Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora veniva arrestato con accuse che si sarebbero poi rivelate infondate, in quello che è diventato uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana. A 43 anni esatti da quel giorno, Gaia Tortora, figlia del celebre conduttore televisivo e giornalista, riflette sul rapporto tra giustizia, informazione e processi mediatici. Dalla vicenda del padre ai casi più recenti, passando per il referendum sulla giustizia e il caso Garlasco, Tortora traccia un bilancio dei cambiamenti avvenuti e di quelli che, a suo giudizio, restano ancora da compiere.
Gaia Tortora, sono passati 43 anni dall’arresto di suo padre. Che cosa ricorda di quel giorno?
«Ricordo tutto come se fosse ieri. È una ferita viva, non è qualcosa che si cancella o che sbiadisce. Non sbiadisce neanche un po’, anche perché al di là degli aspetti personali è una vicenda che ti porta quasi ogni giorno a interrogarti, a chiederti che cosa è cambiato, che cosa non è cambiato e perché. È parte della mia vita quotidiana. Poi, quando arrivano ricorrenze come questa, naturalmente tutto si riacutizza».
La stampa fu spietata con suo padre. Eppure lei, che quando fu arrestato era ancora una ragazzina, decise di diventare giornalista. Come è maturata questa scelta?
«Avevo 14 anni e non avevo idea di che cosa avrei fatto nella vita. Il giorno in cui fu arrestato, tra l’altro, era il giorno del mio esame di terza media. Ho deciso di fare la giornalista perché, trovandomi dentro quella vicenda, lessi cose che definire assurde sarebbe poco. C’erano cattiverie, astio, falsità. Non credevo a quello che leggevo nella stragrande maggioranza dei casi. Mi dissi che volevo fare quel mestiere per provare a farlo in maniera diversa. Si può fare, ma credo che ci sia un prezzo da pagare se non ci si omologa a quella che oggi, come ieri, resta una parte consistente della stampa italiana».
In questi anni ha incontrato altre storie che le hanno restituito un senso di ingiustizia simile a quello vissuto dalla sua famiglia?
«Tantissime. Dai casi più noti, come Giuseppe Gulotta o Beniamino Zuncheddu, fino alle vicende meno conosciute. Incontro continuamente persone che raccontano storie che spesso non trovano neppure la forza di denunciare pubblicamente. Molte avvengono in piccoli centri, in province o paesi, ma hanno conseguenze enormi sulla vita delle persone. Ce ne sono molti più di quanti si pensi».
Dopo oltre quattro decenni, la giustizia italiana è cambiata?
«La vicenda di mio padre non riguarda soltanto la giustizia. In quel caso agirono insieme due detonatori micidiali: una parte della magistratura e una parte della stampa. Unite, distrussero la vita di una persona e della sua famiglia. La giustizia non è buona o cattiva in sé. Ci sono problemi strutturali, tempi ancora troppo lunghi e aspetti che secondo me andavano corretti attraverso il referendum. Però vedo anche segnali importanti».
A cosa si riferisce?
«Penso, per esempio, all’assoluzione di Louis Dassilva (il caso dell’omicidio di Pierina Paganelli, ndr). Non è una questione di schierarsi tra innocente e colpevole. Il punto è che era stato chiesto l’ergastolo e tutti si aspettavano una condanna. Invece è arrivata un’assoluzione perché il fatto non sussiste. Significa che la Corte ha ritenuto insufficienti gli elementi per infliggere la pena massima. Se non ho elementi sufficienti, ti assolvo. Questo per me è un passo avanti importante».
Pensa che questo passo avanti sia dovuto anche a tutto quello che è successo attorno al caso di Garlasco?
«Sì, penso di sì. Non condivido che diventi un’ossessione televisiva da talk show, però l’attenzione mediatica esercita sempre una pressione sulle corti e su chi deve giudicare. Lo si legge spesso anche nelle sentenze. Il caso Garlasco ha riportato al centro una riflessione fondamentale: se non ho elementi certi per togliere la libertà a una persona per tutta la vita, nel dubbio devo assolverla. Questo dice il nostro ordinamento».
Eppure anche in questa vicenda assistiamo a un forte processo mediatico.
«Assolutamente. Andrea Sempio è già considerato colpevole da moltissime persone, anche se non sappiamo ancora quale sarà l’esito dell’indagine. È un tema enorme. È successo a lui e, prima ancora, era successo ad Alberto Stasi. Il rischio della gogna mediatica è sempre presente».
Quanto pesa la responsabilità dell’informazione in questi casi?
«Il caso Garlasco ha avuto il merito di mantenere alta l’attenzione su una vicenda complessa, ma è anche diventato il carburante del 99 per cento dei talk show italiani.
Purtroppo il meccanismo funziona così».
Lei si è battuta molto per il “sì” al referendum sulla giustizia. Come ha vissuto il risultato?
«Aspettavo una riforma da moltissimo tempo. Era un’occasione importante che però è stata gestita male anche da chi l’ha promossa. Alla fine è finita nel frullatore della politica e di tutto il resto. È andata come è andata».
Che cosa si è perso con quella bocciatura?
«Secondo me era un’opportunità per completare un percorso di riforma iniziato molti anni prima. È stato più facile alimentare paure e raccontare quella riforma come un attacco alla magistratura piuttosto che spiegare realmente di cosa si trattasse».
Uno dei temi più discussi è stato quello della responsabilità dei magistrati. Chi giudicò suo padre, nonostante gli errori, ebbe una promozione. Era il tema che le stava più a cuore?
«Per molto tempo sono stata favorevole alla responsabilità civile diretta dei magistrati. Poi ho capito che sarebbe impraticabile: se ogni magistrato dovesse pagare personalmente per un errore, non troveremmo più nessuno disposto a fare quel lavoro. Trovo invece interessante l’idea di una responsabilità professionale. Ne ho parlato con il ministro Carlo Nordio, che mi ha spiegato la sua idea. Valutare il lavoro svolto, gli esiti delle inchieste, le assoluzioni, e far pesare questi elementi nella carriera. Non mi sembra una proposta sbagliata».
Ha visto “Portobello”, la serie di Marco Bellocchio dedicata a suo padre?
«Certo. Sono stata informata fin dall’inizio del progetto e ho incontrato più volte Bellocchio e la produzione. Ho scelto però di non interferire mai. Volevo lasciare a loro la libertà di fare il loro lavoro e a me la libertà di giudicarlo. Hanno fatto un lavoro straordinario. Spero che il prossimo anno possa arriva in Rai».
E che mi dice dell’interpretazione di Fabrizio Gifuni che ha vestito i panni di Enzo Tortora?
«Mi è piaciuta moltissimo. All’inizio è stato difficile perché nessuno può ricordarti davvero tuo padre. Però si è calato talmente bene nello spirito dell’uomo, perfino nella voce, che è stato impressionante. Ho rivisto in lui gli occhi di mio papà».
La serie ha avuto anche il merito di raccontare Enzo Tortora a molti giovani che non conoscono quella vicenda.
«Soprattutto ai più giovani che non conoscevano quella storia. È una serie molto coraggiosa perché mostra esattamente ciò che desideravo emergesse: il rapporto tra una certa magistratura, una certa stampa e l’accanimento contro mio padre».
Oggi un nuovo “caso Tortora”, con la tecnologia dei nostri tempi e un’informazione diversa, sarebbe ancora possibile?
«Non lo so. Alcuni magistrati finiscono per innamorarsi delle proprie tesi e portarle avanti comunque. Oggi esistono i social, che sono uno strumento potentissimo ma anche difficile da gestire. Forse sarebbe persino più complicato. Nel caso di mio padre sarebbero bastate tre verifiche che non furono fatte. Oggi vedo ancora persone che si ostinano a sostenere determinate tesi senza riscontri adeguati. Non saprei dire se sarebbe possibile».
Una battuta off topic: da appassionata di tennis che ne pensa invece della pressione mediatica su Jannik Sinner?
«Viviamo in un Paese in cui nel giro di ventiquattr’ore diventiamo tutti genetisti, medici, psicologi o investigatori. L’italiano sa tutto di tutto immediatamente. Si parla di attacchi di panico in relazione ai suoi problemi e allo stesso tempo lo si attacca dicendo che dovrebbe pagare le tasse in Italia. Io non so come fanno a resistere questi ragazzi. Sinner è un campione sul campo e anche fuori, lo ha dimostrato, è un esempio per i più giovani. Mi pare abbia le spalle abbastanza larghe per superare tutto questo fregandosene, che è l’unica cosa che si può fare quando sei a quei livelli».
Ultimo aggiornamento: mercoledì 17 giugno 2026, 05:00
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