Pubblichiamo l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla sessione conclusiva del 3° Festival dell’«Umano Tutto Intero» dal titolo “L’attesa, personale e pubblica, della ‘Vita’ di Francesco”, incentrata sulla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. All’incontro, condotto dal vaticanista del TG1 Ignazio Ingrao, ha preso parte il Segretario di Stato di Sua Santità, Cardinale Pietro Parolin.
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Narra la leggenda che quando Michelangelo completò il Mosè nella Basilica di San Pietro in Vincoli, qui a Roma, rimase talmente sbalordito dal realismo dell’opera che, colpendola con il martello, urlò Perché non parli?.
È un aneddoto dal dubbio fondamento storico: in genere viene raccontato per esaltare la maestria dell’artista, la cui opera possedeva tale intensità da attendersi che proferisse parola. Vi è però un’altra lettura dell’aneddoto, e cioè che esso dia voce ad una delle più antiche frustrazioni dell’uomo: non riuscire, nonostante i propri sforzi, a rendere vive e pienamente umane, le sue opere creative, artistiche, tecnologiche.
Vi chiedo: se Michelangelo vivesse oggi e realizzasse Mosè con l’intelligenza artificiale, siamo certi che la statua di Mosè non inizierebbe a parlare, e a raccontarci per filo e per segno che cosa ha fatto sul monte Sinai?
Per la prima volta nella storia dell’uomo, l’AI si presenta come qualcosa di pronto a far superare ogni limite. Vi è ovviamente generale preoccupazione. Quello su cui invece non sembra esservi sufficiente consapevolezza è che, a rendere preoccupante l’AI non è la tecnologia in sé: è il rischio che il suo sviluppo sia guidato dall’ideologia che da decenni orienta frange del progresso tecnologico. Mi riferisco a quel “paradigma tecnocratico” del “mondo globalizzato”, per riprendere le parole di Papa Leone nella Magnifica Humanitas: un mondo in cui “la tecnica non è un semplice strumento” ma “si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato”.
Sappiamo che l’establishment occidentale rigetta questo modello se viene applicato al mais o alle zucchine geneticamente modificate; sembra accettarlo quando si applica agli aspetti intimi e determinanti dell’umano. È una esagerazione? Non credo proprio. Penso all’indifferenza con cui tolleriamo la produzione seriale di embrioni – alcuni congelati per decenni –, e perfino la loro sottoposizione a manipolazione per scopi eugenetici.
La preferenza è una cosa seria.
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Alla fine, ci sono due modelli di relazione tra l’Uomo e la realtà, con evidenti ricadute sul tema dell’AI: le immagini scelte come archetipi dal Papa Leone nell’enciclica sono Babele o Gerusalemme. La scelta fra questi due modelli non è una questione teorica, ha conseguenze concrete.
Conosciamo la storia di Babele. Rispetto alla quale c’è una esegesi veloce: gli uomini peccano di orgoglio perché osano costruire qualcosa che arrivi a Dio in virtù della propria forza, e non per grazia di Dio. E per punizione Dio confonde le loro lingue, e impedisce loro di proseguire il lavoro. Direi che più che una esegesi veloce, è una esegesi banale.
Uno studio più attento, di cui rendo merito al prof. Silvano Petrosino (Babele: architettura, filosofia e linguaggio di un delirio, il nuovo Melangolo 2003) attinge a materiali ebraici, provenienti soprattutto dal Midrash, e permette una riflessione più articolata sulla vicenda della Torre.
Secondo la descrizione ebraica, la Torre è una costruzione enorme, che va avanti per 43 anni raggiungendo l’altezza di 10.000 miglia. Dopo lo scavo di profonde fondamenta, le donne sono addette a fabbricare i mattoni e gli uomini sono incaricati di appoggiare i mattoni uno sull’altro senza rallentare il ritmo del lavoro. La realizzazione non conosce soste. Se una donna è colta dalle doglie si distrae il tempo necessario per tagliare il cordone ombelicale e poi, legatosi il bambino al collo, torna ai suoi mattoni. Si arriva al punto che ci vuole un anno per arrivare in cima alla Torre per portare ciascuno il proprio mattone e un anno per scendere.
Nel racconto di Babele non compare mai il nome di un solo protagonista, diversamente da quanto di solito accade nei vari episodi biblici. È il segno che l’opera a cui gli uomini lavorano è diventata più importante degli uomini stessi: narra la tradizione ebraica che se un uomo si feriva o cadeva dall’altezza alla quale si trovava nessuno ci faceva caso, ma se si rompeva o andava perduto un mattone tutti piangevano perché sarebbero doveva trascorrere più di due anni per sostituire quel mattone. I mattoni valgono più delle persone. L’impresa prende il sopravvento e diventa l’idolo sul cui altare sacrificare anche l’essere umano.
Perché il Papa richiama Babele quando tratta dell’AI? Perché il rischio concreto e quotidiano dell’uso di questo strumento è che l’algoritmo, come il mattone della torre, valga più della persona; che il black out della macchina diventi una disgrazia infinitamente più seria dell’adolescente che non confida il suo disagio né ai genitori né agli amici, e invece interpella AI, riceve un avallo ai suoi impulsi suicidi, e si toglie la vita, come in un caso concreto è accaduto pochi mesi fa.
Leggiamo ancora dall’enciclica: “Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso di una decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno in questo processo (è) la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare”.
Noi la responsabilità politica davanti alle sfide dell’AI l’abbiamo assunta. In questo momento l’Italia è la prima nazione che si è dotata di una disciplina organica sull’AI. Due anni fa come Governo abbiamo varato in Consiglio dei ministri un disegno di legge sull’AI, che il Parlamento ha approvato: è diventata la legge n. 132/2025. La settimana scorsa il quadro normativo si è arricchito di due decreti legislativi, che mettono a terra i principi affermati nella legge, e adeguano la normativa nazionale alle disposizioni europee.
La linea comune è tenere insieme crescita e garanzie. A cominciare dalla scuola, dove l’AI entra stabilmente nei percorsi educativi come contenuto da conoscere e come strumento per innovare la didattica. Non si insegue la tecnologia, ma si rafforza la missione educativa della scuola. Importanti novità sono tese a fronteggiare l’emergenza educativa legata all’abuso di social media, piattaforme digitali e IA. Viene finanziato un piano di formazione dei docenti, con una dotazione di 100 milioni di euro, per rafforzare la capacità del sistema scolastico di prevenire rischi, dipendenze digitali, e forme di condizionamento dei minori.
Per le professioni l’intervento introduce l’alfabetizzazione sull’AI nella formazione iniziale e continua. La responsabilità resta in capo al professionista e non si trasferisce allo strumento tecnologico. L’uso dell’IA rileva anche ai fini dell’equo compenso, attraverso parametri commisurati alla classificazione di rischio del sistema impiegato. Si assicura, così, che il compenso rifletta l’effettivo apporto professionale e il livello di responsabilità connesso all’uso dell’IA, con parametri trasparenti a tutela tanto del professionista quanto del cliente.
Sul fronte del lavoro, prima dell’avvio del trattamento, il datore deve adempiere agli obblighi informativi previsti dalla normativa vigente; il lavoratore ha diritto, su richiesta e con l’intervento di una persona fisica, a una motivazione intelligibile della decisione che lo riguarda; è nullo il licenziamento intimato in violazione del divieto di decisione esclusivamente automatizzata.
Per le attività di polizia, è consentito l’uso in tempo reale soltanto ed esclusivamente per prevenire minacce specifiche e gravi alla sicurezza e all’ordine pubblico, e per la ricerca di persone scomparse o di vittime di sequestro, tratta o sfruttamento sessuale, previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria. E’ disciplinato il riconoscimento facciale a posteriori nei sistemi di videosorveglianza già installati in base alla legge. Le disposizioni costruiscono un equilibrio effettivo tra sicurezza e diritti, senza alcun rischio di “grande fratello”.
In materia di giustizia, alla Scuola Superiore della Magistratura è dato il compito di formare i magistrati nell’uso dell’IA. L’uso dell’IA lascerà doverosamente intatta la discrezionalità del magistrato nell’interpretazione e applicazione della legge, come già previsto dalle norme europee e dalla legge del 2025. Il punto qualificante è che l’IA non sostituisce lo ius dicere: può migliorare organizzazione, ricerca e strumenti di supporto, ma la decisione deve restare presidiata dalla competenza, dall’indipendenza e dalla responsabilità della persona. E mi auguro che indipendenza e autonomia, tanto enfatizzate nella recente campagna referendaria, valgano anche nei confronti dell’uso dell’AI da parte della giurisdizione!
Per la giustizia civile è previsto l’accesso alla documentazione tecnica del sistema, per consentire al danneggiato di comprendere le caratteristiche rilevanti dell’IA utilizzata, la presunzione del nesso di causalità, che alleggerisce l’onere probatorio per superare lo squilibrio fra le parti, l’azione diretta nei confronti dell’assicurazione, quale ulteriore strumento di effettività della tutela risarcitoria.
Ovviamente l’alternativa Babele-Gerusalemme non riguarda solo l’AI. Troppo spesso abbiamo la percezione che i mattoni della costruzione delle istituzioni europee finiscano per realizzare una macchina che funziona a prescindere dalle esigenze dei popoli europei. Una macchina che parla la lingua unitaria di burocrazie che non affrontano i problemi reali, che creano ostacoli allo sviluppo richiamando genericamente il rispetto di regole non mutabili, e che sostituiscono gli automatismi burocratici all’esercizio della responsabilità politica. Ma di questo magari parliamo in un’altra circostanza
Nella S. Scrittura si è soliti contrapporre Babele a Gerusalemme, e in particolare quel che avviene a Gerusalemme il giorno di Pentecoste. A Gerusalemme il giorno di Pentecoste non c’erano le cabine della traduzione simultanea. Non servivano. La Pentecoste in qualche modo supera la necessità di tradurre: ciascuno comprende nella propria lingua perché la verità dell’annuncio della Pentecoste è ciò che realmente unifica. Lingua unica non in quanto unica lingua, come a Babele, ma in quanto lingua dell’unico. E lingua dell’unico in quanto lingua di verità sull’uomo e sul suo destino.
Per l’ultima volta torno all’enciclica: “Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più»”
A proposito di verità, vorrei concludere con un flashback che riporta indietro di 23 anni. È il 18 novembre 2003. Nella basilica di San Paolo, davanti alle più alte cariche dello Stato, e davanti a tutta la Nazione in vario modo collegata, l’allora cardinale vicario di Roma celebra i funerali di Stato dei 13 carabinieri, dei quattro militari e dei due civili italiani uccisi pochi giorni prima in un attentato terroristico a Nassiriya, in Iraq.
Non era facile parlare all’Italia in quel momento. Eppure l’omelia pronunciata quel giorno entra nella storia quale magistrale elogio dell’amore cristiano verso la Patria terrena. Provo a riprenderne i tratti essenziali, invitandovi però a rileggerla tutta, e a ricordare che nelle ore precedenti i funerali migliaia e migliaia di persone erano salite sull’Altare della Patria per rendere omaggio alle salme dei caduti, e tante altre le avevano accompagnate fino alla basilica, a sottolineare non soltanto la concreta vicinanza della Nazione alla sventura che aveva colpito i propri figli, ma anche la partecipazione alla ragione ultima di quel sacrificio. Le parole del card Ruini centrano la reale entità della posta in gioco, perché fanno emergere con chiarezza:
- che la tragedia di Nassiriya ha fatto sorgere “dal cuore del nostro popolo” “la sua profonda unità e la consapevolezza del suo comune destino”,
- che “la nostra amata patria” continua a impegnarsi in “grandi e nobili missioni”, e a ritrovare al proprio interno generosità ed energie da spendere per esse,
- che l’Italia ha una eredità importante, spesso suggellata dal sangue dei propri figli, e che di questa eredità come italiani tutti dobbiamo confermarci degni.
Perché richiamo quella cerimonia e quanto detto in quell’occasione? Perché un quarto di secolo dopo sono incredibilmente attuali. Un’Italia coriandolizzata, oggi più di allora, si mostra, nonostante tutto, capace di momenti di autentica unità nazionale che le fanno recuperare consapevolezza del suo destino.
Le “grandi e nobili missioni” continuano a camminare sulle gambe e a fruire delle braccia dei nostri militari impegnati in decine di interventi di peace keeping e di peace enforcing; degli uomini dell’intelligence, della protezione civile, del ministero degli esteri, dei medici e egli infermieri, che entrano ripetutamente a Gaza, e in analoghi contesti di guerra, recuperano bambini gravemente feriti, e i loro famigliari, e li affidano per le cure alle eccellenze della nostra pediatria; di tutti gli italiani che con 14 Stati dell’Africa stanno facendo crescere le opere del Piano Mattei, con terra arida che diventa coltivabile e produttiva; dei tanti italiani, poliziotti e magistrati, che aiutano le forze di polizia e le magistrature di non pochi Stati latinoamericani nel contrasto al narcotraffico, mentre un esercito di generosi volontari trova nuova spinta nel nostro territorio nel lavoro di prevenzione e di recupero delle dipendenze; di chi è impegnato nelle aree più degradate, in esecuzione del ‘modello Caivano’, per dimostrare con i fatti che non esistono territori dannati; di chi ha colto fino in fondo i rischi della dittatura dell’algoritmo, e lavora per risparmiarcene i danni. Non vado oltre, l’elenco sarebbe lungo.
Da qualche ora l’apologeta di “questa nostra amata patria” è al cospetto di quel Cristo, Signore del tempo e della storia, che per quasi un secolo egli ha servito con la testa e con il cuore. Una persona che mi è particolarmente cara qualche giorno fa mi diceva che le case di famiglia non si vendono, perché sono il luogo della memoria. Potremmo dire, sulla scia del card Ruini, che l’eredità di un popolo non si vende né si svalorizza, perché è passata dal sacrificio della carne e del sangue dei suoi figli. Che il Signore ci mantenga la grazia di essere degni di questa missione!
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Alfredo Mantovano
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