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PADOVA-TREVISO-VENEZIA-ROVIGO – La crescita delle imprese è un obiettivo strategico per rafforzare la competitività del sistema produttivo, ma non può essere perseguita attraverso modifiche normative che rischiano di alterare gli equilibri del mercato. È questa la posizione di Confindustria Veneto Est sulla riforma della legge quadro sull’artigianato, con particolare riferimento alla proposta di innalzare fino a 49 dipendenti la soglia dimensionale per ottenere la qualifica di impresa artigiana.
A esprimere la preoccupazione è Luca Fiorini, presidente del Comitato Piccola e Media Industria dell’associazione, che mette in guardia dalle possibili conseguenze della riforma sul piano della concorrenza, delle retribuzioni e della capacità delle imprese industriali di competere ad armi pari.
«La crescita dimensionale delle imprese è da sempre uno degli obiettivi strategici fondamentali della nostra visione industriale, indispensabile per dare solidità e competitività al tessuto imprenditoriale e alle filiere del nostro territorio, capaci di competere nel mondo», sottolinea Fiorini, riconoscendo nell’artigianato una componente fondamentale del sistema economico.
Il nodo, secondo il presidente, è il metodo con cui si intende favorire questo sviluppo. «Non si ottiene in modo artificioso, ampliando per legge la soglia dei dipendenti delle imprese definibili artigiane, ma creando le condizioni perché la crescita sia il risultato di investimenti, innovazione e produttività. Altrimenti è un’illusione ottica. E bisogna garantire condizioni certe ed eque per tutti».
«Una distorsione inaccettabile della concorrenza»
Le maggiori criticità riguardano gli effetti che il nuovo inquadramento potrebbe produrre per le aziende con dimensioni e mercati analoghi, ma soggette a regimi differenti. Secondo Confindustria Veneto Est, la riforma rischierebbe infatti di estendere alle imprese artigiane con 40 o 49 dipendenti vantaggi competitivi legati al costo del lavoro e all’accesso alle gare, originariamente previsti per realtà imprenditoriali di diversa tipologia.
«La legge delega, per come è congegnata, rischia di spalancare le porte a una palese e inaccettabile distorsione della concorrenza», afferma Fiorini. Il problema, evidenzia, è che differenze significative nei costi e nelle condizioni operative potrebbero derivare dall’inquadramento giuridico dell’impresa, anziché da elementi quali il merito, la produttività e la capacità di innovare.
A preoccupare l’associazione è anche il possibile dumping salariale, con ripercussioni dirette sui lavoratori. Nel confronto richiamato da Fiorini, le retribuzioni previste dai contratti dell’artigianato possono risultare inferiori fino al 18% rispetto a quelle dei contratti collettivi dell’industria, con differenze che nel settore metalmeccanico arriverebbero a superare il 34%. Il divario sul costo del lavoro, secondo i dati citati dal presidente, potrebbe raggiungere il 48%.
«I primi a rimetterci sarebbero gli stessi lavoratori, in particolare i giovani neoassunti, che rischierebbero di percepire stipendi più bassi a parità di livello professionale», avverte Fiorini. Una questione che, nella sua analisi, riguarda non soltanto l’equità retributiva, ma anche il potere d’acquisto delle famiglie, già messo sotto pressione dall’inflazione.
Le conseguenze, secondo la posizione espressa da Confindustria Veneto Est, potrebbero coinvolgere anche le finanze pubbliche. La stima indicata da Fiorini parla di oltre un miliardo di euro all’anno di minori entrate per lo Stato, tra contributi Inps e gettito Irpef.
In Veneto circa 12mila imprese potenzialmente interessate
Il tema assume un rilievo particolare per il tessuto produttivo regionale. In Veneto, secondo le cifre richiamate dal presidente del Comitato Piccola e Media Industria, sarebbero circa 12mila le imprese manifatturiere con un organico compreso tra 10 e 49 addetti potenzialmente interessate dalla riforma: oltre quattro su dieci rispetto al perimetro considerato.
«Mi chiedo se l’impatto che avrebbe una simile riforma, anche in Veneto, sia chiaro a tutti e, soprattutto, a chi gioverebbe», osserva Fiorini. Nel mirino ci sono soprattutto le possibili ripercussioni sulle piccole imprese industriali, chiamate quotidianamente a investire, innovare e crescere in un contesto competitivo complesso.
La posizione dell’associazione non mette in discussione il valore dell’artigianato, ma contesta l’eventualità che la crescita dimensionale venga incentivata attraverso il mantenimento di condizioni più favorevoli sul piano normativo e contributivo.
«Lo Stato deve accompagnare tutte le imprese, industriali e artigiane, verso maggiori dimensioni, patrimonializzazione e produttività, non creare incentivi a restare artificialmente dentro un regime più favorevole», sostiene il presidente.
La richiesta: sospendere il decreto e aprire il confronto
Da qui la richiesta di sospendere l’iter del decreto legislativo e avviare un confronto con tutte le parti sociali prima di procedere con qualsiasi decisione. Per Confindustria Veneto Est, il coinvolgimento delle rappresentanze industriali e dei lavoratori è indispensabile per valutare gli effetti della riforma e individuare soluzioni capaci di sostenere lo sviluppo senza introdurre nuove disparità.
«Siamo assolutamente contrari a interventi che vanno contro gli obiettivi di crescita sociale ed economica del nostro territorio e del Paese», conclude Fiorini, auspicando che anche su questo tema venga adottato un metodo basato sul dialogo, come già avvenuto, a suo giudizio, su altre questioni delicate affrontate dal Governo.
La richiesta dell’associazione è dunque quella di fermare il percorso del provvedimento e riaprire la discussione, con l’obiettivo di conciliare la crescita delle imprese, la competitività del sistema produttivo e la tutela dei salari.
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