Finora, quel tipo di narrazione che abbraccia una propria e personale qualifica dei fatti e forza perfino i codici del senso comune per raccontare una realtà simbolica
Uno dei presunti autori materiali dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci esce dalla sede del Reparto Operativo – Nucleo Investigativo dei Carabinieri di via In Selci a Roma
Un attentato è sempre un atto odioso che merita giustizia: c’è quindi da augurarsi senza remore che siano condannati gli autori di quello che nell’ottobre scorso fu perpetrato all’esterno dell’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci.
Gli arresti in Campania
Quel giorno l’esplosivo danneggiò gravemente due autovetture e il muro di recinzione della villetta del conduttore di Report. Quell’esplosione avrebbe potuto fare danni maggiori, la Procura della Repubblica di Roma aveva ipotizzato la strage, il Gip ha ritenuto di concedere a quell’incursione solo l’etichetta dell’aggravante del metodo mafioso. Arrestati Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Tre persone in carcere, una ai domiciliari.
Un quartetto di bassa manovalanza per l’attentato a Ranucci
Bassi manovali del crimine in Campania, non affiliati ad alcun clan, che hanno utilizzato nel peggiore (per loro stessi) modo possibile le migliaia di euro ricevuti da mandanti al momento ancora oscuri. Addirittura utilizzando il supporto della fidanzata di uno di loro.
Una vettura noleggiata in Campania, una 500 che in Campania è ritornata dopo un sopralluogo e l’esplosione. Un’auto ripresa dalle telecamere sulla via Pontina senza che gli autori dell’attentato se ne liberassero come insegna la più banale delle serie tv.
Sim telefoniche che gli inquirenti definiscono “fantasma” ma che alla fine, anche se in maniera complessa, sono state comunque tracciate fornendo conferma all’identificazione del quartetto.
Una “gelatina da cava” di non facile reperimento ma comunque nella disponibilità – nei canali illeciti ordinari di questo giro – di personaggi che custodivano qualche dimestichezza con i metodi da usare per realizzare danneggiamenti.
Mandanti ancora “oscuri”
Mandanti ancora “oscuri”, si è detto, che avevano garantito la disponibilità per un rapido espatrio dei “bombaroli” all’estero e che non è stato messo in atto. Una complessiva e generale cialtroneria, per il quartetto, nel concedersi – a sentire le cronache che riferiscono delle intercettazioni a loro carico – perfino commenti e annunci sulla “storia da fare” tramite l’attentato.
Un comportamento completamente contrario, insomma, di quello che probabilmente si aspettavano i mandanti. Personaggi ancora “oscuri” che volessero intimorire seriamente Ranucci compromettendo la sua sicurezza personale e quella dei suoi familiari. Ciò, per limitarne o contrastarne l’attività giornalistica e che volessero poi rimanere nell’ombra.
Lo scarto tra la realtà e la narrazione
Non sappiamo se ciò accadrà o se l’omertà del quartetto si scioglierà rapidamente al sole di questa estate già torrida. In ogni caso, per ora, un’inchiesta rivelata a metà. Un’operazione criminale atipica, dove lo scarto tra i propositi e la realtà si è rivelato già beffardamente singolare e assai ampio, quasi una voragine.
Per chi – come noi de L’identità – cerca di leggere dietro le dinamiche mediatiche, finora un perfetto e assai significativo “caso di scuola” per quel tipo di narrazione che abbraccia una propria e personale qualifica dei fatti e forza perfino i codici del senso comune per raccontare una realtà simbolica.
Le prossime settimane, un processo e il dibattimento che potrà scaturirne, ci diranno più compiutamente se questo simbolismo ha sconfitto la realtà vera. Quello ai danni di Sigfrido Ranucci e della sua famiglia fu un attentato vero. Sul racconto che finora ne è emerso aleggia per ora in maniera inquietante l’ombra dell’arte di René Magritte che dipinse una pipa scrivendo “Ceci n’est pas une pipe”.
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Angelo Vitale
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