TARANTO (ITALPRESS) – Stroncata un’organizzazione, con base a Taranto, che favoriva l’immigrazione clandestina. Nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Ragusa, Latina e Verona, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Taranto, in collaborazione con i Comandi Provinciali di Verona, Milano, Foggia, Campobasso, Latina, Matera, Ragusa e Lecce e delle Compagnie Carabinieri di Taranto, Massafra, Martina Franca, Castellaneta e Manduria e delle “API” della Compagnia di Brindisi, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 29 indagati, presunti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata, finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.
L’operazione odierna costituisce l’esito di una complessa attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto, sviluppata anche con la collaborazione della Prefettura di Taranto, attraverso complesse attività tecniche, acquisizioni documentali e riscontri investigativi su database e sistemi informatici. Le indagini hanno consentito di ricostruire la presunta esistenza di una stabile associazione per delinquere che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe trasformato il sistema del Decreto Flussi in un articolato meccanismo illecito finalizzato al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, agevolando nel corso degli anni l’ingresso illegale di centinaia di cittadini extracomunitari provenienti prevalentemente da Pakistan, Bangladesh e India. L’indagine, originata da un episodio inizialmente estraneo ai fatti, ha fatto emergere un’organizzazione che sarebbe stata radicata a Taranto ma operativa anche nelle province di Foggia, Matera, Campobasso, Latina e Ragusa.
L’associazione si sarebbe avvalsa di promotori, intermediari stranieri – talvolta indicati dagli stessi indagati come “sponsor” – e imprenditori compiacenti. Gli intermediari avrebbero reclutato cittadini nei Paesi di origine, raccogliendo documentazione e denaro, mentre il centro logistico è stato individuato in un CAF di Taranto, dal quale sarebbero state predisposte e inoltrate sul Portale “ALI” – piattaforma telematica ufficiale del Ministero dell’Interno dedicata alla gestione delle procedure amministrative riguardanti i cittadini stranieri, su cui transitano le principali richieste legate all’ingresso in Italia e all’ottenimento della cittadinanza – le richieste di nulla osta al visto per il rilascio del permesso di soggiorno o per l’ingresso in Italia. Le domande risultavano formalmente giustificate da esigenze occupazionali che, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero state inesistenti. Ottenuto il nulla osta, gli stranieri conseguivano il visto e completavano in Italia l’iter amministrativo per il permesso di soggiorno. L’organizzazione si sarebbe avvalsa di imprese operanti nella ristorazione, negli stabilimenti balneari, nei negozi di telefonia, nell’edilizia, nel settore alberghiero, agricolo e manifatturiero, utilizzate, secondo il quadro investigativo, esclusivamente per simulare rapporti di lavoro.
Le intercettazioni hanno evidenziato che gli aspiranti lavoratori venivano assegnati alle aziende senza alcun riferimento alle competenze professionali, ma esclusivamente in funzione della disponibilità degli imprenditori e delle quote disponibili, dato che, secondo la procedura del cosiddetto “Click day”, il numero di stranieri che possono entrare in Italia è deciso in base alle esigenze lavorative di ogni singola provincia. Pertanto, i lavoratori venivano suddivisi tra le varie località. In particolare, giunti in Italia, i lavoratori – in molti casi – sarebbero stati impiegati “a nero” presso aziende agricole terze e non per i datori di lavoro che avevano richiesto le loro prestazioni lavorative presso le prefetture di riferimento, versando altresì a questi ultimi anche somme di denaro per le spese contributive, con un evidente capovolgimento in cui il dipendente pagava il titolare dell’impresa.
Gli stranieri avrebbero corrisposto fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso. Secondo la ricostruzione accusatoria, 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 ad altre figure intermediarie; ulteriori somme sarebbero state richieste per alcune pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno. Particolarmente significativo è il fatto che fosse il lavoratore a pagare il datore di lavoro e non viceversa. Le conversazioni hanno inoltre documentato quella che sarebbe stata una rigida struttura gerarchica: nessuna pratica sarebbe stata definita prima del pagamento; i promotori avrebbero impartito direttive agli intermediari e coordinato ogni fase dell’attività, utilizzando prevalentemente chat protette da sistemi di crittografia “end to end”, con un linguaggio convenzionale criptico, nel quale le corresponsioni di denaro diventavano “regali”, “caffè” e addirittura “mandarini”.
Secondo la prospettazione accusatoria, il sistema era alimentato anche dallo sfruttamento della vulnerabilità economica e sociale degli aspiranti lavoratori stranieri. Persone provenienti da contesti di povertà o prive di prospettive venivano indotte a sostenere ingenti sacrifici economici, spesso ricorrendo ai risparmi familiari o contraendo debiti, pur di ottenere un visto d’ingresso o mantenere un titolo di soggiorno. La speranza di una vita migliore sarebbe stata trasformata in uno strumento di illecito profitto. È stato riscontrato, infatti, che alcune delle vittime, per potersi procurare il denaro da consegnare alla presunta organizzazione criminale di cui si tratta, al fine di arrivare in Europa attraverso l’Italia, avrebbero venduto tutto ciò che possedevano nei propri Paesi di origine.
– Foto di repertorio Ipa Agency –
(ITALPRESS).
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