18.24 – mercoledì 2 settembre 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Suicidio medicalmente assistito, in Quarta Commissione sono proseguite le consultazioni sul disegno di legge di iniziativa popolare
Ascoltati i rappresentanti della Consulta di bioetica, di Family Day, del Movimento per la vita, del Centro di aiuto alla vita “Giovanna” e dell’Associazione trentina Libertà e Persona
La Quarta Commissione permanente del Consiglio provinciale, presieduta da Maria Bosin (PATT) ha proseguito nel pomeriggio le consultazioni sul disegno di legge di iniziativa popolare n. 67, intitolato “Procedure e tempi per l’assistenza sanitaria provinciale al suicidio medicalmente assistito ai sensi e per effetto delle sentenze della Corte costituzionale n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024”, proposto dall’avvocato Fabio Valcanover.
Il provvedimento si propone di disciplinare le procedure e i tempi attraverso i quali il servizio sanitario provinciale avrebbe dovuto dare attuazione alle condizioni individuate dalla Corte costituzionale per l’accesso al suicidio medicalmente assistito.
Dopo le audizioni svolte nella tarda mattinata, alle quali hanno preso parte l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e la Fondazione trentina per la ricerca sui tumori, i lavori sono ripresi alle 14.30 con l’intervento, in videoconferenza, del professor Maurizio Mori, presidente onorario della Consulta di bioetica.
Mori: meglio parlare di “morte medicalmente assistita”
Maurizio Mori, presidente della Consulta di bioetica, ha proposto di sostituire nel disegno di legge l’espressione “suicidio medicalmente assistito” con “morte medicalmente assistita”, pur riconoscendo le difficoltà giuridiche connesse. Il suicidio, ha osservato, viene normalmente inteso come un gesto improvviso, inatteso e tenuto nascosto, mentre quello medicalmente assistito costituisce un percorso consapevole e ragionato. Mori ha inoltre auspicato una maggiore interazione tra la commissione incaricata di verificare i requisiti indicati dalla Corte costituzionale e il comitato per l’etica clinica, chiamato a valutare la volontarietà della scelta, l’assenza di costrizioni e le condizioni di vita dell’interessato. Dopo aver presentato un documento di osservazioni sui singoli articoli del ddl, ha infine sottolineato la necessità che il medico incaricato possieda una preparazione specifica nell’impiego dei farmaci, così da prevenire errori e complicazioni.
Francesca Parolari (Pd del Trentino) ha parlato del “confine tra la libertà di autodeterminarsi e la questione etica dell’essere sicuri che a questa persona sia stato dato tutto il supporto necessario per esprimere una scelta consapevole e libera. La preoccupazione è che si aprano delle porte che non valorizzano la vita di tutti ma che vi sia una sbilanciamento con il rischio che è più in difficoltà sia abbandonato”. Ha chiarito che non è la sua posizione, ma che riporta una preoccupazione. Mori ha detto che si tratta di persone che sono in una situazione di fine vita, con diagnosi precise e limiti oggettivi: “Si tratta della parte finale in cui la clinica detta il passo. L’unica soluzione alternativa è quella delle cure palliative che, in alcuni casi, finiscono per essere solo una sedazione palliativa profonda, che equivale a togliere pienamente la coscienza sapendo di non potergliela più ridare. Ed è una situazione di profonda sofferenza per tutte le persone presenti, compresi gli operatori”. “Si tratta di continuare a ritenere che la vita è sempre, in qualunque condizione, buona, ma qui siamo in una situazione analoga a quella della tortura”.
L’avvocato Fabio Valcanover ha detto di essere “costantemente assalito da dubbi sulla questione di vita e morte”. Ha quindi chiesto a Mori di spiegare lo stato di “fine vita”. Mori ha quindi portato alcuni dei casi esemplificativi.
Morandini: la priorità sia accompagnare nella vita, non facilitare la morte
Pino Morandini, vicepresidente dell’Associazione Family Day, ha osservato che la possibilità di rinunciare alla vita è sempre esistita, senza però essere mai elevata a diritto. Ha ricordato che la sentenza della Corte costituzionale è autoapplicativa e che la legge sul consenso informato consente già di rinunciare alle cure. A suo giudizio, dunque, una nuova normativa provinciale non rappresenta una priorità. “La vita non è una concessione dello Stato o della Provincia autonoma, viene prima”, ha affermato, invitando a limitare il potere pubblico. Morandini si è chiesto quanto possa essere davvero libera una scelta maturata nella disperazione, nella solitudine o nella percezione di essere un peso. Ha citato il caso di Domenico Zuccarella, domandandosi se la società gli avesse reso altrettanto accessibile la strada verso una vita migliore. Ha inoltre richiamato il possibile conflitto di interessi di un sistema sanitario chiamato insieme a sostenere i costi dell’assistenza e a concorrere alla morte del paziente. La legalizzazione, ha sostenuto, rischierebbe di esercitare una pressione sociale sulle persone fragili e di modificare la funzione propria del servizio sanitario. La risposta delle istituzioni dovrebbe consistere nel rafforzamento dell’assistenza sanitaria, psicologica ed economica e nell’effettiva disponibilità delle cure palliative. La vera compassione, ha concluso, non consiste nell’aiutare una persona a morire, ma nello starle accanto e nel rendere più umana la sua vita fino alla fine.
Fabio Valcanover ha replicato, sostenendo che “mai siamo stati vicini a chi si vuole togliere la vita perché si sente un peso”. Ha detto che la sentenza della Corte Costituzionale non è autoapplicativa e che per questo una norma permette di evitare ricorsi.
Eleonora Angeli (Misto) ha ringraziato Morandini per aver portato in Commissione un’impostazione contraria all’approvazione di una legge provinciale sul suicidio medicalmente assistito, fino a quel momento non ancora emersa nelle consultazioni. Pur senza dichiarare una piena condivisione delle sue posizioni, Angeli ha ribadito che una materia riguardante diritti fondamentali come la vita, la salute e l’autodeterminazione dovrebbe essere disciplinata uniformemente a livello nazionale, evitando differenze tra territori. Ha quindi richiamato il significato dell’autonomia, che dovrebbe tradursi in solidarietà, inclusione e maggiori risorse sanitarie, assistenziali ed economiche per le persone fragili, rafforzando anche le cure palliative. La consigliera ha infine condiviso l’idea che la persona non sia un individuo isolato, ma parte di una rete familiare e sociale.
Francesca Parolari (Pd) ha riconosciuto la legittimità delle diverse posizioni sul disegno di legge, ma ha contestato alcune considerazioni espresse da Morandini. In particolare, ha giudicato inaccettabile che chi sostiene la necessità di disciplinare la materia possa essere rappresentato come insensibile alla sofferenza, contrario agli investimenti nell’assistenza o intenzionato ad accompagnare le persone verso la morte. Nel corso delle audizioni, ha ricordato, diversi esperti avevano sostenuto l’opportunità di una normativa, senza rivolgere giudizi analoghi a chi vi si oppone. Le differenti convinzioni sul significato della dignità della vita devono quindi potersi confrontare con pari legittimità, senza attribuire alla controparte intenzioni o pensieri che non le appartengono. Pino Morandini ha replicato spiegando che non ha voluto esprimere sulle persone, ma esprimere giudizi su una cultura, su una legislazione sì. “Una legislazione non è mai neutra”. La presidente Maria Bosin ha invitato a non sentirsi chiamati individualmente nel dibattito, ricordando che vi sarà modo di dibattere.
Gennari: una legge provinciale sarebbe una forzatura pericolosa
L’avvocato Claudio Gennari, del Movimento per la vita di Trento, ha definito il tema di enorme rilevanza, perché destinato a incidere sul modello di società, sull’assistenza e sul rapporto tra pazienti e sanitari. A suo giudizio, i presupposti giuridici della normativa sarebbero parziali e incompleti. La sentenza n. 242 del 2019, ha detto, è infatti intervenuta nel ristretto ambito della non punibilità dell’aiuto al suicidio previsto dall’articolo 580 del Codice penale. Gennari ha contestato l’equiparazione tra la rinuncia a una terapia, cui può seguire indirettamente la morte, e un’azione finalizzata a provocarla direttamente. Ha inoltre rilevato una contraddizione tra il riconoscimento di un diritto soggettivo e la libertà del medico di prestare o meno la propria collaborazione. Manca, secondo il legale, una disciplina dell’obiezione di coscienza che tuteli non soltanto i medici, ma anche infermieri, tecnici, farmacisti e gli altri operatori coinvolti.
Si tratterebbe di aspetti riguardanti diritti fondamentali e livelli essenziali di assistenza, sui quali una legge provinciale non potrebbe intervenire compiutamente.
Il disegno di legge è stato giudicato troppo scarno e caratterizzato da termini temporali difficilmente conciliabili con la complessità delle valutazioni richieste.
Gennari ha sostenuto che le iniziative regionali rischierebbero di porre il Parlamento davanti al fatto compiuto e di aprire la strada a un progressivo ampliamento dell’accesso al suicidio assistito. Prima di disciplinare questa possibilità, ha concluso, occorrerebbe assicurare cure palliative e assistenza capillari, perché una persona non adeguatamente sostenuta potrebbe scegliere sentendosi un peso per la famiglia e la società.
Valcanover ha contestato la lettura delle sentenze della Corte Costituzionale e ha chiesto se è favore del fatto che non ci sia la legge perché la sentenza è autoapplicativa. Gennari ha risposto che è una delle incongruenze rilevate e che è la sentenza a dirlo.
Sarra: prima del suicidio assistito si garantiscano a tutti le cure palliative
Mauro Sarra, presidente del Centro di aiuto alla vita “Giovanna”, ha criticato il tentativo di controllare la morte anziché considerarla un evento naturale. Ha ricordato che ogni cittadino ha diritto alle cure palliative, alle quali oggi, secondo i dati da lui citati, riuscirebbe ad accedere soltanto una persona su quattro. Prima di disciplinare il suicidio medicalmente assistito, ha quindi sostenuto, occorrerebbe rendere effettivo questo diritto, considerando che spesso i pazienti non desiderano porre fine alla propria vita, ma alle sofferenze. Sarra ha inoltre richiamato la legge sul consenso informato, che già consente di rifiutare i trattamenti, giudicando non necessaria una nuova normativa provinciale. Ha difeso il diritto alla cura fino alla morte naturale e messo in guardia dal rischio che la possibilità di una “fine assistita” possa trasformarsi, per le persone fragili, nella percezione di un “dovere di togliersi di mezzo”. Ha infine invitato a fare del Trentino un modello sanitario capace di prendersi cura di tutti e di intercettare le situazioni di maggiore disagio.
Mento: provocare intenzionalmente la morte non è un atto medico
Antonella Mento, medico palliativista, ha sostenuto che dietro una richiesta di morte possono esservi dolore, solitudine, abbandono, mancanza di sostegno psicologico e la sensazione di essere un peso. Una società civile, ha affermato, dovrebbe cercare di comprendere e rimuovere le cause della sofferenza fisica e psichica, anziché determinare la morte del paziente. Secondo l’esperienza delle cure palliative, un’adeguata terapia del dolore, insieme all’assistenza infermieristica e al sostegno psicologico, spirituale e relazionale, può far scomparire o attenuare la volontà di morire. Mento ha quindi sostenuto che l’interruzione intenzionale della vita non costituisce un atto medico e non appartiene alla medicina palliativa. Il suicidio assistito richiede inoltre la partecipazione di un terzo e rischierebbe, a suo giudizio, di trasformare il diritto rivendicato dal paziente in un dovere imposto al medico, anche in contrasto con i suoi principi deontologici. Modificare in questo modo la funzione del sanitario potrebbe compromettere il rapporto di fiducia con il paziente più vulnerabile. Ha infine chiesto che gli ospedali rimangano luoghi destinati alla cura, dichiarando che personalmente non somministrerebbe né fornirebbe mai un farmaco letale.
Guzzo: l’esperienza internazionale mostra un progressivo ampliamento dei casi
Giuliano Guzzo, sociologo dell’Associazione trentina Libertà e Persona, ha illustrato dati ed esperienze dei Paesi che hanno legalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia.
Secondo la documentazione citata, dopo l’introduzione delle normative si sarebbe verificato ovunque un forte aumento dei casi, pari in Spagna al 306 per cento dal 2021.
Guzzo ha sostenuto che le garanzie inizialmente previste tenderebbero a essere progressivamente attenuate, fino all’estensione delle procedure a condizioni psichiatriche e, in alcuni ordinamenti, ai minori. Ha inoltre ricordato che la volontà di morire può cambiare nel tempo e risulta spesso collegata alla depressione, alla solitudine o alla mancanza di cure adeguate. Un’assistenza palliativa di qualità, intesa come percorso clinico, psicologico e relazionale, potrebbe invece ridurre sensibilmente le richieste di morte. Il sociologo ha richiamato anche le conseguenze psicologiche e professionali sugli operatori sanitari coinvolti e osservato che la morte assistita non sarebbe sempre rapida e priva di complicazioni. Un ulteriore rischio sarebbe rappresentato dalle motivazioni economiche, con la possibilità che il paziente fragile venga percepito come un costo dal sistema sanitario o dalla famiglia. La legalizzazione potrebbe così trasformare gradualmente una facoltà individuale in una risposta ordinaria alla sofferenza e alla fragilità. Guzzo ha pertanto auspicato il rigetto del disegno di legge e maggiori investimenti nelle cure palliative. Qualora la normativa proseguisse il proprio iter, ha chiesto almeno una valutazione multidisciplinare fondata sulla storia personale del paziente e preceduta da un reale percorso di cura, necessario per verificare l’effettiva libertà della scelta.
In conclusione di seduta, la presidente Maria Bosin ha ringraziato per il lavoro e ricordato che vi sono altre audizioni in programma nella prossima seduta.
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