Le parole di Ilaria Salis sui rimpatri svelano un cortocircuito pericoloso: se tutto è fascismo, si demoliscono le istituzioni e si svuota la storia
Istituzioni e retorica: il paradosso della rappresentanza
La recente presa di posizione dell’eurodeputata Ilaria Salis introduce un elemento di profonda riflessione sulla natura e sui limiti del linguaggio politico contemporaneo. Commentando gli ultimi sviluppi legislativi a Bruxelles, l’esponente politica ha affermato: “Il fascismo si insinua nelle pieghe della democrazia, in primis sulla pelle delle persone migranti. Poco fa la Commissione Libertà Civili ha approvato il nuovo “Regolamento Rimpatri”, aprendo la strada a una nuova crudele stagione di deportazioni. Mercoledì si vota in Plenaria. Non ci aspettiamo esiti diversi. Come a Minneapolis, la lotta continuerà fuori dalle istituzioni”. Si tratta di un’esternazione che distorce la realtà del funzionamento istituzionale europeo, tradendo una profonda confusione concettuale e, soprattutto, una pericolosa deriva sul piano della responsabilità rappresentativa.
Il primo cortocircuito intellettuale risiede nell’uso sistematico del termine deportazioni per descrivere la gestione ordinaria e legale dei flussi migratori. Nell’architettura di uno Stato di diritto, i rimpatri di cittadini stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno non costituiscono il capriccio autoritario di un regime, bensì la normale applicazione di norme nazionali. Una democrazia liberale si fonda necessariamente sulla certezza del diritto, sul controllo dei propri confini e sul rispetto delle regole d’accesso, elementi senza i quali decade lo stesso concetto di libertà e coesione sociale.
Poiché l’ordinamento europeo garantisce la tutela dei rifugiati e il diritto d’asilo in conformità con i trattati internazionali, il Regolamento Rimpatri si rivolge esclusivamente a coloro che, a seguito di rigorosi accertamenti e di altrettanto regolari ricorsi giurisdizionali, non risultano possedere i requisiti legali per risiedere nel territorio dell’Unione. Equiparare un simile iter amministrativo e giudiziario alle tragiche deportazioni dei totalitarismi del secolo scorso costituisce un errore storico grossolano e una grave offesa alla memoria delle reali vittime di quei drammi.
Il nodo politicamente più rilevante della vicenda investe tuttavia lo statuto pubblico e il dovere istituzionale di un membro del Parlamento Europeo. Esiste un confine etico e funzionale invalicabile tra la figura dell’attivista di movimento e quella del rappresentante dei cittadini in seno a un’istituzione sovranazionale. Chi siede a Strasburgo assume su di sé la responsabilità di custodire e rispettare i processi democratici, un dovere che mal si concilia con l’adozione di una retorica incendiaria tipica della propaganda extraparlamentare.
Definire fascista l’esito di una votazione parlamentare significa legittimare l’idea che le istituzioni siano democratiche solo quando rispondono alle preferenze di una specifica area politica, scivolando così in una visione del tutto strumentale della democrazia. Nel momento in cui l’eurodeputata evoca le rivolte urbane di Minneapolis come modello di una lotta che deve continuare fuori dalle istituzioni a causa dell’inutilità del voto in Plenaria, si configura un paradosso insostenibile. È inaccettabile utilizzare lo scranno, la visibilità e le tutele garantite dalla democrazia rappresentativa per teorizzare la superiorità politica della protesta di piazza e la delegittimazione degli stessi organi in cui si è eletti.
La responsabilità tradita: quando il legislatore delegittima la legge
La scelta di ridurre la complessità legislativa all’eterna contrapposizione ideologica produce danno al discorso pubblico, con derive istituzionali allarmanti. Chi siede al Parlamento Europeo assume il mandato di rappresentare i cittadini all’interno delle regole democratiche, un compito incompatibile con la scelta di soffiare sul fuoco della protesta extra-istituzionale. Evocare apertamente le rivolte urbane di Minneapolis come modello alternativo a un voto d’Aula sgradito significa compiere una formale dichiarazione di sfiducia verso i processi democratici, abusando dello scranno che si occupa.
Un simile approccio preclude il confronto pragmatico e razionale sul tema delle migrazioni, che richiederebbe analisi approfondite in merito alla logistica, alla cooperazione internazionale e al bilanciamento tra sicurezza e diritti umani. Sostituire questo sforzo con formule barricadere e suggestioni di piazza rappresenta un precedente pericoloso. Il principio della democrazia rappresentativa crolla se un legislatore eletto decide che le decisioni della maggioranza sono per definizione totalitarie e che la legalità delle istituzioni vale solo quando dà ragione a una minoranza. Il vero rischio per la tenuta democratica dell’Unione risiede nella retorica sovversiva di chi usa le tutele dello Stato di diritto per metterne in discussione l’autorità morale, ben oltre le righe di un regolamento sui rimpatri.
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Anna Tortora
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