Cefriel scalda i motori per la fase 2 degli European Digital Innovation Hub. «Da inizio 2027 cominceremo a lavorare» indica Alessandro De Biasio, ceo del centro di trasferimento tecnologico che fa parte dei dieci super hub italiani finanziati nell’ambito del piano Digital Europe. «La selezione ha tenuto conto della performance nella fase 1, finanziata dal Pnrr, valutando i risultati raggiunti con i servizi erogati alle imprese. Abbiamo ricevuto l’ok nello scorso mese di aprile, e ora stiamo attendendo gli ultimi passaggi formali», dettaglia il manager, intervistato da Industria Italiana sul ruolo che i centri di trasferimento tecnologico rivestono in un momento di concorrenza agguerrita e di profonde trasformazioni di mercato.
Negli ultimi dieci anni, con i finanziamenti del Piano Industria 4.0 e poi con le risorse del Pnrr, è stata creata un’infrastruttura di competence center e digital innovation hub prima praticamente inesistente. Lo stesso Cefriel ha in qualche modo progressivamente rimesso a fuoco la propria mission, pur se in un arco temporale più lungo. «La nostra struttura nasce nel 1988, all’interno del Politecnico di Milano, per fare formazione, per lo più attraverso i master che supplivano alla carenza di percorsi universitari specialistici. Oggi è cambiato tutto. Siamo ancora collegati al PoliMI, ma da molti anni ci siamo avvicinati al mondo delle imprese. La parte più rilevante del nostro lavoro è il trasferimento tecnologico», sottolinea De Biasio.
Il dopo Pnrr, nel settore del trasferimento tecnologico così come in molti altri segmenti dell’industria, dovrà fare i conti con una maggior selettività nella disponibilità di risorse pubbliche. I dieci European Digital Innovation Hub, Edih, selezionati fra 37 strutture, avranno a disposizione 24,4 milioni di euro di risorse europee, a cui dovrebbe aggiungersi il co-finanziamento del Mimit. Cefriel fa parte del consorzio MIA 2 (Manufacturing Innovation Alliance for Northern Italy), coordinato dal competence center Made 4.0.
D: Nell’ambito dell’ormai imminente Fase 2 degli Edih, che attività inizierete concretamente a fare all’inizio del 2027?

R: Avvieremo la selezione delle aziende, attraverso manifestazioni di interesse per raccogliere progetti che possono riguardare i processi industriali o l’innovazione di prodotto. L’aspetto rilevante è che ci rivolgiamo in modo mirato a imprese di piccole e medie dimensioni, qualche volta anche piccolissime, come già avvenuto con il programma InnovAction, finanziato dal Pnrr. In questo contesto abbiamo riscontrato uno spirito innovativo da parte di imprese che però fanno fatica a fare il passo concreto verso la digitalizzazione per la difficoltà di reperire risorse adeguate.
D: Quali caratteristiche avete riscontrato fra le piccole imprese con cui avete lavorato nell’ambito del programma InnovAction?
R: Devo dire che abbiamo trovato imprese preparate, anche in virtù di una selezione basata sulla reale propensione all’innovazione. Il panorama comprendeva per lo più due fasce: alcune muovevano i primi passi nel digitale, altre erano più avanti in termini progettuali ma avevano bisogno di risorse finanziarie e di competenze verticali per testare la fattibilità prima di passare all’investimento. La maggior parte dei nostri interventi si è concentrata sullo sviluppo di proof of concept e di prototipi pronti per la fase successiva di industrializzazione”.
D: Avete riscontrato un interesse rivolto specificamente all’Intelligenza Artificiale o a progetti di digitalizzazione più ampi?
R: Nella maggior parte dei casi l’obiettivo prioritario delle imprese era estrarre valore dai dati. L’intelligenza artificiale oggi è lo strumento principale per raggiungere questo scopo, ma non l’unico. In alcuni casi abbiamo lavorato sulla digitalizzazione del prodotto, concentrandoci quindi sull’architettura per raccogliere i dati, integrando sensori e sistemi digitali nell’hardware.
D: Allargando lo sguardo alle attività di Cefriel, quali sono le vostre attuali priorità strategiche? L’accelerazione dell’intelligenza artificiale crea una nuova domanda di mercato?

R: È un momento di straordinario dinamismo, guidato da una forte accelerazione su più fronti tecnologici. Spesso ci si focalizza solo sull’intelligenza artificiale, ma in realtà stiamo assistendo a una convergenza di tecnologie abilitanti che va dalla robotica industriale all’Industrial IoT, dall’evoluzione della sensoristica al cloud computing avanzato. È l’interazione tra questi ecosistemi a determinare il vero salto di qualità. La vera sfida, per le imprese e per la Pubblica Amministrazione, consiste nel governare un’innovazione in rapida evoluzione. La continua introduzione di nuovi modelli e le nuove priorità, prime fra tutte la cybersecurity, rendono il percorso di transizione digitale un’attività sempre più complessa, che richiede partner strategici capaci di presidiare il cambiamento giorno dopo giorno.
D: Qual è l’approccio alla digitalizzazione che consigliate alle imprese?
R: Il primo step è un drastico cambiamento di prospettiva. Competenze che una volta erano confinate nel dipartimento IT oggi stanno diventando capabilities aziendali strategiche, senza le quali non si può pianificare il futuro organizzativo e competitivo dell’impresa. In uno scenario in cui i processi cambiano costantemente e l’innovazione evolve a ritmi serrati, la leadership non può più delegare la transizione digitale, ma deve guidarla.
D: Negli ultimi dieci anni l’Italia e l’Europa sono comunque indietro rispetto ai competitori internazionali sulla digitalizzazione. Quali sono secondo Lei le principali criticità su cui intervenire per sostenere la twin transition?
R: Un dato che trovo preoccupante riguarda il venture capital. Il divario non riguarda solo l’Europa rispetto agli Stati Uniti, ma anche l’Italia rispetto a Francia e Germania. Nel nostro paese il capitale a disposizione per la nascita di nuove imprese tecnologiche è pari a un terzo rispetto alle altre due grandi economie europee. L’innovazione è un processo sistemico. Il settore pubblico e le università stanno facendo la loro parte, ma abbiamo bisogno della finanza. Oggi una quota rilevante dei capitali tecnologici europei va a finanziare aziende statunitensi. Il rapporto Draghi spiega esattamente cosa andrebbe fatto, non c’è da inventarsi molto di più.
D: Rileva preoccupazione fra le imprese per la dipendenza eccessiva da Usa e Cina sull’IA?

R: L’ecosistema europeo possiede un asset di grande valore che non stiamo ancora sfruttando appieno: un tessuto manifatturiero straordinario, in grado di generare una mole massiccia di dati industriali. A questo proposito, stiamo supportando Assolombarda nel programma ForgIA, per la costruzione dell’ecosistema digitale per l’industria. Con i dati strutturati nel modo giusto, possiamo utilizzare modelli di intelligenza artificiale sviluppati da terzi, con gli opportuni protocolli di sicurezza. Questo ci consente di estrarre valore ed efficientare i processi produttivi, ed è una strada che come europei dovremmo percorrere e accelerare.
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