Il “centro” di Catanzaro si è ormai spostato a Lido: nuove idee e progetti per un vero sviluppo di tutta la città


di Massimo Tigani Sava

Il confronto politico sul presente e sul futuro di Catanzaro deve avere il coraggio di superare barriere di natura storica, culturale, socio-economica e se vogliamo anche psicologica. Il nuovo centro propulsivo del Capoluogo, l’unico in grado di poter garantire un futuro di crescita, si è da tempo spostato nel quartiere marinaro. La vasta area pianeggiante, o quasi, compresa fra il tratto costiero, Germaneto e la Valle del Corace, l’abitato di Santa Maria (in verità il più antico della città, così come ci insegnano gli stessi archeologici catanzaresi), e che poi si estende verso Barone e Bellino, dovrebbe concentrare un’attenzione strategica. Catanzaro si salverà solo se la porzione di territorio appena descritta riuscirà a proporsi come polo avanzato e attrattivo di servizi, turismo, trasporti, commercio, sport, nonché come contesto di elevata qualità della vita. Anche il linguaggio comune dovrebbe cambiare.

I Tre Colli non sono più il “centro storico”, inteso nell’accezione direzionale, bensì la parte antica della città e come tale devono trovare risposte diverse da quasi tutte quelle finora proposte o accennate. Nessuna spinta forzata potrà mai rianimare un abitato antico che merita senz’altro di essere riqualificato, almeno per le parti non devastate, ma con in mente funzioni prevalentemente culturali (musei, artigianato di qualità, ristorazione identitaria, ecc.). Certo, esiste un’opzione “sanità” per la parte settentrionale del serpentone catanzarese, soprattutto sul fronte della popolazione anziana, e anche per utilizzare al meglio condizioni climatiche più favorevoli. L’abitato antico è stato sventrato, aggredito, mortificato da generazioni di classi dirigenti miopi, animate da intenti speculativi o prive di genio e lungimiranza. Già dalla seconda metà dell’Ottocento la bellissima Catanzaro circondata da mura e turrita ha subito scelte urbanisticamente scellerate: avrebbe potuto mantenere l’assetto di una città medievale, mentre ha optato per una serie confusa e disordinata di interventi di cementificazione nel complesso brutti, irrazionali, poco funzionali.

Catanzaro ha vissuto per decenni di una rendita di posizione dovuta alla presenza di uffici, offrendo peraltro proposte spesso inadeguate, confuse, prive di parcheggi, allocate in immobili inadatti o insufficienti. Il colpo mortale, in quest’ottica attendista, è giunto con la tripartizione della provincia catanzarese mentre quelle di Reggio e Cosenza sono rimaste immutate. Accanto a questo atteggiamento essenzialmente passivo sono maturati due percorsi paralleli: consistenti investimenti sulle seconde case, tra ville più o meno importanti e cementificazione selvaggia, sul tratto Copanello-Soverato (in parte su quello Simeri-Botricello), e contestuale abbandono dell’ex centro storico per diversi mesi all’anno o finanche nei week-end di moltissime settimane anche primaverili e autunnali. Un fenomeno di transumanza sociale che ha alimentato un traffico automobilistico soffocante e inquinante, ha abbandonato Catanzaro al prevalente status di dormitorio autocratico e, di fatto, non è mai stato guidato da vero amore per i Tre Colli.

Accanto a questo processo di progressiva desertificazione e impoverimento di vicoli e vicoletti suggestivi, si è ignorato (anche volutamente?) l’enorme potenziale del lungo tratto costiero cittadino relegato all’amaro ruolo di periferia dolente, talora degradata, e in perseverante ritardo. Tale impostazione di lungo periodo sta trovando conferma anche in questi ultimi anni: ne è l’emblema Giovino. Constato un ergersi continuo di palazzi e villette a schiera, ovunque, senza adeguata infrastrutturazione primaria, senza una grande ipotesi complessiva di sviluppo, senza aver disegnato a monte un progetto tale da guardare al miglioramento della vita di residenti e villeggianti, senza mai farsi guidare da senso dell’armonia e del bello. Cemento e ancora cemento, la solita musica che si ripete dagli anni Sessanta del secolo scorso, per poi lamentarsi delle mareggiate (fenomeni periodici naturali e prevedibili, direi scontati) che devastano l’abitato, o delle alluvioni (anch’esse individuate come emergenze solo da chi non ha avuto interesse o cultura politica per disegnare assetti urbanistici moderni) che inondano magazzini, seminterrati e case. La città antica è stata sacrificata da ignoranza e cecità politica, e oggi si piangono lacrime di coccodrillo.

Il nuovo centro propulsivo (la Marina, Germaneto, S. Maria, Barone, Bellino) cresce, invece, in modo frenetico, senza che siano stati fissati obiettivi alti. Se si conducesse uno studio scientifico, le cui risultanze allo stato posso percepire solo in modo empirico, la stragrande maggioranza delle persone non residenti che giungono quotidianamente a Catanzaro si ferma a Lido, a Germaneto, nell’area di Barone-Bellino, ed utilizza essenzialmente la statale jonica 106 con le diramazioni che la congiungono alla Due Mari. Ripeto: questo è il nuovo Centro, di cui è sentinella attenta anche il linguaggio. “Vado a Germaneto”, “Vado a Lido”… Mentre la parte antica (emblematiche le grida d’allarme dei commercianti!) muore lentamente, agonizza, stenta a individuare soluzioni pratiche e immediate di vera rinascita.

Catanzaro tutta si salva se si disegna, finalmente e prima che sia troppo tardi, un intelligente progetto strategico per la porzione sud del Capoluogo che può fare da potente traino anche per quella antica, purché si dimentichi la funzione meramente opportunistica che quest’ultima ha svolto per decenni e quindi optando finalmente per quell’impronta storico-culturale che in ogni parte d’Italia attrae, in ridenti borghi, turisti, artigiani, artisti e visitatori occasionali. Avere visione culturale, sia ben chiaro, non significa sommare decine e decine di iniziative più o meno qualificate e più o meno gradevoli che alimentano essenzialmente il business dell’intrattenimento e della promozione in quanto tali piuttosto che ergersi a robuste occasioni di sviluppo strutturale. Una vera politica culturale è altro: è costruire, innanzi tutto, un’identità riconoscibile e distintiva che tenga conto delle radici più autentiche. Si impone, in vista delle prossime elezioni comunali, un ragionamento finalmente profondo sul futuro di Catanzaro, pena una condizione irreversibile di decadenza che è dietro l’angolo.




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 Davide Lamanna

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