Ecco la dimensione reale del “magazzino” della riscossione italiana: 1.331 miliardi di carico residuo contabile accumulato dal 2000 al 2025, pari a quasi il 60% del PIL. Di questi, oltre 541 miliardi gravano su soggetti in procedura concorsuale, deceduti, nullatenenti. I crediti effettivamente lavorabili si riducono a 93 miliardi. In un anno lo Stato ha riscosso appena 16,8 miliardi da ruolo, il 5% in più del 2024 ma un ordine di grandezza inferiore allo stock. La riforma della riscossione è appena partita: il vero banco di prova è ancora tutto davanti.
Il vero problema del fisco italiano non è soltanto l’evasione, ma l’enorme massa di crediti tributari già accertati dallo Stato e mai riscossi. Al 31 dicembre 2025 il cosiddetto “magazzino della riscossione” ha raggiunto 1.331 miliardi di euro, pari a circa il 59% del Pil nazionale e quasi tre volte le entrate tributarie annue dello Stato. Si tratta di crediti già iscritti a ruolo e affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ma ancora non incassati. Il dato è il risultato di un carico complessivo di 1.957 miliardi accumulato dal 2000 al 2025, dal quale sono stati sottratti 431,4 miliardi di sgravi, condoni e annullamenti e 194,7 miliardi effettivamente riscossi.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa secondo la quale oltre 588 miliardi del magazzino siano classificati come di difficile recupero perché riferiti a fallimenti, imprese cessate, persone decedute o soggetti nullatenenti, ai quali si aggiungono 46,7 miliardi temporaneamente sospesi per contenziosi o definizioni agevolate; rimane così una quota teoricamente aggredibile di 742,9 miliardi, ma, tolte le posizioni già interessate da procedure esecutive e quelle oggetto di rateizzazione, il portafoglio realmente lavorabile si riduce a 93,1 miliardi, appena il 7% dell’intero stock.
Nel 2025 l’attività di riscossione ha consentito di recuperare 16,8 miliardi di euro, il 5% in più rispetto al 2024, ma appena l’1,3% del magazzino complessivo. L’Agenzia delle Entrate ha concentrato oltre il 57% delle somme riscosse, seguita dall’Inps con il 22,6%, mentre Comuni e Regioni rappresentano insieme circa il 12%. Il sistema continua, tuttavia, ad alimentarsi: nel quinquennio 2021-2025 sono stati affidati alla riscossione mediamente 85,1 miliardi di nuovi crediti all’anno, rendendo strutturalmente impossibile ridurre il magazzino.
L’analisi mette inoltre in luce una forte concentrazione del debito fiscale. I contribuenti iscritti a ruolo sono circa 23 milioni, dei quali 19,3 milioni persone fisiche e 3,7 milioni persone giuridiche. Il 61% risulta debitore da almeno dieci annualità diverse, segnale di situazioni debitorie ormai croniche. Sul piano finanziario, il 76% delle cartelle ha un importo inferiore a 1.000 euro, ma le posizioni superiori a 10.000 euro, pari ad appena il 4,4% del totale, concentrano oltre il 75% del valore dei crediti. Ancora più significativo il ruolo dei cosiddetti grandi debitori, con esposizioni superiori a 500 mila euro: rappresentano appena il 3% dei contribuenti iscritti a ruolo, ma generano il 36% delle riscossioni complessive e sono titolari di un portafoglio di 388,9 miliardi di crediti.
«La riforma della riscossione introdotta dal decreto legislativo 110 del 2024 rappresenta un primo tentativo di razionalizzare il sistema, poiché prevede dal 2025 il discarico automatico dei nuovi crediti dopo cinque anni in caso di inesigibilità. Resta però aperto il nodo del magazzino storico, accumulato in oltre vent’anni, sul quale sarà chiamata a intervenire la Commissione parlamentare istituita proprio per individuare criteri di gestione e smaltimento. L’obiettivo dovrà essere distinguere in modo chiaro i crediti realmente recuperabili da quelli ormai definitivamente inesigibili, evitando che un magazzino sempre più ampio continui a rappresentare una fotografia contabile priva di effettiva capacità di riscossione» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Il magazzino della riscossione è lo specchio più fedele delle disfunzioni del sistema fiscale italiano: da un lato 1.331 miliardi di crediti che lo Stato ha accertato ma non riesce a incassare, dall’altro un carico fiscale che nel 2025 ha raggiunto il 43,1% del PIL, massimo storico, gravando su imprese e lavoratori che pagano regolarmente. Questi due fenomeni non sono casuali: quando la riscossione è inefficace, il peso ricade integralmente su chi adempie correttamente, perché il bilancio pubblico deve comunque essere finanziato. La riforma avviata con il decreto n. 110 del 2024 introduce meccanismi più razionali per i nuovi crediti, ma lascia irrisolto il nodo del magazzino storico. Servono scelte coraggiose: identificare con certezza i crediti irrecuperabili, procedere al loro discarico ordinato, e concentrare le risorse dell’Agenzia sui 93 miliardi effettivamente lavorabili e sui grandi debitori che da soli valgono un terzo del recuperato. Non farlo significa continuare a illudere il bilancio pubblico con attivi nominali che non diventeranno mai liquidità» spiega Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati della Corte dei conti, nel dibattito pubblico sulla fiscalità italiana si parla spesso di evasione e di miliardi da recuperare. Raramente emerge il dato più imbarazzante del sistema: la cifra complessiva dei crediti tributari già accertati, già iscritti a ruolo, già affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione, ma ancora non incassati. Questo numero è 1.331 miliardi di euro al 31 dicembre 2025. Non è una stima dell’evasione potenziale: è il saldo contabile residuo di crediti che lo Stato ha già formalmente riconosciuto come propri, già trascritto nelle sue scritture, già consegnato all’agente della riscossione perché li recuperi. Per contestualizzare: 1.331 miliardi equivalgono a circa il 59% del PIL italiano del 2025. Sono quasi tre volte le entrate tributarie annuali dello Stato. Sono il doppio del debito pubblico che il governo riesce a ridurre in cinque anni nelle migliori delle ipotesi. È lo stock accumulato in venticinque anni — dal 2000 al 2025 — senza che il sistema sia mai riuscito a smaltirlo.
La struttura del magazzino: dove sono finiti quei soldi.
È possibile ricostruire il percorso dei crediti affidati in riscossione dall’origine (2000) al 31 dicembre 2025. Il punto di partenza è un carico lordo affidato di 1.957 miliardi in venticinque anni: tutto ciò che enti creditori pubblici — Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL, Comuni, Regioni, altri — hanno consegnato all’Agente della riscossione chiedendogli di recuperarlo. Da questa cifra si sottraggono 431,4 miliardi di sgravi per indebito e annullamenti per provvedimenti normativi (le varie rottamazioni, i condoni, gli stralci di posizioni inesigibili disposti per legge nel corso degli anni) e 194,7 miliardi effettivamente riscossi nel periodo. Il saldo residuo è appunto 1.331 miliardi. Il dato di 1.331 miliardi è il carico contabile. Ma quanto è effettivamente recuperabile? Di quei 1.331 miliardi, 46,7 miliardi sono temporaneamente sospesi: la riscossione coattiva è bloccata da provvedimenti di autotutela degli enti creditori, da sentenze della magistratura, o dall’adesione dei debitori alla Rottamazione-quater. Non sono irrecuperabili, ma non si tocca nell’immediato.
Altri 149,3 miliardi sono riferibili a soggetti coinvolti in procedure concorsuali — liquidazioni giudiziali, concordati preventivi, procedure fallimentari. In questi casi il ruolo dell’Agente della riscossione si limita prevalentemente all’insinuazione al passivo: la probabilità di recupero è percentualmente bassa. Altri 254,2 miliardi gravano su persone decedute o imprese cessate, posizioni per definizione difficilissime da recuperare se non attraverso le procedure di successione o di accertamento su coobbligati. Altri 137,9 miliardi fanno capo a soggetti che l’Anagrafe tributaria classifica come nullatenenti: non risultano redditi, beni immobili, conti correnti o altri asset aggredibili. Sommando queste quattro categorie si arriva a 588,1 miliardi di crediti che la stessa Corte definisce “di difficile recupero”, pari al 44% del totale. Aggiungendo la quota sospesa di 46,7 miliardi, oltre la metà del portafoglio è di fatto congelata o irrecuperabile nel breve periodo.
La quota residua — 742,9 miliardi — include i crediti nei confronti di soggetti che almeno in teoria possono pagare. Di questi, l’Agenzia riferisce di aver avviato azioni esecutive o cautelari sull’82% del totale, corrispondente a 609,9 miliardi: pignoramenti di conto corrente, fermi amministrativi, ipoteche, procedure immobiliari. Ma anche queste azioni, nei dati consuntivi, non hanno prodotto riscossione effettiva — altrimenti sarebbero già contabilizzate tra i pagamenti ricevuti. Deducendo i 40 miliardi oggetto di piani di rateizzazione attivi non ancora scaduti, si arriva al valore effettivo del portafoglio “lavorabile” senza ulteriori complicazioni: 93,1 miliardi.
Chi sono i 23 milioni di debitori.
Ecco un profilo dettagliato della platea dei soggetti debitori al 31 dicembre 2025. I soggetti unici ammontano a circa 23 milioni, di cui 19,3 milioni persone fisiche (di cui 2,7 milioni titolari di partita IVA o attività economica) e 3,7 milioni persone giuridiche. Il dato più allarmante riguarda la recidività: il 61% dei debitori risulta iscritto a ruolo in almeno 10 annualità diverse, e un ulteriore 10% in almeno 5 anni. Significa che circa 7 milioni di contribuenti italiani hanno rapporti strutturalmente conflittuali e irrisolti con l’amministrazione fiscale, non episodi isolati. I crediti residui consistono in oltre 315 milioni di singoli titoli, distribuiti in circa 191 milioni di cartelle e avvisi di accertamento. Il 76% di questi titoli ha un importo inferiore a 1.000 euro: sono posizioni numericamente dominanti ma finanziariamente trascurabili, il cui recupero individuale ha costi amministrativi spesso superiori al valore del credito. Al contrario, le posizioni superiori a 10.000 euro rappresentano appena il 4,4% del numero di cartelle, ma concentrano il 75,6% del valore finanziario totale del portafoglio. Il sistema della riscossione coattiva è dunque sopraffatto numericamente da micro-crediti, mentre i grandi debitori — che da soli generano il 36% del riscosso annuo — sono solo il 3% dei contribuenti iscritti a ruolo.
Quanto lo Stato riesce a riscuotere ogni anno: 16,8 miliardi su 1.331.
Nel 2025 le riscossioni a mezzo ruolo hanno raggiunto 16.793,9 milioni di euro (+5,0% rispetto ai 15.994,3 milioni del 2024). È la crescita più consistente del quinquennio, dopo il +7,9% del 2024 sul 2023 e il +36,9% del 2023 sul 2022 (anno di ripartenza post-pandemia). Il confronto con il 2021, anno di minimo storico, mostra una ripresa impressionante in termini percentuali (+141,6%), ma il dato assoluto rimane drammaticamente basso: 16,8 miliardi recuperati su un portafoglio di 1.331 miliardi significa un tasso di recupero annuo di circa l’1,3%. La ripartizione per ente creditore evidenzia che l’Agenzia delle Entrate da sola assorbe il 57,4% del riscosso (9.634,9 milioni, +8,0% sul 2024), seguita dall’INPS con il 22,6% (3.788,6 milioni, -0,7%). Comuni e Regioni insieme contribuiscono per l’11,9% (rispettivamente 1.020,7 e 979,3 milioni). L’Agenzia delle Dogane è l’unica in calo strutturale (-4,6%). Positiva la ripresa dei Comuni (+2,0%), che consolida il trend di recupero avviato dopo la sospensione pandemica.
I grandi debitori: il 3% che vale il 36% del recuperato.
Un dato strutturale di rilievo riguarda i cosiddetti “grandi debitori”, contribuenti con debiti residui superiori a 500.000 euro. Pur rappresentando appena il 3% dei contribuenti iscritti a ruolo, nel 2025 hanno generato il 36% del riscosso totale (35% sulle sole riscossioni ordinarie), hanno assorbito il 26% delle procedure cautelari immobiliari e il 32% dei pignoramenti complessivi (conti correnti e blocchi ex art. 48-bis della PA). Il portafoglio crediti nei confronti dei grandi debitori ammonta a 388,9 miliardi, di cui 253,5 miliardi già oggetto di azioni esecutive senza riscossione e 122,6 miliardi senza ancora azioni cautelari avviate. Si tratta — in quest’ultimo caso — di crediti per i quali l’Agente della riscossione non ha ancora avviato alcuna azione concreta, per un valore di oltre 120 miliardi.
Il flusso in entrata: 85 miliardi l’anno di nuovi ruoli.
Il magazzino non si svuota anche perché continua ad alimentarsi. Nel quinquennio 2021-2025, il flusso medio annuale di nuovi crediti affidati in riscossione è stato di 85,1 miliardi, inseriti in circa 20,5 milioni di cartelle e avvisi, riferibili a 11,21 milioni di contribuenti diversi ogni anno. In altri termini: ogni anno entrano 85 miliardi di nuovi crediti e ne escono — tra riscossioni, sgravi e stralci — una quota storicamente inferiore. Il saldo è strutturalmente positivo, il magazzino cresce di anno in anno. Va segnalato che il 25% del valore residuo attuale — pari a 333,2 miliardi — risale ad affidamenti precedenti al 2011, crediti stabili in magazzino da oltre un decennio e mezzo senza che siano stati né riscossi né formalmente stralciati. Il 33% è riferibile al periodo 2011-2017, e solo il 42% agli anni più recenti 2018-2025.
La riforma della riscossione: cosa cambia dal 2025.
Il decreto legislativo 2 luglio 2024, n. 110 ha avviato una riforma organica del sistema. Le novità principali riguardano i crediti affidati dal 1° gennaio 2025 in poi: è previsto il discarico automatico dopo cinque anni dall’affidamento (o anticipato al verificarsi di specifiche condizioni di inesigibilità), superando il vecchio meccanismo dell’inesigibilità formale che bloccava tutto. Fino alla prescrizione del credito, gli enti creditori possono gestire le posizioni in proprio, affidarle a operatori privati, o riaffidarle per altri due anni all’Agenzia delle Entrate-Riscossione se emergono nuovi elementi patrimoniali del debitore. Per il magazzino storico — la massa dei 1.331 miliardi accumulata prima del 2025 — è stata invece istituita una Commissione parlamentare ad hoc, che ha presentato le prime proposte in Senato nell’ottobre 2025. Le sole procedure concorsuali rappresentano 149,3 miliardi di crediti per i quali le ipotesi di recupero sono “limitate all’insinuazione al passivo”.
Per questa quota, la Commissione dovrà decidere entro scadenze definite se e come procedere al discarico. Il meccanismo attuale presenta un difetto di razionalità: adottare criteri di discarico automatico “che comportino, dopo la notifica della cartella e degli avvisi di intimazione, il successivo abbandono della posizione creditoria dopo un determinato tempo trascorso, senza avere svolto concreti e incisivi tentativi di riscossione coattiva”, non appare giustificabile. I fermi amministrativi sui veicoli — strumento potenzialmente efficace — sono in larga parte inefficaci nella pratica, con mezzi che continuano a circolare nonostante il fermo o vengono abbandonati.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ufficio Stampa Unimpresa
Source link



