Gli Stati Uniti sono il Paese al vertice della distribuzione mondiale di AI, ma anche l’Europa comincia a farsi spazio nel Mercato. Nella sola parte occidentale il valore superava i 9 miliardi di dollari nel 2023 e le stime prospettano gli oltre 14,4 miliardi entro il 2029. Con un Cagr dell’8,14% (fonte: Mimit).
E l’Italia? Per il momento sul nostro territorio si contano 146 data center, con investimenti nel comparto di 7 miliardi nel triennio 2023-2025. Ne erano previsti in realtà molti di più, almeno 10,5 (il dato è dell’Osservatorio Data Center Polimi). Ma a complicare la questione sono i tempi di realizzazione dei progetti e i complessi iter delle autorizzazioni.
Le nuove strutture in arrivo e il problema normativo
Per il triennio 2026–2028 sono ad esempio stati ultimati ulteriori 83 progetti. Di mezzo c’è il coinvolgimento di trenta aziende, per un valore potenziale di 25,4 miliardi di euro. È quanto trapela dall’ultima edizione dell’Osservatorio Data Center della School of management del Politecnico di Milano, che però non specifica i dettagli delle operazioni.
«L’Italia è al centro di un’opportunità strategica ma lo sviluppo dell’ecosistema data center dovrà passare da decisioni fondate su dati concreti» ha detto Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Data Center del Polimi. Larga parte degli investitori, il 72%, è composta da player internazionali non ancora attivi in Italia. Il che complica ancora di più la messa a terra dei piani, mancando al momento la definizione di un processo amministrativo standard per le approvazioni.
Qualcosa si sta muovendo. Un primo passo era stato fatto con il Decreto Bollette dello scorso febbraio, norma che istituisce un procedimento unico per il rilascio dei titoli abilitativi per l’operatività dei data center. Poi è arrivato un altro documento quadro, ovvero la Strategia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center. Infine la recentissima recente legge regionale della Lombardia dedicata alla regolamentazione della costruzione di nuovi data center. Si tratta della prima Regione a legiferare sul tema.
La questione dei consumi energetici
Il nodo principale, al di là delle criticità sul piano degli investimenti, ruota tutto intorno alla quantità di energia richiesta dai data center per funzionare. Si calcola che entro il 2030 queste moderne fabbriche di potenza di calcolo potrebbero raddoppiare il proprio impatto su energia e acqua e arrivare a consumare quasi il 3% dell’elettricità mondiale (fonte United Nations University). Si passerà da circa 415 terawattora nel 2024 a circa 945 entro il 2030, con Stati Uniti e Cina responsabili di quasi l’80% dell’incremento (fonte: Agenzia internazionale dell’energia).
Con in parallelo le relative emissioni nocive. La stima è che la produzione attuale di anidride carbonica causata dai data center sia stata di circa 208 milioni di tonnellate, l’equivalente di quanto emesso da un Paese come l’Argentina. Quantitativi che potrebbero moltiplicarsi fino a quasi 440 milioni di tonnellate di CO₂ entro pochi anni. Con l’impiego di pari passo di circa 4,5 trilioni di litri d’acqua, necessari al raffreddamento dei sistemi esposti al rischio surriscaldamento. Il fabbisogno di acqua in sostanza si somma a quello dell’elettricità.
Come investire in data center
Spinti dal settore, gli ETF, i cosiddetti Exchange Traded Funds, fondi di investimento quotati in Borsa negoziabili come normali azioni. Qual è il punto? Un singolo data center può arrivare a consumare l’equivalente giornaliero di acqua di quasi 2mila famiglie. Una quantità destinata a crescere con stime secondo cui entro il 2028 il consumo globale di acqua collegato ai data center AI potrebbe raggiungere 1.068 trilioni di litri annui, 11 volte i livelli del 2024. Non è un caso quindi se a Piazza Affari i tre ETF idrici principali (Ishares, Amundi e L&G) dall’inizio del 2020 abbiano guadagnato tra il 63 e il 78%, con una accelerazione negli ultimi due anni proprio in concomitanza con il boom dell’AI.
Per chi punta a investire diversificando va detto che alcuni ETF raggruppano più aziende legate ai data center, passando dall’infrastruttura digitale ai servizi cloud. Tra i principali ci sono ad esempio il Global X Data Center REITs & Digital Infrastructure UCITS ETF (unico disponibile in Europa, vedi grafico), Data Center & Digital Infrastructure ETF ($DTCR) di Global X, il Benchmark Data & Infrastructure Real Estate ETF ($SRVR) di Pacer e l’US Digital Infrastructure and Real Estate ETF ($IDGT) di iShares.
Capitolo a parte Ndivia, la società più capitalizzata al Mondo e produttrice del cuore pulsante dei data center: i chip, senza cui i modelli AI non potrebbero esistere. Nvidia è alla guida del settore e continua a battere un record dopo l’altro. Nell’ultima trimestrale i ricavi si sono attestati sopra i 75,2 miliardi di dollari per la sola divisione data center; mentre i ricavi complessivi hanno superato gli 81,62 miliardi di dollari, contro previsioni intorno ai 79,2 miliardi di dollari. Le sue azioni sono invece salite del 50% in un anno.
Il caso STM
Segnale significativo è la recente performance di STMicroelectronics, colosso franco-italiano che produce semiconduttori che si è impennato ad aprile dopo anni di performance definite mediocri. E che in una nota rivede le previsioni dei ricavi dagli oltre 500 milioni di dollari attesi a circa un miliardo nel 2026. Per l’anno prossimo, con la spinta sulla domanda di chip, si parla addirittura di un potenziale raddoppio del fatturato. La Borsa festeggia, tanto che all’indomani del comunicato dell’azienda, emesso il 2 giugno, il titolo ha aperto intorno al +7% e verso le ore 10 viaggiava vicino all’8%. Molto positiva anche la performance annuale, che segna un +138,3%.
«C’è un’accelerazione nel settore dell’AI e stiamo raccogliendo i risultati degli investimenti che abbiamo fatto in passato» ha affermato l’Amministratore Delegato Jean-Marc Chery, confermando poi le stime sui ricavi del gruppo nel 2028 a 18 miliardi di euro, con un margine lordo al 40% dei ricavi stessi.
A febbraio Stm aveva inoltre siglato un accordo pluriennale con Amazon Web Services per la fornitura di chip per la connettività e la gestione dell’alimentazione. E per di più l’azienda si sta anche espandendo in settori differenti dal suo tradizionale campo di azione come per esempio l’elettronica e l’automotive.
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Ilaria Mariotti
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