“Non sono nemmeno così sicuro di aver trovato il mio posto”


Vendere case agli altri e non averne ancora acquistata una per sé. C’è un paradosso nella vita di Blasco Pulieri, protagonista di Casa a prima vista, il programma di Real Time che ha trasformato gli agenti immobiliari in personaggi familiari al grande pubblico. Dopo quasi vent’anni trascorsi nel settore, Blasco Pulieri vive ancora in affitto. Non perché non abbia mai desiderato una casa, ma perché per molto tempo ha attribuito alla proprietà un’importanza diversa. Poi sono arrivate sua moglie Evita e la figlia Viola, e qualcosa è cambiato. Oggi sta cercando un’abitazione da acquistare, pur riconoscendo quanto sia diventato difficile trovare casa a Roma, anche disponendo di cifre considerevoli. Nell’intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Blasco Pulieri racconta il successo di Casa a prima vista, le difficoltà del mercato immobiliare e il lato meno conosciuto di una professione nella quale, dietro una compravendita, possono nascondersi storie di debiti, lutti e necessità. Ma il suo percorso attraversa anche mondi apparentemente lontani: il giornalismo, il teatro, la televisione e una passione per il cinema ereditata dal padre, che lavorava nel settore dei diritti cinematografici. C’è poi un luogo che Blasco Pulieri continua a riconoscere come casa, indipendentemente da dove viva: Pantelleria. L’isola delle estati interminabili, dei ricordi d’infanzia e della passione per la vela. Un legame che racconta molto del suo carattere, insieme alla convinzione di aver seguito spesso le proprie passioni con più incoscienza che coraggio. E, nonostante il successo televisivo, Blasco Pulieri ammette di non essere ancora del tutto sicuro di aver trovato il proprio posto nel mondo.


Come sta, Blasco?

“Bene, grazie. Sono sempre in giro, ma sto molto bene. Casa a prima vista ha portato tanti impegni. Prima ero soltanto un agente immobiliare, oggi al nostro lavoro si aggiungono la televisione, i social, le sponsorizzazioni e gli eventi. Siamo continuamente in movimento. Poi c’è anche la vita privata, con mia moglie e mia figlia. Bisogna riuscire a conciliare tutto”.

Con il ritorno di Casa a prima vista, è cambiato il suo modo di vivere il programma da quando ha capito che il pubblico non seguiva soltanto le vicende immobiliari, ma si era affezionato anche a voi?

“Credo che funzioniamo come personaggi proprio perché siamo autentici. Quelli che vedete in televisione siamo noi, anche nella vita di tutti i giorni. Devo dire che il casting ha fatto un ottimo lavoro. Fortunatamente non abbiamo cambiato il nostro approccio né alla professione né alle telecamere. Sul set si è creato un rapporto quasi familiare. Ci conosciamo, ci vogliamo bene e condividiamo più o meno lo stesso senso dell’umorismo. Ci prendiamo continuamente in giro, senza che nessuno si offenda. Questa spontaneità, per fortuna, è rimasta intatta”.

Il successo televisivo è arrivato inaspettatamente, proprio quando aveva smesso di cercarlo?

“Mi fa sorridere, perché è successo tutto per caso. Dopo circa quindici anni si sono ricongiunti due aspetti della mia vita: la professione di agente immobiliare, che esercitavo ormai da quasi vent’anni, e la passione che ho sempre avuto per il cinema e la televisione. Alla fine sono tornato sul piccolo schermo proprio grazie al mio lavoro. Sono diventato un personaggio televisivo per la mia esperienza nel settore immobiliare, non per meriti artistici. Ed è proprio questo il lato curioso della vicenda”.

Ha cambiato spesso lavoro. È stato coraggio di reinventarsi o difficoltà nel trovare il proprio posto?

“La seconda che ha detto. E non sono nemmeno così sicuro di averlo trovato! Per carattere, forse anche per un tratto ereditato da mio padre, sono sempre stato uno che, davanti alla possibilità di tentare una nuova strada, ci provava. A volte ho avuto più incoscienza che coraggio. Mi sono lasciato guidare dall’istinto, dall’entusiasmo per una professione. In certi casi, quindi, credo sia più corretto parlare di incoscienza. Tutto sommato, però, mi sta andando bene”.

Ha mai considerato una delusione una delle strade professionali che ha abbandonato?

“Partirei da un presupposto diverso: non ho mai cambiato lavoro perché considerassi un fallimento quello precedente. È sempre avvenuto tutto in maniera naturale, quasi fosse un’evoluzione. Se oggi sono quello che sono, dal punto di vista caratteriale ed emotivo, lo devo proprio alle esperienze che ho vissuto. Ho incontrato tantissime persone, appartenenti a classi sociali e ambienti differenti, con personalità molto diverse. Questo mi ha insegnato ad adattarmi a situazioni anche lontanissime tra loro. Ho partecipato a regate in barca a vela, fatto teatro, lavorato in un’agenzia di stampa e nel comitato elettorale di Veltroni. Ho frequentato corsi di recitazione, portato spettacoli sul palcoscenico, avuto esperienze televisive e studiato all’università. Ho conosciuto ambienti e persone molto diversi, e ciascuna esperienza mi ha lasciato qualcosa. Non considero nessuna di queste scelte un fallimento o un tentativo di ricominciare da capo. Se devo pensare a una delusione, forse è non essere ancora arrivato sul grande schermo. Il cinema mi manca. Ma c’è sempre tempo, prima o poi”.

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Prima ha citato suo padre. Spesso, da giovani, cerchiamo di prendere le distanze dai nostri genitori, mentre con il tempo iniziamo a riconoscerci in loro. Lei in quale fase si trova?

“Durante la crescita arriva un momento in cui ogni figlio, mi passi l’espressione, debba simbolicamente uccidere i propri genitori per andare avanti. Ricordo bene quando ho deciso di liberarmi dai sensi di colpa nei confronti della mia famiglia. Spesso noi figli ce li portiamo dietro perché non siamo riusciti a realizzare quello che i nostri genitori desideravano per noi. Con il tempo, però, ho riconosciuto molte affinità sia con mio padre sia con mia madre”.

In particolare, che cosa ha ereditato da suo padre?

“Soprattutto la parte più incosciente del mio carattere, quella di cui parlavo prima. Condividiamo anche la passione per il cinema e la televisione e abbiamo un temperamento simile. Mio padre dice sempre che, mentre per mia madre e mio fratello due più due deve necessariamente fare quattro, per noi può dare qualsiasi risultato, purché alla fine vada tutto bene e siamo tutti felici. È questa, più o meno, la grande differenza tra noi e loro”.

E che cosa riconosce di sua madre nel proprio carattere?

“Con mia madre condivido una certa rigidità caratteriale. Anche mia moglie, che è veneta, ha molte affinità con lei e sostiene di avere lo stesso tratto. Mio padre, invece, è del 1936, appartiene a un’altra generazione, quasi ottocentesca. Da quando sono diventato genitore, mi accorgo che a volte anch’io tendo a essere rigido. Vorrei che mia figlia seguisse sempre le mie indicazioni e qualche volta mi intestardisco. Insomma, riconosco in me caratteristiche di entrambi. Oggi mi sento in una fase di riconciliazione con i miei genitori. Dopo averli simbolicamente ‘uccisi’ una decina di anni fa, ho ritrovato un rapporto più sereno con loro. Non li colpevolizzo più. Come in tutte le famiglie, ci sarebbero motivi per lamentarsi, ma non posso dire di averne di particolari”.

Quando era bambino, che ambiente si respirava nella famiglia Pulieri?

“Mio padre lavorava nel cinema. Non era un regista né uno sceneggiatore, ma è sempre stato un uomo geniale, con una forte vena artistica. Ancora oggi scrive libri e poesie. Paradossalmente, quella che aveva studiato per lavorare nel settore era mia madre, laureata in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Eppure non ha mai voluto intraprendere una carriera artistica. Faceva la hostess, era soddisfatta del proprio lavoro, dello stipendio e della stabilità che le garantiva. Aveva scelto quel percorso universitario semplicemente perché amava studiare. Quando eravamo piccoli, io e mio fratello crescevamo tra discorsi sul diritto d’autore e videocassette. Mio padre, laureato in Giurisprudenza, fu tra i primi a Roma a interessarsi ai diritti cinematografici legati all’home video. All’epoca si producevano moltissimi film, finanziati non soltanto dai grandi produttori, ma anche da imprenditori che decidevano di investire nel cinema per i motivi più disparati. A un certo punto, dall’America iniziarono ad arrivare contratti che comprendevano anche i diritti per l’home video, una formula praticamente sconosciuta nel mercato italiano. Mio padre cominciò a studiarla e, per alcune pellicole di cui curava l’intermediazione e la vendita, si fece pagare proprio attraverso quei diritti. Così, quando arrivarono i videoregistratori in Italia, si ritrovò a detenere i diritti di moltissimi film”.

Quindi il cinema faceva parte della sua quotidianità fin dall’infanzia?

“Da bambino trascorrevo tantissimo tempo con mio padre negli uffici della SIAE, dove seguiva le questioni relative alle catene dei diritti e al Pubblico Registro Cinematografico. Credo che lì conservino ancora fotografie mie e di mio fratello da piccoli, insieme a papà. Frequentavamo spesso anche gli uffici delle società di produzione e distribuzione. Poi mio padre, grande appassionato di cinema, si innamorò anche dei cavalli. Comprò un terreno e iniziò ad allevare cavalli da corsa. Arrivammo ad averne un centinaio, forse persino di più. Era il classico avvocato che passava dal cinema alle corse dei cavalli, quasi come in Febbre da cavallo. Nel frattempo continuava a lavorare come consulente per alcune società cinematografiche. Insomma, siamo cresciuti immersi in quel mondo”.

Nietzsche scriveva che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Qual era il suo caos quando ha deciso di dedicarsi alla recitazione?

“Non avevo ancora trovato una strada precisa. Mi lasciavo guidare dalle farfalle nello stomaco, più che dalla ragione. Ero impulsivo, desideroso di sperimentare, anche quando forse non era il momento giusto. Avevo circa ventisette o ventotto anni e non ero ancora economicamente indipendente. Considerando anche il periodo storico, probabilmente sarebbe stato più saggio fare altre scelte. Sapevo di voler lavorare nella comunicazione, ma c’era anche una componente di egocentrismo. Avrei dovuto restare nell’agenzia di stampa, provare a fare carriera e vedere dove sarei arrivato. Invece mandai tutto all’aria dopo aver trascorso appena due giorni su un set, perché me ne ero innamorato”.

Come reagirono i suoi genitori a quella decisione?

“Anche in quell’occasione emerse la differenza tra loro. Mia madre, più razionale, mi disse che potevo andare, perché ormai mi ero laureato e avevo fatto tutto quello che mi aveva chiesto. Mio padre, invece, era entusiasta: ‘Fantastico, vai!’. Lui è fatto così. Alla fine, comunque, qualche soddisfazione sono riuscito a togliermela”.

Dietro quella scelta non c’era anche un desiderio di libertà, una forma di ribellione?

“Il desiderio di seguire la mia inclinazione artistica sicuramente c’era. Fa parte del romanticismo di una scelta del genere. Ma più che di ribellione parlerei di egocentrismo e del piacere che provavo facendo teatro. Quando studi recitazione, trascorri tantissimo tempo con i compagni di corso e della compagnia, fino a diventare quasi una famiglia. Alcune lezioni assomigliano a sedute di terapia di gruppo. È un’esperienza bellissima, perché permette di entrare in contatto con emozioni profonde. In realtà, a teatro ho fatto pochissimo, davvero delle piccole parti. Ricordo però con grande piacere le prove, l’analisi del testo e tutto il lavoro di preparazione che precede uno spettacolo. Ripensandoci, forse è proprio quella la parte più affascinante”.

Eppure il suo obiettivo era il cinema, non il teatro. Che cosa la attirava tanto del grande schermo?

“Credo ci fosse anche una componente narcisistica. Più che il romanticismo, forse mi attirava una forma di immortalità. Volevo fare cinema perché pensavo che a teatro Amleto potessero interpretarlo tutti, mentre Rambo è uno solo. Se riesci a dare vita a un personaggio cinematografico destinato a rimanere nella storia, quel ruolo ti regala una sorta di immortalità. Indiana Jones è uno solo, non possono essercene altri. Amleto, invece, può essere interpretato da chiunque. Adesso immagino che Ronconi si stia rivoltando nella tomba!”.

Torniamo al suo lavoro di oggi. Ha sottolineato spesso quanto sia importante l’empatia per un agente immobiliare. C’è stato un incontro che le ha fatto comprendere fino in fondo il valore di questa qualità?

“Negli ultimi tempi ho incontrato diverse situazioni che mi hanno fatto riflettere. Spesso immaginiamo la compravendita immobiliare come un momento felice: una giovane coppia che cerca casa, una famiglia che desidera trasferirsi. Ma non è sempre così. Attualmente, per esempio, sto seguendo una signora costretta a vendere la propria abitazione a causa di debiti con l’Agenzia delle Entrate e di altri problemi rimasti irrisolti dopo la morte del marito. Quando parlo di empatia, mi riferisco proprio a situazioni del genere. Incontri persone che non vendono per scelta, ma per necessità. Senza la capacità di comprendere quello che stanno attraversando, diventa difficile accompagnarle in un momento tanto delicato”.

È un approccio che ha sempre cercato di trasmettere anche ai colleghi più giovani?

“Sì. Quello dell’agente immobiliare è un mestiere che può garantire guadagni molto elevati, a seconda del numero e del valore degli immobili venduti. Ma quando mi occupavo della formazione dei nuovi collaboratori, la prima raccomandazione era sempre la stessa: ‘Non pensate mai ai soldi’. Se parti esclusivamente dal guadagno, perdi di vista il vero centro dell’operazione, che non è nemmeno l’immobile, ma il percorso delle persone coinvolte. Il nostro compito è accompagnare chi compra e chi vende fino alla conclusione della trattativa. Naturalmente è legittimo pensare al compenso, così come è indispensabile verificare che la proprietà sia in regola e rispetti tutte le normative. Ma concentrarsi soltanto sugli aspetti economici e tecnici significa trascurare la dimensione umana, che per me resta fondamentale”.

Il mercato immobiliare sta attraversando una fase caratterizzata da prezzi sempre più elevati. Quali conseguenze vede per chi cerca casa?

“Se ragionassimo soltanto dal punto di vista economico, noi agenti immobiliari dovremmo essere felicissimi: i valori aumentano e gli immobili costano sempre di più. Ma, a pensarci bene, è una situazione piuttosto drammatica. Ci sono persone che incontrano enormi difficoltà nel trovare un’abitazione. Sono nato e cresciuto a Roma, a Corso Trieste, mentre oggi vivo alla Camilluccia. Se volessi acquistare una casa nel quartiere della mia infanzia, pur provenendo da quel contesto sociale, avrei delle difficoltà. Molti proprietari di quella zona hanno ereditato l’immobile dai nonni oppure hanno potuto contare sull’aiuto economico dei genitori. Sono dinamiche che finiscono per escludere tante persone, spingendole sempre più lontano dal centro”.

Questa situazione riguarda anche i giovani e gli studenti universitari?

“Ricevo continuamente richieste da genitori che cercano un alloggio per i figli iscritti alla Luiss o ad altre università. Trovare un appartamento in affitto in determinate zone è diventato difficilissimo. Conosco persone che cercano di acquistare casa da oltre due anni, pur avendo a disposizione un budget di 400 mila euro. Si potrebbe pensare che con una cifra del genere sia possibile comprare un bilocale a Roma Nord, e invece non riescono a trovarlo. Tutto questo genera problemi enormi, anche sul piano emotivo. La questione abitativa porta con sé tensioni, preoccupazioni e sacrifici. Se non riesci a entrare in sintonia con chi affronta queste difficoltà, credo che tu non sia davvero adatto a svolgere questa professione”.

Lei, invece, vive ancora in affitto?

“Sì, ma adesso sto cercando casa e sono in trattativa per un acquisto. Per molto tempo non mi è mai interessato comprare l’abitazione principale. Sono uno che acquisterebbe soltanto seconde case! Mi piacerebbe averne una al mare, una in campagna, una in montagna, magari persino ai Caraibi. Fortunatamente qualche seconda casa ce l’abbiamo. Dopo la nascita di mia figlia, però, la mia prospettiva è cambiata. Ho cominciato a pensare che, anche se per me possedere la casa in cui vivo non è mai stata una priorità, per mia moglie e mia figlia potrebbe essere importante. Ho iniziato a desiderare una maggiore stabilità per loro. È per questo che stiamo valutando un acquisto”.

Da agente immobiliare, come vive il paradosso di non potersi permettere la casa in cui abitava?

“È proprio questo l’aspetto significativo: con la cifra che pagavo di affitto non avrei potuto permettermi di acquistare la stessa abitazione. E credo che questo faccia capire meglio di tanti discorsi quanto siano diventati alti i prezzi delle case”.

Al di là della proprietà di un immobile, che cosa significa per lei sentirsi a casa?

“Adesso che mia moglie non è qui accanto posso dirlo tranquillamente! Da quando sto con Evita e sono diventato padre di Viola, il mio modo di sentirmi a casa è cambiato. In questo assomiglio molto a mio padre: appena posso, torno dalla mia famiglia. Chi lavora con me lo sa bene. Quando viaggio per impegni legati ai social, alla comunicazione o agli eventi, cerco sempre di organizzarmi per rientrare, anche a notte fonda. Meno dormo fuori, meglio sto. Mi piace pranzare a casa, seduto a tavola con Evita e Viola. A volte, anche quando giriamo dall’altra parte di Roma, se abbiamo un paio d’ore di pausa cerco di rientrare, mangiare con mia moglie, fare due chiacchiere e poi ripartire. Per me il senso di casa è tutto qui. Se invece parliamo di un luogo preciso, quello che considero davvero casa mia è l’abitazione di famiglia a Pantelleria. È il posto a cui sono legati i ricordi più belli della mia vita”.

Che cosa rappresenta Pantelleria per lei?

“Da bambini trascorrevamo sull’isola periodi lunghissimi. Credo di non aver mai concluso un anno scolastico né di averne cominciato uno nei tempi previsti! Mio padre ci portava a Pantelleria a metà o fine maggio e tornavamo a Roma soltanto a settembre inoltrato. Praticamente trasferivamo tutta la famiglia per tre o quattro mesi all’anno. Negli anni Ottanta l’isola era molto diversa da oggi. Gran parte delle strade era ancora sterrata e si utilizzavano i generatori elettrici. Sembrava un altro mondo. Per me, però, resta il luogo dei ricordi più importanti. Se volete trovarmi in vacanza, sapete dove cercarmi. Ormai lì mi conoscono tutti!”.

Una domanda per scherzare: da quale dei suoi colleghi di Casa a prima vista non comprerebbe mai un immobile?

“Direi da uno dei tre di Milano, semplicemente perché non comprerei mai casa lì! Gianluca e Mariana, poi, propongono spesso immobili da fantamilionari, decisamente fuori dalla mia portata. Le case di Ida sono carine, ma il problema rimane: non comprerei a Milano. Mi attirano molto di più le abitazioni della Toscana. Come le dicevo, amo le seconde case. Mi piacerebbe acquistare un appartamento nel centro storico di un borgo medievale dell’Alto Lazio o della Toscana. Oggi, per esempio, ero a Rieti e sono rimasto colpito dalla bellezza del suo centro storico. Ne parlavo anche con un ristoratore durante il pranzo. È un luogo che sembra quasi abbandonato, perché si incontra poca gente, ma è splendido, con le mura tutt’intorno, un po’ come Avignone. Trovo meravigliosi anche i borghi medievali dell’Alto Lazio, verso l’Umbria. Sogno una casa in uno di quei paesi, con qualche elemento in legno, una ristrutturazione minima, i mobili della nonna e magari qualche dettaglio moderno. Un’abitazione del genere la comprerei subito”.

Per il suo animo ‘antico’?

“Le mie passioni parlano da sole! Corrado e Nadia mi prendono in giro anche per questo, ma non si tratta semplicemente di amare l’antico. Preferisco il legno al metallo perché nel legno riconosco una storia. Mi affascina l’idea che un oggetto abbia già attraversato il tempo. Lo stesso vale per le abitazioni. In una costruzione antica, magari all’interno di un borgo medievale, percepisco qualcosa che una palazzina nuova, per quanto bella, non riesce a trasmettermi. Comprendo perfettamente chi preferisce vivere in una casa moderna, ma personalmente amo recuperare quello che esiste già”.

È per questo che guarda con diffidenza alle trasformazioni delle città?

“Penso, per esempio, a Palermo, dove con il cosiddetto Sacco è stata distrutta una parte importante della città. Basta confrontare la bellezza del centro storico con i palazzoni costruiti negli anni Settanta. Ho alcune amiche che vivono in edifici storici palermitani, credo risalenti al Seicento, che sono straordinari. Quando parlo della mia anima antica, intendo proprio questo: mi piace riconoscere una storia nei luoghi e negli oggetti”.

Se il Blasco di qualche anno fa incontrasse quello di oggi, che cosa lo sorprenderebbe maggiormente?

“Probabilmente scoprire di avere una moglie e una figlia. Se non avessi incontrato Evita, non so se avrei fatto determinate scelte. Non perché fossi uno scapestrato, anzi, ho avuto anche relazioni durate molti anni. Semplicemente, costruire una famiglia non rientrava nei miei progetti. Stavo bene così, ero tranquillo e sereno. Credo quindi che la mia vita attuale mi sorprenderebbe parecchio. E poi rimarrei stupito dal fatto di non andare più in barca a vela. Ho dedicato tantissimo tempo a questa passione, uscivo spesso in mare, mentre oggi non lo faccio quasi più. Ma sono fasi della vita. Sicuramente mi sorprenderebbe anche non possedere ancora una barca a vela tutta mia!”.

Quale vento, allora, la spinge avanti nella vita?

“C’è una frase che ho letto spesso, ma preferisco non attribuirla a nessuno perché potrei sbagliarmi: non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Considerando il mio legame con Pantelleria, direi che il vento che mi rappresenta è lo scirocco. È caldo, avvolgente, ma quando soffia ininterrottamente, dopo un po’ ti rincoglionisce! Mi sembra una descrizione abbastanza fedele del mio carattere e del mio stato d’animo. Non mi riconosco in una maestralata che sferza e distrugge tutto. Sono più un vento caldo, capace di avvolgerti e, alla lunga, anche di dare alla testa”.

Si dice anche che lo scirocco possa far impazzire le persone…

“Lo so, lo so! E la direzione potrebbe essere proprio quella! Mia nonna ripeteva sempre a mia madre che i Pulieri, prima o poi, impazzivano tutti. Mio padre e mia zia, bene o male, sembrano già sulla buona strada. Da degno erede della famiglia, probabilmente a un certo punto impazzirò anch’io! (ride, ndr)”.

Ma questa follia potrebbe avere anche un lato positivo, non crede?

“Il problema, in fondo, è per gli altri! Quando sei pazzo, magari non ti rendi conto di nulla e continui a vivere tranquillamente. Sono le persone che ti stanno intorno a doverne affrontare le conseguenze. Comunque, nel mio caso, credo che sarà una follia divertente, una di quelle simpatiche!”.

Potrebbe sempre vendere case nei panni di Blush, la drag queen che ha portato in scena una volta.

“Può darsi! Sarebbe molto divertente anche quello. Adesso ci penso!”.



Blasco Pulieri

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