Quanto è aumentato il costo della vita, in dati e grafici


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Tra le ragioni più concrete sia delle manifestazioni pacifiche sia delle proteste violente di questo fine settimana in diverse città italiane c’è il cosiddetto caro vita, cioè il grande aumento del livello generale dei prezzi che negli ultimi anni ha impoverito la popolazione italiana su più fronti: costa di più fare la spesa, fare benzina, fare un mutuo, prendere una casa in affitto; le bollette sono aumentate, le tasse pure, e gli stipendi sono fermi.

La rabbia e il disagio economico dietro le manifestazioni e le proteste di questi giorni originano da tutto questo, e se ne può capire meglio la portata se si va oltre la lettura diffusa delle statistiche generali, che rischia di sottostimare il problema.

Il dato tipico con cui si osserva questo fenomeno è quello dell’inflazione, cioè l’aumento del livello generale dei prezzi calcolato dall’ISTAT: a settembre è stata del 4,2 per cento. Significa in sintesi che se a settembre del 2025 per vivere servivano 100 euro, oggi ne servono 104,2. Il problema è che questo è solo l’ultimo di una serie di aumenti registrati in questi anni. Come si vede dal grafico, è dal 2021 che i prezzi aumentano in modo sostenuto, prima per la pandemia e la guerra in Ucraina, e ora a causa della crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente.

Limitarsi però a constatare che l’inflazione oggi è al 4,2 per cento nasconde il fatto che in realtà dal gennaio del 2021 a settembre il costo della vita è aumentato costantemente, accumulando rincari su rincari: se anche l’inflazione è calata rispetto ai massimi del 2022, non significa che i prezzi sono scesi ma che gli aumenti sono diventati meno intensi. Mese dopo mese, da gennaio 2021 a oggi il costo della vita è aumentato in modo cumulato del 24,1 per cento: riprendendo l’esempio di prima, se allora servivano 100 euro per vivere oggi ne servono 124,1, quasi un quarto in più.

Ma anche con questo dato si fa fatica a cogliere l’impatto concreto sulle persone. E questo perché  l’ISTAT calcola l’inflazione facendo una media di quanto sono cambiati i prezzi di un insieme di prodotti e servizi che rappresenta la spesa tipo di un consumatore in Italia: è il cosiddetto “paniere”, e contiene cose tradizionali come la spesa al supermercato o per la casa, ma anche servizi ormai entrati nelle abitudini delle persone come il costo delle piattaforme streaming o l’abbonamento a internet.

In questi ultimi anni si è visto che per alcune categorie di prodotti i rincari sono stati più alti della media, e quindi chi si trovava ad acquistarli con più frequenza aveva una percezione più accentuata rispetto a quanto poteva trasmettere il dato sull’inflazione generale.

Un esempio è dato dai prodotti da supermercato, che per diverso tempo sono rincarati di più di quanto mostrasse il dato generale sul costo della vita. Si vede dall’andamento del cosiddetto “carrello della spesa”, un indice che l’ISTAT calcola per raggruppare le variazioni di prezzo dei prodotti che tipicamente si acquistano al supermercato: cibo, detersivi e prodotti per la persona. Da gennaio 2021 a oggi fare la spesa costa il 27,1 per cento in più rispetto al 2021, 3 punti percentuali in più dell’inflazione generale.

A questo si aggiunge che anche tra i prodotti da supermercato i prezzi sono aumentati in modo molto diverso. Si va dai rincari di circa il 50 per cento dal 2021 per alcuni ortaggi, per l’olio e il caffè, a quelli che si fermano intorno al 10 per cento per i detersivi e i prodotti per la persona.

La spesa al supermercato è tra le componenti del bilancio familiare a cui le persone con un reddito basso destinano una quota più elevata delle loro entrate mensili: l’inflazione è dunque un fenomeno molto iniquo, perché in questi anni ha pesato in proporzione molto di più sul bilancio di chi già faceva fatica.

A queste spese necessarie si aggiungono per esempio il costo sempre più alto di usare un’auto, con i grandi rincari delle polizze assicurative e soprattutto dei carburanti.

La casa è l’altra voce di spesa indispensabile nella vita delle persone, e dunque il fatto che sia sempre più costoso comprarne o prenderne una in affitto mette ancora una volta più in difficoltà chi ha un reddito basso. Anche se ormai con le quotazioni attuali il mercato immobiliare è diventato meno accessibile anche per chi ha un reddito medio.

Guardando gli annunci online ci si può fare un’idea di cosa si trovi sul mercato: consultando Immobiliare.it, uno dei più popolari portali di annunci di case in affitto e in vendita, si vede che rispetto a gennaio del 2021 il prezzo medio al metro quadro degli immobili in vendita è aumentato del 15,8 per cento, da 1.914 euro al metro quadro a 2.217. Comprare casa è diventato ancora più oneroso per via dell’aumento dei tassi di interessi sui mutui, saliti da una media dell’1,27 per cento di gennaio 2021 al 3,56 di agosto 2026.

Per gli immobili in affitto le cose vanno anche peggio perché i canoni al metro quadrato sono saliti del 35,5 per cento, da 11 a 14,9 euro al metro quadro al mese.

Il costo delle case, sia in affitto che in vendita, è diventato ancora più insostenibile nelle grandi città, come Milano, Bologna e Firenze, dove i prezzi di partenza erano già elevati.

Il costo della casa in sé non è neanche l’unico problema: la crisi energetica ha fatto salire il costo delle bollette di elettricità e gas, già aumentate del 18,8 per cento dall’inizio dell’anno. Le cose vanno peggio per chi abita in case vecchie e inefficienti, dove l’isolamento rispetto all’ambiente esterno è scarso, dunque i consumi sono maggiori sia d’inverno (quando si usa il riscaldamento) che d’estate (quando si usa l’aria condizionata).

C’è poi il fatto che mentre il costo della vita è salito, gli stipendi non lo hanno fatto abbastanza da compensare i rincari. Come si vede dal grafico qui sotto, dal 2021 al primo trimestre di quest’anno sono aumentati del 12,3 per cento gli stipendi nominali, cioè quelli che si vedono in busta paga, mentre sono diminuiti del 6,1 gli stipendi reali, cioè quelli che tengono conto di quante cose si possano effettivamente fare e comprare con gli stessi stipendi nominali, dunque tenendo conto del costo della vita.

E questi dati non tengono ancora conto dei rincari che ha provocato la guerra in Medio Oriente, dunque le cose peggioreranno ancora. L’Italia è il paese europeo più indietro nel recupero del potere d’acquisto dovuto all’inflazione, visto che gli stipendi sono bassi e stagnanti da decenni.

L’aumento dei redditi nominali che si vede nel grafico ha poi innescato un effetto perverso: sulla carta le persone hanno cominciato a guadagnare di più e dunque di conseguenza hanno pagato più tasse. In un sistema a scaglioni come quello italiano significa talvolta sforare le soglie entro cui si ha diritto a detrazioni e deduzioni fiscali, con la conseguenza che il fisco tratta i contribuenti come se il loro tenore di vita fosse aumentato, anche se questo è avvenuto solo sulla carta. Nel 2025 la pressione fiscale è tornata ai massimi da dieci anni.

A questo si aggiunge che in gran parte dei casi gli sgravi fiscali e i sussidi vengono ancora calcolati con criteri e importi che non vengono aggiornati da anni. Un esempio può aiutare a comprendere: come fa notare un’analisi del Sole 24 Ore, la detrazione del 19 per cento che si può ottenere per gli affitti degli studenti fuori sede ha un massimale di 2.633 euro, calcolato nel 2007 e mai aggiornato. Nel frattempo però i canoni d’affitto delle stanze sono saliti parecchio.

Il governo di Giorgia Meloni ha corretto solo in parte questo effetto, che in gergo economico si chiama drenaggio fiscale, perché ha ridotto le imposte dovute solo per alcune fasce di reddito, ma ha lasciato le soglie degli scaglioni inalterate: ha dunque compensato gli aumenti delle tasse fino al 2025, ma da quest’anno il problema si riproporrà.


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