da parte delle aziende. Servirebbero inoltre 24-36 mesi di transizione, sostegni alle PMI e controlli equivalenti sui prodotti importati.

Grosa: per il Passaporto Digitale delle Batterie servono sistemi aziendali integrati, responsabilità chiare e dati verificabili

Giacomo Grosa, battery regulation business developer & project manager di Bureau Veritas.

Il Digital Product Passport introdotto per le batterie dovrà raccogliere informazioni su materie prime, sicurezza, prestazioni, impronta ambientale, contenuto riciclato e fine vita. La responsabilità ricadrà sull’operatore che immette la batteria finita nel mercato europeo: non soltanto il produttore, quindi, ma anche chi importa un prodotto che la contiene, come una bicicletta elettrica. Per prepararsi, le imprese devono collegare Plm, Battery Management System, sistemi qualità, Mes e piattaforme Lca. «Non bisogna partire dalla soluzione o dall’Excel da trasformare in passaporto – chiosa Giacomo Grosa, battery regulation business developer & project manager di Bureau Veritas, gruppo internazionale specializzato nei servizi di ispezione, analisi di laboratorio, verifica della conformità e certificazione di prodotti, processi e asset. – Bisogna partire da dove sono i dati, da chi ne è proprietario, da chi ne risponde e da quali informazioni possono essere condivise».

Il Dpp richiede un coordinamento stabile tra progettazione, produzione, acquisti, qualità, IT e fornitori. In cambio, tale strumento può facilitare manutenzione e riuso, valutare la seconda vita della batteria e rendere più sicuro il riciclo. Il presupposto è l’affidabilità delle informazioni. «Se chi utilizza il passaporto non crede ai dati, non si crea alcun valore», precisa Grosa. La verifica può concentrarsi sui passaggi più rischiosi della filiera, combinando controlli di terza parte, documenti e verifiche automatiche, senza necessariamente certificare ogni singolo dato.


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