Energia, Meloni: decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione. Produzione torni centrale in Ue
“Il Consiglio europeo farà il punto sull’attuazione dell’agenda One Europe, One Market e sui progressi compiuti per approfondire il mercato unico, semplificare le regole, ridurre gli oneri amministrativi e velocizzare le procedure di pianificazione e di autorizzazione.
Sono obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo. Tuttavia, la questione che oggi pesa più di tutte sulla competitività della nostra economia è un’altra: il costo dell’energia.”
Così in Senato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso delle comunicazioni in vista del consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026.
“Lo abbiamo detto molte volte: non possiamo chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale.
La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione, a maggior ragione nell’attuale quadro geopolitico.
Le tensioni sulle principali rotte commerciali e sulle catene di approvvigionamento incidono sulla sicurezza e sul prezzo dell’energia e dei carburanti, aumentano i costi di trasporto e assicurazione e, alla fine, si scaricano sulle bollette, sul carrello della spesa e sui conti delle imprese.
Nessuno, di fronte a uno scenario del genere, può rispondere efficacemente da solo. Dunque, la risposta deve essere coordinata e rapida.
Per questo abbiamo lavorato per raggiungere un accordo in ambito G7 che ha previsto il rilascio sui mercati di un significativo quantitativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane che avrebbe avuto un impatto pesante sulle nostre economie.
Ma, accanto a questo, serve anche il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare in Europa, a partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando.
Le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva e ogni costo in più che l’Europa impone a se stessa è un vantaggio che sta regalando ai suoi concorrenti. Il tempo per correggere la rotta non è infinito.
È su questo che l’Italia ha concentrato il proprio lavoro.
La scorsa settimana abbiamo promosso un nuovo confronto con i capi di Stato e di Governo maggiormente impegnati sulla competitività, attorno a tre priorità: energia, semplificazioni e commercio internazionale.
Proprio a seguito di questo coordinamento, insieme al Cancelliere tedesco e al Primo ministro belga, ho inviato a Bruxelles tre proposte semplici per facilitare e liberare gli investimenti: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Parallelamente, insieme alla Repubblica Ceca, abbiamo presentato diverse proposte puntuali, anche a carattere temporaneo, per ridurre il costo dell’energia.
Provo a dirlo in modo semplice. In Europa, un’impresa che inquina deve comprare un permesso per ogni tonnellata di CO₂ che emette: è il sistema ETS. Questi permessi si comprano sul mercato e, quindi, il prezzo lo fa il mercato stesso, con dinamiche che, mi permetterete, non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente.
Quando il prezzo degli ETS sale, sale anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio e l’industria della ceramica. Quel costo, alla fine, finisce nel prezzo di ciò che compriamo.
Per questo abbiamo messo nero su bianco alcune proposte puntuali per correggere il sistema ETS, affinché il prezzo della CO₂ rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza. Abbiamo inoltre chiesto di rinviare ulteriormente l’ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese.
C’è poi un secondo problema che pesa direttamente sulle bollette.
Il prezzo dell’elettricità è stabilito attraverso il meccanismo del prezzo marginale. Significa che, di fatto, l’intero prezzo viene fissato dall’ultima centrale chiamata a produrre, quella con il prezzo più alto, che molto spesso è una centrale a gas e che paga gli ETS. Così, il costo della CO₂ pagato da quella centrale si trasferisce sul prezzo di tutta l’elettricità, compresa quella prodotta da fonti rinnovabili.
È un problema che, come capirete, riguarda l’Italia in modo particolare perché, come sapete bene, il nostro mix energetico ha ancora una quota significativa di gas. È una vulnerabilità che viene da lontano e sulla quale stiamo lavorando, tra le altre cose aumentando le rinnovabili come nessun governo aveva fatto prima di noi e riaprendo la strada al nucleare di nuova generazione, per costruire un sistema più sicuro e meno dipendente dall’estero.
Ma questi investimenti hanno bisogno di tempo e le soluzioni servono ora. Per questo considero molto importante poter indicare una prospettiva concreta che porterebbe benefici in tempi rapidi.
Al Consiglio europeo dello scorso marzo eravamo riusciti a inserire nelle conclusioni la possibilità di adottare misure nazionali temporanee e mirate per attenuare le diverse componenti del costo della produzione elettrica. Su quella base, la Commissione si è impegnata a lavorare con noi sul decreto Bollette.
Il confronto tecnico è stato intenso e costruttivo e ci sta portando verso una soluzione compatibile con le regole europee, che ci consentirebbe di rendere operativa la nostra misura, riducendo il peso del costo della generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità.
Ecco il risultato che ci interessa e per il quale lavoriamo: non una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia e un costo in meno per un’impresa.
Ci sono sviluppi anche sul regolamento europeo sul metano. Le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e di produrre nuove pressioni sui prezzi. Per questo abbiamo chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi.
Quando abbiamo sollevato il problema nei mesi scorsi, la proposta sembrava molto difficile da far avanzare. Ora, invece, la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di rinviare di un anno l’entrata in vigore del regolamento e consideriamo questa un’ottima notizia.
Questi due esempi dimostrano un principio sul quale insistiamo dall’inizio: se una regola, alla prova dei fatti, produce conseguenze che non erano state previste o aggrava una situazione di crisi, quella norma va corretta. Perché noi non siamo qui per difendere le regole dalla realtà: siamo qui per difendere i cittadini da regole sbagliate.
Si può fare. Grazie all’Italia è accaduto diverse volte. È accaduto, ad esempio, con la clausola di salvaguardia nazionale, quando l’Italia per prima ha chiesto che la flessibilità prevista per la difesa e la sicurezza potesse essere utilizzata anche per affrontare la crisi energetica. Nonostante in pochi ci credessero, quella proposta è diventata una risposta a disposizione di tutti gli Stati membri.
È quello che ci auguriamo accada anche con le nuove riflessioni che abbiamo posto sul terreno delle regole fiscali.
Come sapete, ho scritto alla Presidente von der Leyen per chiedere due cose. La prima è che lo shock energetico e inflazionistico venga adeguatamente considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda è che gli Stati nazionali possano utilizzare almeno una parte dell’extragettito IVA generato dall’aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di imprese e famiglie.
Sarebbe oggettivamente difficile spiegare ai cittadini che, per rispondere allo shock, non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock sta producendo.
Sono proposte di buonsenso. Chiaramente sappiamo che non sarà facile trovare una convergenza, ma non per questo rinunciamo a porre con forza la questione.
C’è infine il tema delle materie prime critiche. Litio, cobalto, grafite e terre rare servono alla transizione energetica, alla transizione digitale e alla difesa. Oggi l’Europa le importa quasi interamente, spesso da una sola nazione.
Se non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un’altra.
Questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, un’iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.
Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte” sottolinea la presidente Meloni.
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