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| La casa che vorresti di chi è? |
un dettaglio da «L’impero della luce», René Magritte, 1953-54
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di
irene soave
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Vivo, a Milano, in un quartiere punteggiato di ville di campagna. Un tempo erano di campagna, cioè: oggi, come Marcovaldo, e come molti di noi, sono diventate di città. Circondate da prosaici palazzi anni Sessanta; dal traffico; da un verde urbano sempre più smilzo e meno curato. Ma pur sempre ville. Alcune hanno davanti il cartello marrone che le indica come beni culturali. Tra il mio appartamento e la tangenziale c’è un piccolo giardino pubblico, e dal piccolo giardino pubblico si vede il cortile interno di una di queste ville, orlato di fastosi glicini e a ferro di cavallo, su due piani, di case di ringhiera. I muri sono giallo oro. Una porticina dopo l’altra, ci sono qui una decina di appartamenti.
Non troppo tempo fa, questi appartamenti affacciati su questo cortile splendido sono stati messi in vendita tutti insieme. Si erano liberati improvvisamente. Come? Ci vivevano degli anziani e degli invalidi con affitti concordati dal Comune. Poi la cooperativa che gestiva queste case è fallita, e il Comune non ne ha rinnovato la concessione ma ha semplicemente messo l’edificio sul mercato. La villa gialla e il suo splendido cortile sono stati comprati da una grande agenzia immobiliare, che ne ha fatto dieci appartamenti da mezzo milione ciascuno senza neppure ristrutturarli. I vecchini e gli invalidi che fine hanno fatto? Non si sa.
Quando si è aperta la vendita sono andata a visitare una di queste case e ho chiesto all’agente immobiliare che me le mostrava: che fine hanno fatto i vecchini e gli invalidi? La signora non ha cambiato espressione e ha detto, molto tranquilla: si saranno arrangiati, ci hanno messo mesi a lasciare queste case, fin troppo! Pensi che per molti anni hanno vissuto in case così belle pagando una miseria. Era quello, che non era giusto. Nei bagni c’erano ancora le maniglie di sicurezza, un montacarichi per una carrozzina. La signora dell’agenzia immobiliare ha detto senza farci caso una cosa che in quest’epoca sembrano pensare in tanti: e cioè che una persona povera o debole non ha diritti e figurarsi se ha quello più ambito di tutti, cioè vivere in una casa, e pure bella. Coi glicini e le mura giallo oro. Così, solo perché è membro di una società. Figuriamoci.
A distanza di qualche tempo, penso alla villa giallo oro dietro casa mia e ai suoi ex occupanti ogni volta che sento storie di sfratti di persone deboli o in difficoltà. Quella madrilena di Maricarmen Abascal, che in Spagna ha dato luogo a grandi proteste e al governo Sanchez la spallata finale. Ma anche storie più quotidiane e di minore impatto. Ancora a Milano, in questi giorni, si parla molto di un grande condominio in viale Molise, zona di gentrificazione spedita. La proprietà lo ha venduto con 32 famiglie in affitto dentro, che a oggi pagano tra i 1.000 e i 1.800 euro al mese. Il fondo che lo ha comprato sta mettendo in vendita tutti gli appartamenti a 6.500 euro al metro quadrato, un prezzo in linea con la forte ascesa del quartiere ma inaccessibile per i residenti. Che devono fare? Andarsene. Storia solita che si ripete, non sono i primi e non saranno gli ultimi.
Alla domanda se la casa sia un diritto o no, e alle risposte che danno le varie città europee, è dedicata una delle più recenti puntata del podcast settimanale di Esteri del Corriere, Mappe (lo trovate qui, gratis). La Big Bubble di questa settimana è dedicata a una di queste storie: gli espropri che forse sono in vista a Berlino.
P.S. Una piccola vendetta del destino. Ogni tanto guardo gli annunci immobiliari della mia zona. C’è quasi sempre in vendita almeno uno degli appartamenti della villa gialla, rimesso sul mercato da qualcuno che lo aveva comprato a suo tempo, nemmeno quattro anni fa. Immagino si siano rivelati un po’ umidi, o rumorosi (danno sulla strada, e la vita nelle case di ringhiera comporta prossimità). Non è tutto oro quel che luccica.
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| Se i grandi fondi perdono 150 mila immobili a Berlino |
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La sindaca di Berlino Elif Eralp, candidata con la sinistra-sinistra della Linke, ha vinto le elezioni del 21 settembre. In campagna elettorale aveva largamente usato la parola Enteignung, «esproprio», come soluzione alla carenza di appartamenti in città. A Berlino, stima il Senato locale, la domanda eccede l’offerta di 100 mila unità abitative. E gli affitti sono alle stelle. Elif Eralp aveva promesso una legge locale sulla socializzazione di decine di migliaia di appartamenti in città, togliendoli ai grandi proprietari immobiliari, entro il primo anno di mandato. Ora si prepara ad amministrare Berlino, che oltre che una città è anche un Land – uno Stato, nell’ordinamento federale tedesco – e dopo appena un mese ha iniziato i colloqui con gli alleati Socialdemocratici e Verdi proprio in questa direzione. I tre partiti, che si sono accordati il 17 ottobre per amministrare insieme, discuteranno di nazionalizzare circa 140 mila appartamenti, basandosi su una clausola della Costituzione finora mai applicata.
Una risposta estrema all’emergenza casa, che negli ultimi anni ha visto a Berlino aumenti vertiginosi degli affitti, decine di migliaia di sfratti e un’offerta sempre più piccola di appartamenti a equo canone, conseguenza di un boom edilizio quasi del tutto orientato agli edifici di lusso.
Migliaia di appartamenti in città sono di proprietà di grandi fondi immobiliari. Il principale è Vonovia, il più grande proprietario d’immobili d’Europa. Altre proprietà sono Deutsche Wohnen, Ado Properties, Akelius, Grand City Property. Il piano imporrebbe alle società immobiliari che possiedono più di 10.000 appartamenti a Berlino di trasferire al settore pubblico le unità che eccedono questa soglia.
Secondo i calcoli del Financial Times, la proposta – che prevedrebbe un indennizzo ben al di sotto dei valori di mercato – potrebbe comportare perdite superiori a 11 miliardi di euro per queste società, rispetto ai valori a cui gli immobili sono iscritti nei loro bilanci.
La misura interesserebbe oltre 144 mila abitazioni. I partiti ipotizzano un esborso massimo di 16 miliardi di euro, il che si tradurrebbe in un indennizzo medio di poco più di 100 mila euro per appartamento, a fronte di un valore medio di 170 mila. L’iter legislativo dovrebbe concludersi entro il 2028.
L’idea degli espropri viene da lontano. Ad aprile 2019 un gruppo di cittadini aveva avviato una raccolta firme per costringere ogni società immobiliare che possedesse più di 3 mila appartamenti in città a vendere al pubblico l’eccedenza. A settembre 2021 quella raccolta firme era diventata un referendum d’iniziativa popolare: il 59,1% dei berlinesi si dichiarò a favore di un’iniziativa simile. Non è mai diventata legge; ma ha fatto parte da subito del programma elettorale della Linke, che alle elezioni di quest’autunno ha stravinto. Con un compromesso che rende la proposta di legge meno radicale: le grandi società immobiliari devono cedere gli immobili che possiedono sopra la cifra di 10 mila, e non di 3 mila.
Il cancelliere Friedrich Merz si è già schierato contro, sostenendo che l’intervento metterebbe a rischio la fiducia degli investitori. E l’articolo 15 della Costituzione, su cui si basa la possibilità teorica degli espropri, non è stato mai applicato in questo senso. Giuristi e osservatori interpellati dalla stampa in questi giorni, però, reputano non improbabile che la mossa riesca. Inoltre ci sono dubbi dal punto di vista economico: gli espropri, in sé, non comportano l’immediata disponibilità di nuove case; e gli indennizzi al settore privato, più le lunghe spese legali per i prevedibili ricorsi, sono esborsi grandi anche per il Comune di Berlino. Ma il raggiungimento dell’accordo tra i tre partiti di sinistra per governare insieme, firmato il 17 ottobre, è un altro passo nella direzione di questo provvedimento, ben più che simbolico.
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| Dire fare baciare lettera testamento! |
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Dire fare baciare lettera testamento! Solito zibaldoncino ispirato al gioco omonimo un po’ retrò. 📣 Dire 📣 sono cose da leggere, a volte per approfondire il tema della newsletter a volte no. ✨ Fare ✨ è almeno un buon articolo di istruzioni – galateo, ricette, how to ❤️ Baciare ❤️ è un piacere, una mostra vista, un libro letto, un album uscito da poco; 💌 Lettera 💌 è qualcosa che mi avete scritto voi; ✒️Testamento ✒️un pezzetto dall’archivio del Corriere, miniera d’oro accessibile a noi della redazione, ma anche agli abbonati, scelto sfogliando il giornale dello stesso giorno di questo Big Bubble, ma 30, 40, 50 o 100 anni prima.
📣 Un pezzo molto letto sui social – almeno, sui social dei miei contatti – è questa variante su un classico tema. Una fidanzata legge messaggi che non doveva vedere sul laptop del suo fidanzato, con cui sta da cinque mesi. Nei messaggi lui snocciola tutte le sue perplessità su di lei: è troppo magra, ha una storia di disturbi alimentari, ha i capelli stopposi (?), non mi rende fiero di stare con lei. Solo che i messaggi sono una conversazione con ChatGpt (che gli consiglia di mollarla). Che rilievo dare a informazioni di questo tipo, carpite leggendo i messaggi del partner… a un bot? 📣
📣 Qualcuno non ci parla più, un innamorato ci ghosta, un’amicizia si raffredda. Senza spiegazioni. Allora diciamo: che vigliacco, poteva dirmi perché. Questo articolo pone una domanda: davvero poteva? O siamo permalosi, sordi, non in ascolto? Siamo persone con cui ci si può permettere di essere onesti, o in fondo è meglio il ghosting? 📣
✨ Grazie. Mi manchi. Mi dispiace. Ti amo. Addio. Sono le cinque lettere che ognuno di noi ha dentro, pronte per essere scritte a persone precise della nostra vita, non per forza del nostro passato. Come si scrivono? C’è un libro intero (in inglese) che lo spiega, e per chi non può leggersi tutto il libro c’è questo tutorial del New York Times. La parte più difficile: iniziare con chiarezza. Però è essenziale. ✨
❤️ Lezioni di amicizia per introversi: Il dilemma del riccio, libretto di Toon Tellegen illustrato deliziosamente, è una favola filosofica tenera e mai trita, appena pubblicata (Adelphi). Lettura consigliata a: tutti. Arriva il freddo e la tentazione di non vedere i nostri cari per stare a casa è sempre più forte. Poi non lamentiamoci della depressione stagionale ❤️.
💌L’ultima puntata di Big Bubble era una lamentela sulla pessima qualità dei contenuti raccomandati dei social. Ricevo e pubblico due lamentele sulla lamentela. Sono d’accordo con entrambe (ma no, non cancellerò il mio account).
💌«Cara Irene, mi sembra che tu non colga un punto. Il vero danno alla nostra intelligenza, sui social, non ci viene dai video che mostrano punti neri schiacciati o ricette vegane. Ma da quelli dei divulgatori. Gente che ci spiega Gaza in tre minuti, la legge di bilancio in cinque, la fisica quantistica in dieci cards. È quando guardo loro che sento di perdere punti di Q.I.. Lascia stare i miei video di punti neri». (G. S., Bologna). 💌
💌 «Stavolta non hai chiesto il nostro parere, ma mi arrogo questo diritto da sola. Immagino che, come mio padre non voglia sentirsi dire che deve smettere di fumare, tu non voglia sentirti dire che potresti molto semplicemente disinstallare l’app di Instagram. Preferisco evitare di argomentare la cosa, proprio perché non è richiesto, ma ti faccio solo una domanda: Ma è un’app che davvero ti serve?» (Erica A.) 💌
✒️ Osservatorio carovita. Dal Corriere del 25 ottobre 1976, prima pagina, apertura: l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti ammonisce gli italiani a «rinunciare al superfluo, pagare le tasse e lavorare di più». Lo scopo è «contribuire tutti al risanamento dell’economia, anche con piccoli atti di risparmio», soprattutto «sui consumi di carne e petrolio, che vanno ridotti». Andreotti concede che «la classe politica può di tanto in tanto aver fatto errori» e anche che dopo «secoli di sacrifici» è normale che gli italiani vogliano consumare carne e petrolio come il resto d’Europa. Ma «se non si lavora anche quanto lavorano gli altri Paesi d’Europa, il livello europeo non si generalizza». Una verità amara. Compito per casa: chi di noi, oggi, in piena crisi carovita, voterebbe un leader politico che pronuncia discorsi così? (sì, lo so, non votiamo il primo ministro. Non ancora). ✒️
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