Milano, Roma e Palermo raccontano


 

6 luglio 2026 Non chiamatela più percezione. Quando in strada si scende con coltelli, spranghe, bastoni, mazze, caschi, pali di ferro e oggetti contundenti; quando si aggredisce un uomo seduto al bar senza alcun motivo; quando gruppi di giovani seminano il panico davanti a famiglie, bambini e turisti, non siamo davanti a una sensazione. Siamo davanti a una realtà. Una realtà brutale, quotidiana, documentata dalle immagini e raccontata ogni giorno dalla cronaca.

Milano, Roma e Palermo sono soltanto gli ultimi tasselli di un mosaico inquietante. Tre episodi diversi tra loro, ma accomunati da un elemento: una violenza sempre più feroce, sempre più spavalda e sempre più incurante delle conseguenze.

Milano: venti coltellate a uno sconosciuto

A Milano un uomo di 55 anni è stato aggredito mentre si trovava seduto al bar. Un giovane di 22 anni lo ha raggiunto con il volto coperto e lo ha colpito con circa venti fendenti alla testa, al collo, al torace e all’addome. Solo il coraggio dei presenti ha evitato una tragedia ancora più grande: l’aggressore è stato immobilizzato fino all’arrivo della polizia.

Secondo quanto riferito dagli investigatori e riportato dagli organi di informazione, il giovane avrebbe dichiarato: “Mi sono divertito. Appena esco lo rifaccio.” Se tali dichiarazioni saranno confermate nel corso delle indagini e del procedimento giudiziario, ci troveremmo davanti a un fatto di una gravità eccezionale, che descrive un totale disprezzo per la vita umana.

Le risse che trasformano le città in campi di battaglia

Nelle stesse ore Milano è stata teatro di due violentissime risse. In via Padova e in un’altra zona della città decine di giovani si sono affrontati con spranghe, sedie, caschi, calci e pugni, mettendo a rischio residenti, automobilisti e passanti. Anche gli agenti intervenuti hanno riportato ferite nel tentativo di riportare la calma.

A Roma, dopo i gravissimi episodi avvenuti nell’area del Colosseo, proseguono arresti e denunce nei confronti dei componenti delle bande giovanili protagoniste delle violenze. Sono immagini che hanno fatto il giro del Paese e che hanno mostrato uno dei luoghi simbolo d’Italia trasformato, per alcuni momenti, in un teatro di guerriglia urbana.

È in questo contesto che il fenomeno dei cosiddetti “maranza” continua ad alimentare un forte allarme sociale. Sarebbe sbagliato attribuire responsabilità collettive a intere comunità, ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il problema non esista. Le indagini raccontano episodi gravissimi che coinvolgono gruppi di giovani capaci di seminare paura e violenza con una disinvoltura impressionante.

Palermo: una lite finita nel sangue

A Palermo, invece, la violenza ha assunto un’altra forma. Un uomo ha ucciso il proprio coinquilino al culmine di una lite, poi si è barricato nell’appartamento, avrebbe aperto il gas e minacciato di provocare un’esplosione, costringendo all’evacuazione dell’edificio e a un lungo intervento delle forze dell’ordine.

È un episodio diverso dagli altri, ma conferma un dato preoccupante: la violenza sembra esplodere con una facilità sempre maggiore, trasformando discussioni, contrasti o gesti apparentemente inspiegabili in tragedie.

Non è più una percezione

C’è chi continua a parlare di “percezione di insicurezza”. Ma le immagini raccontano altro. Raccontano cittadini aggrediti, negozi devastati, turisti impauriti, quartieri sotto pressione, agenti feriti e famiglie che assistono impotenti a scene che fino a pochi anni fa sembravano impensabili.

La sicurezza non può essere ridotta a una questione di percezione quando la cronaca documenta quotidianamente episodi di questa portata.

La politica deve interrogarsi

Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, esiste anche una responsabilità politica. Negli ultimi anni una parte della politica progressista ha privilegiato la ricerca delle cause sociali, economiche o psicologiche della criminalità rispetto a una riflessione altrettanto decisa sulla necessità di garantire sicurezza e certezza della pena. Comprendere il disagio è doveroso, ma quando la spiegazione sembra precedere la condanna morale della violenza, molti cittadini finiscono per percepirla come una forma di giustificazione.

Anche nel caso dell’accoltellamento di Milano, nel dibattito televisivo è stata avanzata l’ipotesi di possibili disturbi psichiatrici dell’indagato. Saranno gli accertamenti della magistratura a stabilire se tale ipotesi abbia un fondamento. Fino ad allora, ogni valutazione deve restare ancorata ai fatti.

Giustizia e certezza della pena

Un altro tema che merita una riflessione riguarda la risposta dello Stato. Una parte dell’opinione pubblica ritiene che una parte della magistratura, in alcuni casi, abbia adottato un approccio eccessivamente indulgente, soprattutto quando si tratta di reati violenti che suscitano particolare allarme sociale. È una critica presente da anni nel dibattito pubblico e che non può essere liquidata come semplice propaganda.

Naturalmente ogni decisione giudiziaria nasce dall’applicazione della legge e dalla valutazione del singolo caso. Ma è altrettanto vero che, quando i cittadini percepiscono un divario tra la gravità dei reati e l’efficacia della risposta dello Stato, cresce la sfiducia nelle istituzioni.

La certezza della pena non è uno slogan politico. È uno dei pilastri dello Stato di diritto. E la sicurezza non appartiene né alla destra né alla sinistra: appartiene ai cittadini.

Accoglienza e legalità devono camminare insieme

È giusto ribadirlo con forza: milioni di cittadini stranieri e italiani di origine straniera vivono onestamente nel nostro Paese, lavorano, rispettano le leggi e contribuiscono alla crescita dell’Italia. Sarebbe profondamente ingiusto confondere queste persone con chi sceglie la strada della violenza.

Proprio per rispetto verso chi vive onestamente, però, lo Stato deve essere inflessibile con chi delinque. L’accoglienza non può mai trasformarsi in impunità. L’integrazione non può prescindere dal rispetto delle regole.

Non è più tempo di minimizzare

Milano, Roma e Palermo non sono episodi da archiviare come semplice cronaca. Sono segnali che impongono una riflessione seria e, soprattutto, risposte concrete.

I cittadini non chiedono privilegi. Chiedono di poter uscire di casa, prendere un caffè, passeggiare in centro o accompagnare i figli a scuola senza il timore di trovarsi improvvisamente davanti a una scena di violenza.

La sicurezza è il primo diritto di una comunità civile. E uno Stato autorevole si misura dalla capacità di proteggere chi rispetta le regole e di intervenire con fermezza nei confronti di chi sceglie deliberatamente di violarle.


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 Francesco Panasci

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