16 Ottobre 2026
Pinerolo guida la transizione digitale con la prima Consulta sui Patti Digitali e il progetto “Con-fidarsi”, un’alleanza tra famiglie e scuole per l’uso virtuoso della rete.
Nel panorama nazionale della transizione digitale, il territorio del pinerolese si conferma un laboratorio all’avanguardia nell’alleanza tra generazioni. Pinerolo è stata infatti la prima realtà comunale in Italia a istituire formalmente una Consulta sui Patti Digitali, un organo permanente nato dal basso per rompere l’isolamento delle famiglie e trasformare la gestione degli schermi digitali da sfida solitaria a impegno collettivo. Oggi questa esperienza compie un ulteriore passo in avanti grazie al bando ministeriale “Insieme si vince”, che vede i Centri Famiglia del CISS (Consorzio dei Servizi Sociali) e l’Associazione MEC uniti nel progetto “Con-fidarsi”. Un percorso sinergico di prevenzione, formazione e sportelli di ascolto che mette al centro il benessere offline per abitare con sicurezza il mondo online.
Abbiamo approfondito questo modello di comunità educante con Viviana Terracciano, Presidente della Consulta per i Patti Digitali del Comune di Pinerolo, e con Maria Vanore, coordinatrice dei Centri Famiglia di Pinerolo e di Torre Pellice.
Pinerolo è stata la prima realtà comunale in Italia a istituire formalmente una Consulta sui Patti Digitali. Come è nata questa idea e qual è il bilancio di questo percorso dall’inizio a oggi?
Viviana Terracciano:
«L’idea è nata da una preoccupazione condivisa: molti genitori, insegnanti ed educatori vedevano crescere il peso del digitale nella vita dei bambini e dei ragazzi, ma ciascuno lo affrontava da solo. Nel 2024 il Comune di Pinerolo, insieme al Consorzio dei Servizi Sociali del Pinerolese, alla Rete dei Patti Digitali e al progetto “In viaggio con Clara”, ha avviato un percorso di ascolto e confronto. Non lo abbiamo calato dall’alto. Lo abbiamo costruito dal basso, attorno a un tavolo. Il 18 giugno 2025 il Patto è stato approvato e la Consulta è diventata il luogo stabile in cui custodirlo. Il bilancio è positivo: abbiamo realizzato 15 incontri sul territorio, coinvolto almeno 7 scuole e stiamo avviando un progetto pilota con un istituto superiore di Pinerolo, dove saranno i ragazzi stessi a scrivere il proprio Patto. Abbiamo raggiunto Pinerolo, la Val Chisone, la Val Pellice e la Val Germanasca ed alcuni comuni limitrofi. Soprattutto, abbiamo dimostrato che una comunità può darsi regole comuni senza imporle».
La Consulta riunisce genitori, insegnanti, educatori, pediatri e professionisti della salute mentale, avvocati. In che modo questa pluralità di competenze arricchisce il vostro lavoro quotidiano?
Viviana Terracciano:
«È la nostra forza principale. Il digitale tocca la salute, l’apprendimento, le relazioni, la privacy e il diritto. Nessuna professione da sola può coprire tutto questo. Il pediatra ci ricorda cosa dice la scienza sullo sviluppo dei più piccoli. La psicologa ci aiuta a guardare al benessere dei genitori, perché un adulto stanco fatica a essere presente, ma anche dei ragazzi e dei bambini. L’avvocata ci richiama ai rischi legati alla condivisione delle immagini dei minori. Gli insegnanti portano lo sguardo della classe, le famiglie quello della vita di tutti i giorni. Anche le scuole siedono al tavolo con i propri rappresentanti, e questo rende il lavoro sinergico anziché verticale. Il risultato sono indicazioni più solide, perché sono passate al vaglio di sguardi diversi, e più credibili, perché nessuno le percepisce come la posizione di una sola categoria».
Spesso le famiglie si sentono sole nel gestire smartphone, social e videogiochi. In che modo i Patti Digitali aiutano a ridurre questa “solitudine educativa”?
Viviana Terracciano:
«La solitudine nasce da una frase che ogni genitore conosce: “ce l’hanno tutti”. Quando una famiglia decide da sola di rimandare lo smartphone, rischia di sentirsi l’unica e di far sentire escluso il proprio figlio. Il Patto rompe questo isolamento perché trasforma una scelta individuale in un impegno collettivo. Se più famiglie della stessa classe o dello stesso territorio condividono gli stessi tempi e le stesse attenzioni, nessuno resta indietro e nessuno resta solo. C’è poi un secondo livello: il Patto crea occasioni di incontro, nelle scuole, nelle biblioteche, negli oratori, nei momenti comunitari. Lì i genitori scoprono di avere le stesse domande e iniziano a sostenersi a vicenda. È questo che intendiamo per comunità educante: nessuno educa da solo. La linea della Consulta insiste sul fatto che educare al digitale non significa proibire, ma accompagnare».
Quali sono le regole condivise o i consigli più importanti che avete individuato per i giovani di Pinerolo?
Viviana Terracciano:
«Il Patto non è un elenco di divieti. È fatto di promesse reciproche tra adulti. In linea con la rete nazionale, i punti chiave sono: rimandare lo smartphone personale almeno fino ai 14 anni e l’accesso ai social almeno fino ai 16; proteggere i più piccoli, da 0 a 6 anni, dall’esposizione agli schermi; non condividere online le immagini dei propri figli senza riflettere sulle conseguenze. Per i ragazzi più grandi abbiamo un Patto dedicato alla fascia 14-17 anni. Lì l’accento è sull’uso consapevole: tempi, privacy, rispetto degli altri in rete. Il consiglio più importante, però, riguarda gli adulti: essere un esempio. Un ragazzo impara più da come usiamo noi il telefono a tavola che da qualsiasi regola scritta».
Come rispondono i giovani a queste regole e come siete riusciti a coinvolgerli direttamente?
Viviana Terracciano:
«Abbiamo capito presto che le regole funzionano solo se i ragazzi le sentono proprie. Per questo abbiamo scelto di coinvolgerli come autori, non come destinatari. Con Martina Arcuri, una giovane collaboratrice ed altri ragazzi e ragazze, abbiamo costruito il primo Patto Digitale scritto da adolescenti a Pinerolo. Ora parte un progetto pilota con un istituto superiore della città, dove gli studenti elaborano il proprio Patto. La risposta ci ha sorpreso: quando li si ascolta senza giudicarli, i ragazzi sono i primi a riconoscere la fatica di stare sempre connessi, la pressione dei social, il bisogno di tempo senza schermo. Non chiedono di essere controllati. Chiedono adulti presenti e coerenti».
Dall’approvazione dei Patti Digitali ad oggi, quali sono le azioni che hanno trovato più riscontro e quali le maggiori resistenze tra le famiglie del pinerolese?
Viviana Terracciano:
«Il riscontro più forte è arrivato dagli incontri dal vivo nei luoghi della comunità: la Festa della Nascita di Pinerolo, dove abbiamo parlato di digitale fin dai primi mesi di vita, gli eventi sportivi come le Mini Olimpiadi della Val Chisone e le Abbadiadi, le biblioteche e gli oratori. Andare dove le famiglie già sono funziona meglio che chiedere loro di venire da noi. Anche il dialogo con le scuole è cresciuto: abbiamo avuto contatti con almeno sei dirigenti. Le resistenze ci sono, ed è giusto dirlo. La più frequente è la paura che il proprio figlio resti escluso dal gruppo o dalla chat di classe. A questa si aggiunge la difficoltà, per molti adulti, di mettere in discussione il proprio uso del telefono. Non le leggiamo come un rifiuto, ma come il segnale che il lavoro va fatto insieme».
Di recente avete portato l’esperienza di Pinerolo a Terra Madre. Che tipo di accoglienza ha ricevuto il vostro modello e come può essere replicato in altri territori?
Viviana Terracciano:
«A Terra Madre abbiamo trovato grande interesse, in particolare da parte di tutta la comunità educante. Molti ragazzi presenti in sala, dai 14 ai 18 anni, erano perfettamente consapevoli della grande sfida che ci chiede il digitale, ed erano propensi all’ascolto ed al cercare soluzioni insieme. Credo che il legame con Terra Madre non sia casuale: lì si parla di cura della terra e delle comunità e il Patto nasce dalla stessa idea di cura applicata al digitale. Il modello è replicabile perché non dipende da grandi risorse, ma da tre ingredienti: un Comune disposto a dare riconoscimento formale, un tavolo che metta insieme competenze diverse e la pazienza di costruire le regole con le famiglie invece che per le famiglie. Ogni territorio ha bisogno del proprio Patto».
Qual è la sfida principale della Consulta per fare in modo che queste regole vengano effettivamente vissute e applicate nella quotidianità della comunità?
Viviana Terracciano:
«La sfida è la continuità. Occorre mantenere vivo il Patto nel tempo, quando cambiano le classi, i dirigenti, le famiglie. Per questo il nostro primo impegno è mantenere la Consulta compatta e attiva, e continuare a portare i Patti sul territorio, incontro dopo incontro. Il secondo è passare dalla firma alla pratica: che il Patto diventi un’abitudine condivisa nelle classi, nelle case, nei luoghi di sport e di gioco. Le regole non vivono sulla carta, vivono nelle relazioni. Custodire il mondo, anche quello digitale, è un atto di amore e di responsabilità che la comunità educante ha scelto di fare, insieme».
Maria Vanore, passiamo al nuovo tassello di questo percorso. Il titolo del progetto gioca su un doppio binario: la fiducia reciproca tra adulti e ragazzi e il sapersi muovere con sicurezza nel digitale. Come nasce l’idea di “Con-fidarsi” e quali bisogni specifici avete intercettato nei Centri Famiglia di Pinerolo e Torre Pellice?
Maria Vanore:
«Il Dipartimento per le politiche della famiglia ha pubblicato nel 2025 il bando “Insieme si vince”, volto a finanziare progetti dei Centri per le famiglie a favore delle persone di minore età. Le proposte e le iniziative previste sono rivolte a genitori, famiglie, insegnanti, scuole, per promuovere la prevenzione e la conoscenza del fenomeno dell’abuso sessuale online e offline e l’identificazione precoce di segnali di rischio. Il progetto prevede azioni con gli adulti (eventi formativi sul digitale e interviste per la costruzione di uno spettacolo teatrale) e con i minori (laboratori nelle scuole). La tematica delicata trattata resta calata in un contesto di prevenzione, come previsto dalla declinazione stessa del progetto. Essendo i centri famiglie del CISS servizi di prevenzione, le educatrici gestiscono attività, sportelli, servizi educativi di sostegno alla genitorialità e di mediazione familiare aperti a tutta la cittadinanza dei 47 comuni del CISS. Vengono accolti e intercettati diversi tipi di bisogni e, di fronte a situazioni di forte disagio o di pericolo, le persone vengono inviate ai servizi sociali sempre del CISS o altri servizi specialistici del territorio con cui si è costruito nel tempo un lavoro di rete e di collaborazione. Viceversa succede anche che i genitori arrivino ai centri su invio da parte di altri operatori. Il tema del digitale è diventato un importante impegno di lavoro di prevenzione, trasversale a molte altre attività organizzate. Rispetto ai bisogni riportati dalle famiglie, i genitori che accedono ai nostri servizi portano le loro difficoltà sia nella gestione dei tempi dell’uso dei dispositivi da parte dei loro figli sia la loro impossibilità di poter controllare continuamente come si muovono dentro la rete. Le loro preoccupazioni sui comportamenti dei figli nella vita familiare sono la dipendenza dagli schermi e i conflitti quotidiani per le ripetute sollecitazioni a posare il cellulare. Poi, dicono i genitori, “mio figlio non esce più!” se non, in alcuni casi, per le attività sportive strutturate.Tra i genitori emergono certamente paure e preoccupazioni dell’approccio al digitale da parte dei loro figli, ma ciò che più spesso arriva ai servizi è una limitata conoscenza e consapevolezza dei rischi presenti in rete e dei potenziali pericoli a cui i minori possono essere esposti. E il lavoro che segue il progetto del bando si colloca proprio nella cornice di informazione e sensibilizzazione su ciò che può diventare accattivante e rischioso nel mondo digitale ma soprattutto vuole aiutare genitori e ragazzi/e a costruire giorno per giorno un’alleanza di fiducia, garanzia di una sicurezza nelle relazioni offline e online».
In che modo questo ciclo di incontri si inserisce ed estende il lavoro che la Consulta dei Patti Digitali di Comunità sta portando avanti sul territorio?
Maria:
«Le educatrici dei centri, in collaborazione con la Consulta, hanno promosso il percorso dei Patti Digitali e progettato e realizzato laboratori esperienziali rivolti a ragazze e ragazzi, svolti nelle scuole, negli oratori e nelle biblioteche. Attraverso attività pratiche e momenti di confronto e condivisione emotiva all’interno dei gruppi, i laboratori hanno permesso di esplorare le opportunità offerte dalla rete, favorendo al contempo una maggiore consapevolezza dei rischi e dei possibili pericoli legati al suo utilizzo.Il bando in oggetto arricchisce l’offerta e le opportunità per i/le ragazzi/e: sono previsti laboratori nelle scuole da parte di formatori esperti, supervisionati da una psicoterapeuta, dedicati alla promozione di relazioni positive e al benessere nelle relazioni con gli altri: imparare a stare bene insieme in presenza può aiutare ad affrontare poi le varie dinamiche di relazione on line».
Spesso si parla di “nativi digitali” come esperti, ma la consapevolezza emotiva e i rischi della rete richiedono una guida. In che modo il progetto aiuta gli adulti (genitori, insegnanti, educatori) a non abdicare al proprio ruolo educativo di fronte alla tecnologia?
Maria:
«La rassegna di incontri dedicati agli adulti della comunità educante vuole arrivare a coinvolgere le famiglie in un percorso di conoscenza delle dinamiche pericolose della rete: informare e sensibilizzare gli adulti perché possano saper intercettare i segnali di rischio e pericolo in arrivo dai minori».
Oltre agli incontri di formazione, il progetto prevede uno Sportello Digitale. Come funzionerà concretamente questo servizio e che tipo di supporto offrirà nel quotidiano alle famiglie?
Maria:
«Cliccando sul qr code si accede ad un calendario di date e orari possibili in cui genitori, operatori, insegnanti potranno prenotare una consulenza psicologica o pedagogica per confrontarsi e per essere aiutati di fronte ad una situazione complessa e difficile legata al rapporto tra i minori e la rete».
Il progetto vede una forte sinergia tra enti, tra cui il CISS e l’Associazione MEC. Quanto è importante un approccio di “comunità educante” per far sì che le regole sul digitale non rimangano confinate nelle singole case ma diventino patti collettivi condivisi?
Maria:
«Sentire e sapere che alcuni problemi riguardano tutti fa sentire le famiglie meno sole nell’affrontare le difficoltà. Per i ragazzi è importante che percepiscano concretamente che gli adulti della comunità in cui vivono condividono gli stessi valori educativi e agiscono in modo coerente e coordinato per tutelare la loro crescita. Questo non può tradursi soltanto nell’introduzione di regole, divieti o misure restrittive e punitive, ma deve fondarsi soprattutto su un impegno autentico e condiviso di presenza, ascolto e accompagnamento nel mondo».
Cristina Bassignana
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