Un mese è passato e tutto tace sul fronte dell’EU Kids Act, la proposta di legge presentata dalla Commissione Europea il 17 settembre 2026, che vieta alle piattaforme di social media di accedere ai minori di età inferiore ai 13 anni e fissa a 15 anni l’età minima a livello di UE per l’apertura di un account proprio. Un approccio graduale che non ha evitato polemiche e rallentamenti del processo di trasformazione della proposta in legge. Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione, aveva lanciato con una certa enfasi la normativa: “I nostri figli si confrontano oggi con le tecnologie più sofisticate mai create, tecnologie che in nessun caso sono state pensate tenendo presente il loro benessere. L’EU KIDS ACT rovescia l’onere della prova – aveva sottolineato Von der Leyen – Spetta alle piattaforme dimostrare di esser sicure fin dalla progettazione e adatte all’età. E poi, rimettiamo i genitori al timone fornendo gli strumenti che permetteranno loro di aiutare i figli a muoversi in un mondo online più sicuro.”
Come primo passo, la Commissione ha aperto una consultazione pubblica per raccogliere i pareri di esperti, cittadini e parti interessate, attiva fino al 26 novembre 2026. E in caso di approvazione, ben difficilmente il regolamento attuativo potrebbe entrare in funzione prima del 2028. C’è il rischio di perdersi nelle nebbie procedurali.
La proposta, secondo la Commissione, risponde alle sempre più assidue richieste degli europei di maggiore protezione dei minori online: l’Eurobarometro speciale sul decennio digitale 2026, ha rilevato che il 92% degli europei ritiene che l’ulteriore rafforzamento della protezione dei minori e dei giovani online sia una priorità politica assoluta, che si tratti di difenderli dal bullismo online, dall’esposizione a contenuti nocivi, dalla progettazione che crea dipendenza o da altri rischi ancora.
Ma non mancano forti polemiche che vedono contrapposti diversi attori, dalle Big Tech ai pedagogisti. Pur essendoci un consenso generale sulla necessità di tutelare i minori online, le modalità proposte hanno ricevuto dure critiche. Le Big Tech hanno puntato sul caos normativo, riecheggiando i toni da crociata della deregulation cari a Trump e sostenendo che il Digital Service Act già contiene regole di salvaguardia per gli under 13. In rappresentanza della CCIA Europe, l’associazione che rappresenta i colossi tecnologici statunitensi, Daniel Friedlaender, Senior Vice President e Head di CCIA Europe, ha dichiarato: “Il Kids Act crea sovrapposizioni e duplicazioni normative che, in ultima analisi, indeboliscono le tutele per bambini e consumatori. Una maggiore complessità e confusione normativa non farà altro che rendere più difficile garantire la sicurezza dei giovani.”.
Altro nodo evidenziato da Friedlander, quello dei rischi per la privacy: “I bambini meritano un internet sicuro, ma le promesse di privacy e sicurezza non bastano. La Commissione deve rispondere a una domanda fondamentale: come garantirà che queste regole non creino un’infrastruttura che consenta il tracciamento dell’età, il collegamento delle identità o la sorveglianza su larga scala? Se questo sistema richiederà ingenti quantità di informazioni sensibili su bambini, adulti e legami familiari, creerà gravi rischi per tutti – ha sottolineato Friedlaender – La Commissione non può considerare questi aspetti come semplici dettagli attuativi, quando requisiti tecnici e di sicurezza fondamentali, nonché quelli relativi alla privacy, vengono rimandati ad atti di esecuzione e atti delegati successivi. La raccolta su tale scala di informazioni sull’età, credenziali di identità e dati che collegano i bambini ai genitori o ai tutori creerebbe indubbiamente un obiettivo appetibile per i criminali informatici.”
Non la pensano così, evidentemente alla Commissione Europea. Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha difeso così la proposta di legge: “Con l’EU KIDS ACT garantiamo ai nostri figli il godimento dei loro diritti online: imparare, tenersi in contatto, esplorare. Diamo anche ai genitori gli strumenti per accompagnare i figli nell’esplorazione di un mondo digitale sicuro. E lo facciamo tenendo sotto pressione le piattaforme, perché sono le piattaforme a dover dimostrare che i loro servizi non provocano danni”.
L’EU KIDS ACT si articola nei quattro pilastri seguenti.
1. Partenza ritardata sui social media
L’EU KIDS ACT propone che i minori possano creare account autonomi sui servizi dei social media soltanto a partire dai 15 anni di età.
Per i ragazzi tra i 13 e i 15 anni la proposta prevede il controllo parentale, consentendo a genitori e tutori di creare mini-account a cui il minore può accedere attraverso il loro account. In questo modo il ragazzo potrebbe accedere a social media e piattaforme di condivisione di video adatti alla sua età. La progettazione dei servizi disponibili sui mini-account deve implicare garanzie, quali la limitazione dei contatti sociali e la limitazione a un’ora al giorno della permanenza davanti allo schermo, nel riconoscimento del ruolo che spetta a genitori e tutori nel favorire lo sviluppo autonomo e sicuro dei ragazzi online.
Tra i 3 e i 13 anni, bambini e ragazzi non possono accedere ai social media, ma possono accedere, tramite account gestiti dal genitore o tutore, a servizi di condivisione di video a misura di minore progettati appositamente per loro. A tal fine le piattaforme devono mettere a disposizione dei genitori e tutori uno strumento agevole che circoscriva rigorosamente l’accesso del bambino o ragazzo che usa il dispositivo dell’adulto a siffatti servizi a misura di minore e ne limiti l’esposizione a un massimo di un’ora al giorno.
2. Sicurezza sin dalla progettazione
L’EU KIDS ACT impone una serie di obblighi a tutti i fornitori online che offrono servizi di social media, condivisione di video, videogiochi online, assistenti IA e chatbot ad utenti di età inferiore ai 18 anni.
Fra questi obblighi si annoverano il divieto di inserire caratteristiche che creano dipendenza e feed di raccomandazione basati sulla profilazione che trascinino i minori in “vortici di contenuti” nocivi, il divieto di scorrimento infinito senza punti di arresto, di stratagemmi di ricompensa e di notifiche push durante le ore di riposo e il blocco dei contatti non richiesti sollecitati da estranei. Gli assistenti IA e i chatbot di IA devono essere disattivati per impostazione predefinita e non possono simulare relazioni interpersonali con modalità che creino dipendenza emotiva.
I profili dei minori devono essere privati per impostazione predefinita, con videocamera, microfono e geolocalizzazione disattivati. I servizi online devono offrire ai minori metodi agevoli per bloccare e silenziare altri utenti, strumenti efficaci di gestione del tempo e sistemi di raccomandazione sicuri che il ragazzo possa controllare, affinare e reimpostare.
3. Accertamento dell’età rispettoso della vita privata
L’EU KIDS ACT obbliga i servizi online e gli app store a usare strumenti di accertamento dell’età, ad esempio servendosi dell’app di verifica dell’età dell’UE che, non conservando documenti di identità né dati biometrici, rispetta le massime garanzie di tutela della vita privata. Gli Stati membri saranno coinvolti da vicino nella predisposizione di questo ecosistema.
I fornitori di servizi di social media e di piattaforme di condivisione di video saranno tenuti a verificare l’età dell’utente all’apertura di un nuovo account.
Per i conti preesistenti i fornitori dovranno stimare l’età in base ad approssimazioni ragionevoli (ad esempio, data di creazione dell’account, dati della carta di credito associata).
4. Applicazione effettiva
La proposta rovescia l’”onere della prova” attribuendo ai fornitori di piattaforme online di dimensioni molto grandi la responsabilità di dimostrare che i loro servizi sono “sicuri fin dalla progettazione”.
I fornitori di servizi online saranno tenuti a presentare un piano di conformità alla Commissione, e anche a un verificatore indipendente che valuterà attentamente il nuovo servizio, la nuova caratteristica o la nuova funzionalità. Qualora, in base alla relazione del verificatore, reputi carente il piano di conformità, la Commissione può chiedere al fornitore di proporre misure correttive.
Il quadro di applicazione si basa sulle strutture già predisposte nell’ambito del regolamento sui servizi digitali e del regolamento sull’intelligenza artificiale, avvalendosi di meccanismi consolidati e delle competenze esistenti. La proposta EU KIDS ACT prevede, nei confronti dei fornitori che non ne rispettano le norme, procedure di esecuzione accelerate in cui la Commissione concluda le indagini entro 90 giorni.
La proposta fa seguito alla relazione e alle raccomandazioni dei copresidenti del panel speciale sulla sicurezza dei minori, Maria Melchior e Jorg M Fegert. Il panel speciale, composto da oltre 60 esperti tra cui rappresentanti delle organizzazioni della società civile, rappresentanti dei giovani, genitori, educatori, psichiatri infantili, specialisti di sanità pubblica, neurologi e specialisti di tecnologia, ha cominciato i lavori a marzo 2026 e si è riunito tre volte prima che la relazione fosse presentata a luglio 2026.
Molti esperti sottolineano una lacuna di fondo dell’EU Kids Act: la mancanza di strumenti attuativi. La proposta sarebbe priva di qualsiasi indicazione tecnica realistica su come far rispettare i divieti, come il blocco dei social sotto i 13 anni o i limiti di tempo. Molti accademici bollano queste riforme e la corsa agli sbarramenti generazionali come “proclami da campagna elettorale” volti a intercettare il consenso popolare degli adulti, senza risolvere alla radice il problema dell’educazione digitale.
Adesso spetta al Parlamento europeo e al Consiglio avviare il processo legislativo di esame e adozione. Il tempo non è una variabile da trascurare. Anni di gestazione della norma la renderebbero di fatto inefficace. Perché l’innovazione digitale corre a ritmi vertiginosi. Ben più veloce delle lungaggini procedurali dell’Unione Europea. Proprio questa lentezza pachidermica rischia di trasformare i buoni intenti di partenza in occasioni perdute.
In foto Ursula von der Leyen
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