OrvietoLife ha scritto, con i dati alla mano, che la città è scesa sotto quota diciannovemila e ha sempre meno imprese, e che la rupe si svuota mentre la politica festeggia i turisti. È un affondo giusto e necessario. Da osservatorio proviamo a mettere sotto quella diagnosi la sua struttura: perché accade, che cosa lo aggrava, e quali pochi obiettivi misurabili potrebbero invertire la rotta. Anticipando due tesi scomode: la monocultura turistica non sta solo svuotando Orvieto, la sta rendendo più cara e questo allontana la residenzialità nuova. E Orvieto da sola non ha la massa per contare: o il territorio impara a contarsi insieme, o resta ai margini.
Partiamo dal riconoscere che il giornale ha ragione, e che fa un servizio pubblico a dirlo quando gran parte del discorso cittadino preferisce le presenze turistiche ai residenti veri. Orvieto è intorno ai diciannovemila abitanti, il tessuto d’impresa si assottiglia, il centro storico la sera abbassa le saracinesche e resta in silenzio. Questi sono i fatti. Il compito di un osservatorio non è ripeterli con altre parole, ma spiegarne il meccanismo: perché solo conoscendo il meccanismo si capisce quali leve funzionano e quali sono soltanto cosmetica.
E allarghiamo subito lo sguardo, perché il giornale ci avverte di un rischio preciso: che la rupe diventi un villaggio turistico. Ma Orvieto non è solo la rupe. È Orvieto Scalo, è Ciconia, è Sferracavallo, sono le frazioni come Morrano, Sugano, Corbara, Prodo, Titignano, dove oggi vive gran parte dei residenti e dove si trovano la stazione e lo stesso ospedale. Trattare il centro storico come se fosse la città intera, e la città intera come se fosse la sua vetrina, è il primo errore di prospettiva da cui liberarsi. Una città di serie A sulla rupe e una di serie B tutto intorno non è una comunità: è una scenografia con un retropalco.
Il secondo errore è l’alibi che blocca ogni discussione prima ancora che cominci: «succede dappertutto». È vero a metà, ed è la metà falsa a fare danno. Sì, l’Italia è in declino demografico; sì, le aree interne perdono popolazione ovunque. Ma usare il dato nazionale come coperta serve a una cosa sola: trasformare una responsabilità in un destino. E un destino non chiede conto a nessuno.
Guardiamo i numeri senza addolcirli. Tra il 2019 e il 2024 Orvieto ha perso oltre mille residenti, più del cinque per cento. Se il ritmo non cambia, le proiezioni portano verso i sedicimila nel giro di pochi anni. Dentro quei numeri ce n’è uno decisivo, che la stessa amministrazione ha riconosciuto: in quel quinquennio il saldo migratorio di Orvieto è stato “positivo” per oltre trecento unità. A trascinare giù la popolazione è il saldo naturale, quasi mille morti in più rispetto alle nascite.
Tradotto: non è che la gente fugga da Orvieto. C’è ancora chi sceglie di venirci. Il problema è doppio, e nessuno dei due lati si cura con una sagra. Da una parte una popolazione tra le più anziane dell’Umbria, in cui i decessi superano largamente le nascite. Dall’altra una città che attrae sulla carta ma non “trattiene”, e che anzi spinge fuori, nei comuni limitrofi, proprio le famiglie giovani. Attiriamo e respingiamo con la stessa mano. È una partita locale, e si gioca su tutto il comune, non solo sulla rupe.
Negli ultimi vent’anni la risposta orvietana allo svuotamento è stata, nella sostanza, una sola: turismo ed enogastronomia. Diciamolo senza ambiguità, perché non sia letto come un attacco di parte: il turismo è un settore sano e Orvieto ha il diritto di coltivarlo. L’errore non è promuovere la città. È aver scambiato una “strategia di marketing” per una “strategia di sviluppo”, misurando il successo in presenze e coperti mentre la comunità si assottigliava.
Lo si è visto con i dati sui flussi diffusi dall’amministrazione: oltre seicentomila passaggi nel centro storico in sei mesi, in larga parte di fascia di spesa medio-alta. Numeri da conferenza stampa, salvo che, come è stato fatto notare puntualmente, solo un visitatore su tre entrerebbe in Duomo, uno su otto si fermerebbe a dormire, e nei mesi confrontabili il dato è in calo. È l’immagine perfetta del problema: si festeggia la fotografia del turista di passaggio mentre la città che resta, la sera, si spegne.
E qui c’è la verità che il dibattito evita: la monocultura turistica non si limita a svuotare, rende cara la vita, e il carovita è esso stesso un freno alla residenzialità. Il meccanismo è documentato, e i commercianti lo raccontano. Sulla rupe gli affitti commerciali hanno toccato livelli “quasi romani”: un fondo sotto i millecinquecento euro è difficile da trovare. La turistizzazione premia food, bar, souvenir e affitti brevi e spinge fuori mercato le attività di vicinato come elettronica, calzature, abbigliamento, ferramenta, quelle che servono a chi “abita” non a chi passa. Con meno botteghe la concorrenza si dirada e i prezzi si livellano verso l’alto, non sempre per colpa dell’inflazione. A questo si somma la pressione fiscale locale spinta verso i massimi, a fronte di servizi percepiti in calo. Case del centro convertite in B&B e sottratte alla residenza, affitti alti, prezzi in salita, commercio di prossimità in ritirata, tasse elevate, servizi diradati: è esattamente la combinazione che scoraggia una giovane famiglia dal mettere radici, sulla rupe come allo Scalo. Non si chiede a un trentacinquenne di scegliere Orvieto in nome del panorama: glielo si chiede a parità di costi e servizi con l’alternativa. Oggi quel confronto lo perdiamo. È un circolo vizioso, non un effetto collaterale.
Però bisogna essere seri anche con noi stessi. Cerchiamo in Italia un centro paragonabile a Orvieto che abbia “invertito” il calo con interventi non turistici, e non lo troviamo. I casi celebrati come “rinascite” sono micro-borghi che, numeri ISTAT alla mano, hanno al più “rallentato” la discesa. La Strategia Nazionale per le Aree Interne ha speso oltre un miliardo in dieci anni con risultati, per ammissione dei suoi stessi valutatori, modesti e diseguali. Persino il CNEL scrive che, su scala nazionale, l’inversione della curva non è realistica: la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in poche località particolarmente attrattive.
Promettere a Orvieto che tornerà a crescere sarebbe quindi disonesto quanto liquidare il problema con un’alzata di spalle. L’obiettivo serio non è la crescita: è “rallentare il calo e ricomporre la struttura per età”, trattenere e attrarre la fascia 25-45 anni, quella che lavora e fa figli. È difficile ma raggiungibile, e soprattutto misurabile: il saldo migratorio dei giovani-adulti, gli iscritti nelle scuole, i parti e gli accessi del nostro ospedale, le case e i fondi commerciali restituiti alla vita stabile. Numeri che, a fine anno, chiunque può verificare.
Orvieto non deve inventarsi da zero le ragioni per cui una famiglia dovrebbe sceglierla. Ne ha già due, e sono anche i suoi due maggiori datori di lavoro, prima del Comune e dell’impresa privata: la sanità e la scuola.
Parliamo di sanità in senso lato e quindi ospedale, distretto, centri di salute, continuità assistenziale, telemedicina con al centro l’ospedale. E qui torna, ancora una volta, la nostra carta più sottovalutata: la posizione. L’ospedale sorge a Ciconia, nella parte bassa, sull’autostrada A1 e a ridosso del confine tra Umbria e Lazio; il suo bacino reale, lo dicono le quasi quattordicimila firme raccolte in trentatré comuni tra le due regioni, è già di fatto transregionale. Non è un presidio di paese: è, potenzialmente, l’ospedale di riferimento di un’area vasta a cavallo di due regioni, la posizione che potrebbe, anzi dovrebbe, fare la differenza. A patto di trattarlo come tale, invece di lasciarlo scivolare a presidio di ripiego.
Perché una città dove puoi partorire in sicurezza, far seguire un figlio dal pediatra, contare su un pronto soccorso che funziona, è una città dove ha senso mettere radici. Eppure questo motore lo stiamo lasciando deperire: quindici anni di tagli denunciati dai cittadini, e da tempo mancano i primariati di Ostetricia e Ginecologia, di Pediatria, di Ortopedia. Va riconosciuto con onestà che parte della fragilità è strutturale: il Ministero fissa soglie di attività come i mille parti l’anno perché l’analgesia in sala parto rientri nei livelli essenziali, sotto le quali i piccoli presidi entrano in una spirale. Ma è proprio il bacino transregionale a offrire la via d’uscita: trentatré comuni reggono volumi che un singolo paese non raggiungerebbe mai. Se li si governa.
E qui scatta l’avvertimento, perché è una storia che abbiamo già vissuto: attenzione alla politica dei contenitori. Mentre l’ospedale di Ciconia chiede personale e primariati, i fondi PNRR per la sanità territoriale, quasi otto milioni, vanno a recuperare l’ex ospedale in piazza Duomo, sulla rupe, per ricavarne una Casa e un Ospedale di Comunità: un edificio di pregio restituito al decoro, nel cuore turistico della città. Il recupero in sé è cosa buona, e nessuno lo contesta. Ma un contenitore non cura: le Case di Comunità funzionano soltanto se dentro ci sono medici, infermieri e ore di servizio e quel personale il PNRR non lo finanzia. Si rischia, ancora una volta, di inaugurare mura nuove e bellissime mentre i reparti che curano davvero restano scoperti, aggiungendo ai problemi i costi di gestione di una struttura in più. Ci siamo già passati: palazzi e contenitori senza contenuti, di cui paghiamo ancora la manutenzione. Gli investimenti vanno calibrati sulle persone e sul personale, non sui metri quadri da intitolare. Ogni reparto che si svuota è una famiglia in meno che sceglierà Orvieto, e un colpo diretto a quel saldo naturale che è la nostra ferita.
Lo stesso vale per la scuola, secondo grande bacino di lavoro e secondo grande magnete familiare. Un’offerta scolastica ricca e stabile è la più concreta delle politiche per la natalità: nessuno si trasferisce con dei figli dove gli istituti si svuotano. Difenderla non è spesa da tagliare al primo bilancio in difficoltà: è l’investimento demografico per eccellenza.
Poi c’è una carta che teniamo coperta. Orvieto ha un casello sull’A1 e una stazione sulla Direttissima Roma-Firenze. Roma si raggiungerebbe in circa un’ora con i treni più veloci sotto i sessanta minuti, Fiumicino in poco più di un’ora e mezza. Per chi lavora a Roma o a Chiusi, o lavora da remoto, Orvieto è un’alternativa residenziale credibile alla periferia metropolitana: stessa accessibilità, qualità della vita superiore, costo della vita inferiore, a patto di non gonfiarlo da soli con la turistificazione.
E qui rischiamo di ripetere sui binari lo stesso errore commesso col turismo: pensare l’infrastruttura come canale per portare gente a Orvieto invece che come strumento per farla abitare a Orvieto. Il dibattito ruota attorno alla futura stazione dell’alta velocità Medio Etruria e alla riqualificazione “vetrina” degli scali, cioè attorno al visitatore. Intanto il comitato dei pendolari Roma-Firenze, la tratta che la stessa Regione riconosce come la più critica, segnala da mesi disservizi senza risposte concrete. È un rovesciamento di priorità: l’utente che ci serve non è il turista della domenica, è il trentacinquenne che ogni mattina potrebbe prendere il treno per Roma e tornare la sera a crescere dei figli. Una ferrovia tarata sul turista è un costo; una ferrovia tarata sul pendolare è una politica per la residenzialità.
E ci sono le infrastrutture che non si vedono e pesano quanto un casello: connettività ultralarga capillare, senza cui lo smart working resta uno slogan; mobilità intelligente; telemedicina, che potrebbe fare ciò che a un piccolo ospedale è precluso, tenendo il paziente collegato a specialisti anche quando i volumi locali non reggono le soglie. Su questo si è fatto pochissimo: i fondi PNRR per il digitale sono finiti quasi per intero nel back-office della macchina comunale: cloud, siti, pagoPA. Cose doverose ma che non spostano l’attrattività residenziale. Quella finestra ora si chiude; ma la scelta di orientare ogni euro verso chi qui vuole restare, e non solo verso chi passa, resta intera, e costa più in visione che in cassa.
C’è infine una verità più grande di Orvieto, e riguarda il suo ruolo nel territorio. Da sola, con i suoi diciannovemila abitanti, Orvieto è un interlocutore marginale: troppo piccola per pesare a Perugia, invisibile a Roma. Ma Orvieto non è sola. I comuni del comprensorio orvietano come Allerona, Baschi, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Fabro, Ficulle, Montecchio, Montegabbione, Monteleone, Parrano, Porano, San Venanzo, messi insieme superano i quarantamila abitanti. Sarebbe, di gran lunga, il secondo comune della provincia di Terni dopo il capoluogo, e tra i più popolosi dell’Umbria.
È un territorio che condivide tutto tranne il confine amministrativo: lo stesso calo demografico, che colpisce ogni paese senza eccezioni, dal meno due per cento di San Venanzo al meno nove di Montecchio; lo stesso ospedale, il cui bacino abbraccia trentatré comuni tra Umbria e Lazio; lo stesso pendolarismo, le stesse scuole, la stessa classificazione ufficiale di “area interna” che ne certifica la marginalità. Eppure restiamo divisi in una dozzina di municipi, spaccati persino tra due sistemi locali del lavoro e tre regioni che si toccano sull’altopiano dell’Alfina.
Qui serve coraggio, perché è esattamente mettendo insieme tante, troppe debolezze che si può ritrovare forza. La frammentazione non è folklore identitario: è impotenza contrattuale. Un percorso amministrativo pragmatico come un’unione di comuni con poteri reali, o una fusione là dove numeri e volontà lo consentano, trasformerebbe una galassia di paesi che si spengono in un soggetto da quarantamila abitanti capace di trattare alla pari su sanità, trasporti, scuola e fondi. Lo scheletro esiste già: la Zona Sociale 12 gestisce in forma associata i servizi sociali, Orvieto è capofila delle aree interne. Manca il salto: convertire la cooperazione funzionale in peso politico.
Siamo onesti anche qui, perché un osservatorio non vende illusioni: le fusioni sono difficili, toccano identità antiche, e da sole non rovesciano la demografia. Ma cambiano i rapporti di forza, abbattono i costi di servizi oggi duplicati una dozzina di volte, e sbloccano incentivi statali e regionali che lasciamo sul tavolo. E restituiscono ciò che abbiamo perso: la credibilità di chi si presenta contandosi, non lamentandosi.
Perché non è una gita fuori porta con le fasce tricolori a fare la differenza, né a Roma né a Perugia. Le trasferte, le foto di rito, i comunicati indignati non hanno mai spostato un euro né un treno. A spostare le cose sono i numeri e un progetto di cambiamento radicale e credibile. Un Orvietano che si presentasse unito con quarantamila residenti e una strategia scritta darebbe la sveglia a inerzie ataviche: le stesse che, un comune alla volta, ci hanno spinto ai margini delle aree interne.
Il declino di Orvieto è dell’orvietano è reale, e in parte figlio di un vento nazionale che nessun sindaco può fermare. Ma la differenza tra una città che invecchia con dignità e una che cade in verticale la fa ciò che si controlla: difendere la sanità e la scuola spendendo sulle persone prima che sui contenitori, governare il turismo perché non divori la residenza, calmierare casa e tributi, orientare le infrastrutture verso chi qui vuole vivere, e avere il coraggio di contarsi insieme al resto del territorio. Sono leve nostre, qui, adesso e riguardano tutta la città e tutto l’Orvietano, non solo la rupe.
Per questo l’appello non è a una giunta o a uno schieramento, ma alla classe dirigente nel suo insieme, chi governa e chi si oppone, chi amministra i comuni vicini, chi fa impresa e chi fa cultura. La sfida è una sola, e non è di parte: fissare pochi obiettivi concreti e misurabili, scriverli nero su bianco, darsi una scadenza e accettare di esse giudicati. Quanti residenti in età di lavoro trattenere, e in quanti anni. Quanti parti e primariati riportare in ospedale. Quanti iscritti nelle scuole. Quante case e botteghe restituite alla vita stabile. Se e come unire i numeri del territorio. Cifre, non aggettivi.
Significa ritrovare il gusto della Politica con la P maiuscola: quella che si misura sui risultati e accetta di poter fallire, e che proprio per questo conta. È l’esatto contrario di ciò a cui ci siamo abituati: la comunicazione scambiata per visione, il marketing scambiato per strategia, e troppo spesso la marchetta scambiata per marketing. Una comunità non si rilancia con uno slogan più riuscito o una sagra in più. Si rilancia con un numero che, a fine anno, chiunque possa verificare. Il giornale ha indicato la malattia. Tocca alla classe dirigente, tutta, smettere di festeggiare i sintomi.
*(Presidente CTS Impresa Sociale ETS, Osservatorio socioeconomico)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Francesco Paolo Li Donni
Source link





