Il disastro dello Scaf: addio all’Europa a guida franco-tedesca


Parigi. Doveva essere la più ambiziosa convergenza europea nel campo della difesa, il programma simbolo dell’autonomia strategica del continente, il progetto fondatore della “Europe puissance” tanto sbandierata dal presidente francese Emmanuel Macron. Si è invece rivelato uno dei più grandi flop industriali degli ultimi tempi.

Tanti saluti allo Scaf

A dieci anni dal suo annuncio in pompa magna, il Système de combat aérien du futur (Scaf), iniziativa franco-tedesca per lo sviluppo di un caccia multiruolo di sesta generazione, New generation fighter (Ngf), è morto. «Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune. Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune», hanno detto lunedì scorso fonti del governo tedesco.

La conferma è arrivata anche da Parigi. «Il presidente della Repubblica e il cancelliere federale hanno discusso a lungo e più volte sui modi per portare avanti questo importante progetto per la difesa europea. Entrambi hanno espresso rammarico per l’impossibilità, da parte delle imprese del settore, di raggiungere un accordo sulla prosecuzione del progetto», hanno riferito fonti dell’Eliseo.

La Francia punta i piedi

La decisione di porre fine al programma, a cui nel 2019 si era aggiunta la Spagna, arriva in seguito a un crescendo di tensioni e scontri tra i due principali costruttori coinvolti nel progetto: la francese Dassault Aviation e Airbus Defence and Space, che rappresentava gli interessi tedeschi e spagnoli. Inizialmente lo Scaf si basava su una ripartizione equa tra Parigi e Berlino: 50-50. Ma con l’ingresso di Madrid, si è trasformato in un rompicapo industriale. «Il 33% del progetto è diventato dunque di Airbus Spagna, il 33% di Airbus Germania e il 33% di Dassault. In pratica, ciò equivaleva ad assegnare il 66% del programma ad Airbus Defence and Space, contro solo il 33% a Dassault. Era impensabile che la Francia si accontentasse di un ruolo così limitato», ha detto una fonte vicina al dossier al Journal du dimanche.

L’inumazione dello Scaf era nell’aria da quasi un anno. E più precisamente da quando Parigi, nel luglio 2025, aveva fatto sapere a Berlino di voler controllare l’80% del programma, poiché il cuore dello Scaf, ossia lo sviluppo del caccia Ngf, era di competenza di Dassault Aviation. «Non siamo padroni del nostro progetto. Abbiamo un consorzio che blocca molte decisioni», dichiarò il ceo di Dassault Éric Trappier, prima di aggiungere: «C’è un problema di efficacia in un progetto dove non c’è un vero leader ma tre “co-co-co”. Citatemi un solo esempio di progetto industriale ambizioso in cui non c’è un unico leader. Se non possiamo guidare il Ngf, non possiamo andare avanti. Non è un problema di soldi, ma di governance».

Il presidente francese Emmanuel  Macron osserva l'ultimo modello di Rafale al Paris Air Show 2025
Il presidente francese Emmanuel Macron osserva l’ultimo modello di Rafale al Paris Air Show 2025 (foto Ansa)

La débâcle di Macron

La pretesa francese indispettì la parte tedesca, contraria a qualsiasi revisione che potesse ridurre la sua quota o il proprio controllo sul programma. «Se questa richiesta venisse accolta, rinunceremmo a troppa indipendenza e sovranità, e finiremmo per finanziare un progetto francese con fondi tedeschi», dichiarò il deputato Spd e membro della commissione Difesa Christoph Schmid. E in un documento inviato alla Commissione bilancio del Bundestag, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ribadì la contrarietà di Berlino a uno squilibrio a favore di Parigi nello sviluppo dello Scaf, accusando l’industria francese di compromettere il successo del progetto con le sue richieste di leadership esclusiva. «Se un domani vogliamo avere un prodotto performante, con un budget ottimale, è necessario che le competenze siano messe in primo piano. Altri direbbero che devono essere i “best athletes” a dirigere», rispose il ceo di Dassault, prima di aggiungere: «Non spetta a me dire che siamo i migliori atleti. Dico solo che, se prendo l’esempio del Rafale, è il miglior aereo da combattimento costruito in Europa».

Fu il punto di non ritorno, l’inizio della fine dello Scaf. Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire entro il 2040 i rispettivi caccia nazionali, Rafale in Francia e Eurofighter in Germania e Spagna, e vantava una tecnologia innovativa definita il “sistema di sistemi”, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da 100 miliardi di euro che avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali paesi dell’Ue, ma che è definitivamente collassato a causa di lotte di ego e controversie durate quasi un decennio su competenze, tecnologie e ripartizione dei ruoli. «No, assolutamente, il progetto Scaf non è morto», diceva soltanto un mese fa il presidente francese Emmanuel Macron, l’ultimo a crederci. Non solo non si farà, ma Berlino guarderebbe con crescente interesse al progetto concorrente anglo-italo-nipponico Gcap (Global Combat Air Program) per lo sviluppo di un velivolo di sesta generazione.


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Un disastro politico prima che militare

Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole al programma e ne amplierebbe la portata, come sottolineato a Reuters dal ceo di Leonardo Lorenzo Mariani. Per l’Opinion, la morte dello Scaf non è solo un disastro industriale, ma anche politico. «I leader dei due paesi, che hanno avviato il progetto, condividono innanzitutto una responsabilità schiacciante. È proprio la loro debolezza politica a spiegare il suo fallimento finale. Un simile disastro avrebbe potuto verificarsi ai tempi di François Mitterrand e Helmut Kohl? Data l’importanza del progetto, la loro statura e la loro vicinanza non sarebbero forse state in grado di mettere a tacere le opposizioni politiche e industriali? Quei tempi sono ormai finiti; Emmanuel Macron e i cancellieri che si sono succeduti a Berlino, purtroppo, non hanno mai avuto né l’una né l’altra», ha commentato il quotidiano parigino.

Fonti dell’Eliseo, lunedì, hanno riferito che «la Francia continua a ritenere la cooperazione franco-tedesca necessaria sia per i nostri due paesi che per i partner europei nel settore della difesa e della sicurezza». Per ora, tuttavia, c’è un’unica certezza: il caccia di sesta generazione franco-tedesco non decollerà mai.


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 Mauro Zanon

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